In politica, io sono un elettore ed un militante. Non un tifoso.

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di Nino CHILLEMI

Domenica scorsa mi è capitato di notare nella pagina Facebook del PD una foto del segretario-premier accanto a Javier Zanetti, il quale mostrava il retro di una maglia dell’Inter col numero “1” e sopra il nome “Renzi”, e, dopo un marcato disappunto iniziale (sono molto interista e decisamente poco renziano), ho preso spunto da questa immagine per fare una piccola riflessione sul rapporto tra il tifo calcistico e la militanza politica.

A dire il vero, sport e politica sono realtà lontanissime che andrebbero vissute in maniera antitetica, l’una con la leggerezza tipica di una qualsiasi forma di svago, l’altra con l’attenzione che meriterebbe un’attività che condiziona fortemente la qualità della nostra vita di tutti i giorni.

Tuttavia, in un Paese strano come il nostro, può avvenire che il tifo sportivo diventi quasi una ragione di vita, e che la politica venga invece considerata una cosa astratta e lontana da seguire di sfuggita al telegiornale mentre si consuma la cena. E’ così che ci si avvicina alle dittature sudamericane.
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Le Scuderie, la Salerno di Civati

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di Nino CHILLEMI

Settant’anni fa, nella primavera del ‘44, al teatro Modernissimo di Salerno si consumò un passaggio cruciale, che avrebbe cambiato la storia del Partito Comunista, ma soprattutto della Sinistra italiana. Togliatti, appena sbarcato in Italia dopo quasi venti anni di assenza forzata, passati prevalentemente a Mosca, ma anche in Francia e in Spagna, pronunciò un discorso dopo il quale niente sarebbe stato più come prima. I socialisti e gli azionisti per mesi si erano rifiutati di entrare nel governo Badoglio perché non disponibili a trattare con la Corona, ma la “bomba Ercoli” spazzò via quello scenario, spostando la questione istituzionale ad un momento successivo alla fine del conflitto, e portando tutte le forze del C.L.N a collaborare col governo.

Le conseguenze di quella che è viene ricordata come “la svolta di Salerno” andarono però ben oltre la questione contingente della collaborazione con Badoglio: quella fu la fine del partito massimalista nato nel ’21, e il primo passo di un nuovo corso che avrebbe portato il PCI a diventare una cosa ben diversa dal soggetto nato a Livorno sotto la guida di Bordiga.

Dopo la guerra il PCI partecipò da protagonista al referendum che abolì la monarchia, alle contestuali elezioni per l’assemblea costituente, alla stesura della Carta Costituzionale (tra l’altro controfirmata dal comunista Umberto Terracini, presidente dell’assemblea), e di fatto accettò la democrazia parlamentare abbandonando (o quantomeno rimandando a data da destinarsi) qualsiasi velleità rivoluzionaria.

Erano tempi molto diversi da questi, c’era il centralismo democratico, il dibattito interno poteva anche essere acceso, ma all’esterno il partito si presentava come un monolite, senza spazio per pubblici dissensi. In realtà la base era meno compatta di quanto apparisse: l’ala operista più dura che aveva combattuto in montagna e che aveva come punti di riferimento il potente responsabile dell’organizzazione Pietro Secchia (il quale approvò la svolta, ma non le conseguenze di essa negli anni a venire) e il comandante partigiano Cino Moscatelli non era certo entusiasta del cambio di rotta in direzione governativa-istituzionale realizzato da un Togliatti che iniziava a “parlare” al ceto medio, e avrebbe a breve continuato a farlo, chiamando vicino a sé il figlio del liberale Amendola, il nipote di Giolitti e il figlio dell’avvocato e parlamentare sassarese Berlinguer piuttosto che i compagni più attivi nel periodo della clandestinità.

All’indomani della guerra il PCI era un partito bifronte: se da un lato la dirigenza e una fetta sempre più larga dei militanti accettavano il gioco democratico (anche quando si rivelava perdente nelle urne), dall’altro tanti vecchi partigiani continuavano a nascondere in casa o in fabbrica le armi in attesa messianica di un’ ”ora x” che prima o poi sarebbe dovuta arrivare
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Il vero errore di Renzi

Matteo, stai sbagliando

Matteo, stai sbagliando

di Nino CHILLEMI

Sono un iscritto di lungo corso del PD, appartengo ai tanti che non hanno votato Matteo Renzi alle primarie del 2012 e ai pochi che non lo hanno sostenuto a quelle del 2013, e, se potessi tornare indietro, gli preferirei di nuovo, rispettivamente, Bersani e Civati.

Non mi considero un anti-renziano per partito preso, ma posso dire in tutta tranquillità che cinque mesi fa le mie aspettative per il nuovo corso che il PD si apprestava a iniziare erano ben diverse: pensavo che Renzi, come aveva promesso nella campagna congressuale, si sarebbe prodigato per far approvare dal parlamento in tempi brevissimi una nuova legge elettorale (necessaria soprattutto dopo la pronuncia della Consulta sul porcellum) sostanzialmente maggioritaria, ma che, in netta discontinuità con quella ideata da Calderoli, si ponesse entro i confini della decenza oltre che dei principi sanciti dalla Costituzione.

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Perchè un siciliano sceglie Renato Soru

(immagine dal Web)

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di Nino CHILLEMI

 

Le elezioni europee del 25 maggio sono ormai alle porte, e per chi, come me, non è entusiasta della linea politica del proprio partito di riferimento né a livello nazionale, né ai livelli territoriali, si pone il problema di scegliere come votare, e di prendere una decisione in tempi brevi.

Mi considero un riformista di sinistra, convinto che la proposta di Martin Schulz sia la più vicina al mio sentire politico e la più credibile per dare alla UE le risposte che servono per uscire dalla crisi di sistema in cui è precipitata negli ultimi anni. Appartengo a quella fetta non trascurabile di militanti ed elettori nel PD che continuano a votare questo partito più per quello che dovrebbe essere che per quello che effettivamente è oggi, e, abitando in Sicilia, non ho la fortuna di poter votare Elly Schlein, Paolo Sinigaglia, Ilaria Bonaccorsi, o altri coi quali, in questi ultimi 12 mesi, a livello nazionale ho condiviso il percorso politico tracciato nella mozione Civati.

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Una democrazia bloccata. Di nuovo.

(immagine dal web)

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di Massimo RIBAUDO

La democrazia non è soltanto votare per il proprio partito. Non è soltanto una scelta elettorale. E soprattutto, nei sistemi parlamentari quali il nostro, con il proprio voto non si sceglie un governo, ma si forma un parlamento rappresentativo delle diverse componenti della società. Purtroppo, in questi tempi di “esportazione della democrazia”, quello che è rimasto da noi è un prodotto pericolosamente svuotato di significato, e il successo elettorale di molti partiti antisistema (tendenti a modificare l’assetto giuridico delle democrazie occidentali) ne è la prova.
Dove la democrazia funziona vi sono forze politiche che si alternano alla guida del governo. Concretamente. Con programmi, strategie, valori diversi ma tutti rispondenti ai principi costituzionali del proprio Paese. Un sistema politico democratico funziona quando, dopo un periodo di risultati negativi da parte di una forza politica, può sostituirsene, con possibilità concrete ed effettive di vittoria, un’altra. E questo in Italia è successo soltanto con l’Ulivo e poi con l’Unione di Romano Prodi.
Molto raramente in settant’anni di Storia.
Ritengo che il malfunzionamento di una democrazia provochi anche un senso diffuso di frustrazione ed anomia politica e sociale che si riverbera sulla condizione economica del Paese.

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