Il Paradiso può attendere

sangue

di Manuela PASQUARELLI

1971. “La classe operaia va in paradiso”. Occhio implacabile di Elio Petri. Il secondo film della cosidetta Trilogia della nevrosi. Orda di polemiche. Critiche feroci, da tutti, nessuno escluso.

Una spietata satira durissima da vedere. E da ricordare. Era la mattina degli anni di piombo, preannunciati dall’ alba livida della strage di Piazza Fontana, che tronfia e orribile marciava per la sua strada immonda. Quel che ne è seguito, a chiusura del secolo breve e nell’affaccio al nuovo millennio, altrettanto disumano e violento, apparentemente lontano ed estraneo agli yuppies emergenti elevati a modelli di vita “nova”. E ai loro seguaci et allievi.

In tutto il nostro mondo “civile” scorre sempre sangue. Dalla primavera slovena alla primavera araba … nella torturata mezzaluna fertile … nell’Africa perenne terra di conquista al soldo di qualche corona o di qualche mostrina per squallidi e criminali affari di soldi … nel lontano oriente. SANGUE.

L’elenco è agghiacciante a volerlo ripercorrere. Sangue così bello e rosso da doverlo tenere ben protetto nei nostri vasi sanguigni e ben celato a sguardi obliqui, che più d’ogni altra cosa a vedersi ti racconta che lì c’era vita.

Strappata via, insieme col sangue, dal corpo. E allora c’è chi fugge, con la SPERANZA di SALVARSI, cercando scampo e umanità lì dove sembra offrirsi vita nova, come un miraggio nel deserto. E per folle di sopravvissuti la speranza di salvarsi, dopo fughe affannose e disperate, tempeste di mare, momenti di terrore che solo immaginarli agghiaccia chiunque abbia pochi grammi di sensibilità, si spegne nei “centri d’accoglienza”, nei campi che spezzano la schiena, nello sfruttamento più screanzato, negli stupri e nelle violenze quotidiane materiali e non-materiali.

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La piazza tra manganelli e cacciatori di consensi

landini

di Andrea NOBILE


Le scorribande dell’allegro comandante fiorentino coi calzoni alla zuava non vengono fermate da nulla e da nessuno.
Ciò che deprime è che non è per suo solo merito, ma anche e soprattutto per demerito altrui.
Le manie di protagonismo e la conta compulsiva del consenso da parte degli ipotetici oppositori la fa da padrona.
E’ evidente che il berlusconismo abbia fatto più proseliti di quanto si temesse. Siamo in preda a desideri di uomini della provvidenza, siano essi leader assoluti o novelli subcomandanti di minoranze e garbate opposizioni, seguiamo quasi tutti i proclami e le acrobazie di qualche capoclan.

La piazza del 25 ottobre che nell’immaginario collettivo poteva essere (doveva essere!) un momento di svolta e di rivolta, pare trasformarsi in una resa dei conti tra le varie anime di una sinistra affamata più di voti che di ideali. Continua a leggere

Ad nutum (Io so e ho anche le prove)

handsworker

di Gianni MARCHETTO

Era prima della Legge 300 del maggio ’70 (Statuto dei diritti dei lavoratori) e bastava un cenno (“ad nutum”) del “caporale” perché il bracciante dovesse lasciare il campo. Bastava una “soffiata” al capo per aver partecipato ad una riunione di partito o di sindacato per dover lasciare il posto di lavoro.

• Io so chi fece finire questa storia: un giovane magistrato di nome Guariniello nel 1969
• Io so che l’art. 18 è un pretesto
• Io so che Marchionne mente, perché ha chiuso lo stabilimento di Termini Imerese dicendo che è troppo lontano dai luoghi di vendita, dopo di che tra due anni a Mirafiori ha intenzione di produrre due SUV da commerciare..negli Stati Uniti!
• Io so che la libertà di pensiero, la libertà sindacale, non è la vera minaccia per lo sviluppo del paese e Barozzino, Lamorte e Pignatello dovrebbero rientrare in fabbrica alla FIAT di Melfi così come ha deciso il giudice
• Io so che non riconoscere il valore del lavoro come possibilità di trasformazione e di ricchezza, è la vera minaccia
• Io so che è anticostituzionale cacciare fuori dalle fabbriche della FIAT la FIOM che è il più grande sindacato industriale, solo perché non è d’accordo con Marchionne
• Io so che la corruzione, è la vera minaccia
• Io so che non fare ricerca impedisce la crescita
• Io so che la “tecnica” se non affiancata all’esperienza concreta della vita, è impotente
• Io so che rinunciare alla qualità della scuola, dell’Università, della cultura, della salute, è la vera minaccia
• Io so che puntare tutto sulla sola finanza, è la minaccia
• Io so che rinunciare al futuro di quelli che verranno, è la vera minaccia
• Io so che rinunciare all’uguaglianza, ai diritti di uomini e donne, è la vera minaccia
• Io so che l’ignavia e l’arroganza del potere, in qualunque forma si presenti, è la vera minaccia
• Io so che la volontà di potenza senza progetto, è la vera minaccia
• Io so che stiamo andando verso il tramonto di quel pensiero occidentale per cui si produce solo per continuare a consumare
• Io so che devo ripartire dall’imparare le categorie della rigenerazione
• Io che mentre Valletta (ai miei tempi) guadagnava 40 volte più di me (operaio FIAT) lui, il Marchionne, guadagna 400 volte più dei suoi operai
• Io so che mentre i lavoratori messi in CIG dovranno tirare a campare con ca. 800 euro/mese il sig. Marchionne ha comperato all’inizio di Febbraio due case nella contea di Oakland a nord di Detroit, costo complessivo: ca. 5 milioni e mezzo di dollari. La prima abitazione è di 9.300 mq. È costata quasi 4 milioni di dollari. La casa ha 6 stanze da letto, 6 soggiorni con camino e un garage per 4 vetture. Nel giardino di 2 acri (ca. 8.000 mq.) vi è una piscina.
• “fino a quando una persona potrà girare la testa da un’altra parte per non sentire, per non vedere”?
• Io so che non si possono trattare le persone: “come vuoti a perdere”
Io so che è tempo di rivolta, che ribellarsi è sempre giusto

Il grande baco della Sinistra. Organizzazione o rappresentanza?

sciopero

Una nota di Gianni MARCHETTO

[Ex operaio FIAT ed ex funzionario sindacale FIOM alla Mirafiori. Attualmente Presidente dell’Associazione Esperienza & Mappe Grezze – http://www.unitadibase.altervista.org – ha avuto l’incarico di assessore alla politiche Sociali e alla Partecipazione del Comune di Venaria Reale – TO]

(Questa riflessione è il frutto di una discussione che da parecchio tempo vado facendo con il mio amico, socio, compagno Enrico Mana con il quale dividiamo un impegno molto complesso nella traduzione del Piano Regolatore Sociale di Venaria in una “piattaforma sociale”).

Premessa
Un baco si aggira nelle teste di parecchi comunisti, ex comunisti e varia sinistra: è il baco della “rappresentanza elettorale” a qualsiasi costo, in qualsiasi maniera.
Un problema per molti comunisti, compreso il sottoscritto che però ne ha coscienza e consapevolezza e quindi il baco lo può tentare di tenere a bada: chi ha coscienza di sé è a metà dell’opera, diceva il saggio.

“Rappresentanza elettorale” è un obiettivo che nel nostro periodo può significare il contrario di ciò che per decenni, dagli albori del movimento operaio ai giorni nostri, ha voluto essere: la rappresentanza degli interessi delle classi meno abbienti nei palazzi della rappresentanza e del potere, da un consiglio comunale fino al parlamento. Ed infatti significa, purtroppo, rappresentanza di meri interessi cetuali o corporativi. Quando non legati alla mera capacità clientelare del candidato.

A tutt’oggi a me pare che il quesito da porsi sia il seguente: rappresentare o organizzare? E non li metto uno in alternativa all’altro: però bisogna decidere da cosa partire.

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Il mio Primo Maggio

Mio padre

Al lavoro

di Ivana Fabris

Guardate bene questa foto e imprimetevela nella mente perchè racconta un pezzo di storia italiana, quella del lavoro, quella del sindacato, quella di un mondo che ha cambiato questo Paese rendendone più dignitosa la vita, quella che ha consentito a tutti noi di essere riconosciuti come persone e non solamente come forza lavoro, quella che l’ha fatto progredire non solo economicamente ma anche umanamente.

In questa immagine è ritratto mio padre (il primo a destra), qui fotografato coi suoi colleghi di lavoro in un cantiere della Metropolitana Milanese quando si apprestavano a realizzare il tratto della Linea 1, la linea rossa, all’altezza della fermata che poi fu ribattezzata “Amendola-Fiera”.
È particolarmente il giorno del 1º Maggio che il pensiero va a mio padre. Mio padre come lavoratore,  ma soprattutto come persona che si impegnò nel sindacato fino al suo ultimo giorno di lavoro, che partecipò attivamente alle lotte sindacali degli anni più difficili, quelli più caldi, quelli che cambiarono un intero Paese anche per le generazioni future, anche se cambiarlo costò un prezzo altissimo a molti di loro che, spesso, persero la loro stessa occupazione come ritorsione per il loro impegno sindacale e politico. Mio padre fu tra questi e non una sola volta.

La loro ‘coscienza di sfruttati’ li spinse a lottare credendo fermamente che una vita migliore potesse essere possibile.
Era una generazione di persone che avevano attraversato una guerra, che avevano vissuto la clandestinità per liberarsi dall’oppressione nazi-fascista ma tale era la loro volontà di costruire un mondo migliore, un mondo giusto, di luce e libertà, che malgrado quella sofferenza fosse appena dietro le loro spalle, non esitarono a lottare ancora, a dare tutto ciò che avevano e potevano e che significava, di nuovo, dare pezzi importanti di vita.

Oggi osserviamo questa immagine quasi come se fosse un pezzo di archeologia perchè questi ultimi trent’anni son serviti a smantellare un’altra volta il mondo del lavoro: prima contadini, poi operai, successivamente impiegati e ogni passaggio ha costruito una sua propria rimozione della memoria di ciò che siamo stati.
E oggi?
Oggi non sappiamo più chi siamo, non abbiamo più identità politica e quindi anche sindacale, fatto salvo alcune ‘sacche di Resistenza’ che ancora residuano ma a cui molti italiani guardano quasi con tenerezza.

Eppure proprio oggi ci sarebbe un estremo bisogno che quegli uomini qui ritratti, tornassero e ci raccontassero il loro tempo, che ci rendessero consapevoli di quanto il nostro percorso sia un cammino a ritroso verso le condizioni da cui erano partiti loro, che ci facessero ritrovare quella forza di alzare la testa e dire un NO fermo, inappellabile, al processo di annientamento che viene di continuo perpetrato nei confronti dell’occupazione e di tutti quei diritti conquistati col sangue e il sudore di chi li ha ottenuti. Che ci facessero ritrovare la coscienza di appartenere con orgoglio alla classe dei lavoratori.

Oggi, soprattutto oggi, 1º Maggio 2014, a mio padre e a tutte quelle donne e quegli uomini che ci han consentito di godere di una vita quanto più degna di definirsi tale, voglio dire grazie e affermare che non dimenticherò, che non dimenticheremo chi siamo e che la loro memoria non morirà mai.

Ricordiamo Antonio Gramsci

La Lapide di Antonio Gramsci

La Lapide di Antonio Gramsci presso il Cimitero acattolico di Testaccio, o “Cimitero degli Inglesi” Roma

 

Il 27 Aprile 1937 muore Antonio Gramsci.
Sono passati 77 anni. Per onorare la sua memoria vogliamo ricordarlo con due sue frasi.

Una, da uno scritto del 1916, in Sotto la mole, Einaudi, Torino, 1964, p. 228, citato in Aldo Capitini, Azione nonviolenta, marzo-aprile 1964.

Dei fatti maturano nell’ombra, perché mani non sorvegliate da nessun controllo tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora. E quando i fatti che hanno maturato vengono a sfociare, e avvengono grandi sventure storiche, si crede che siano fatalità come i terremoti. Pochi si domandano allora: «se avessi anch’io fatto il mio dovere di uomo, se avessi cercato di far valere la mia voce, il mio parere, la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?».

L’altra da Democrazia operaia, L’Ordine nuovo, 21 giugno 1919.

Dire la verità, arrivare insieme alla verità, è compiere azione comunista e rivoluzionaria.

E invitiamo tutti i nostri lettori a visitare la pagina Facebook dell’Università Popolare “Antonio Gramsci”

La civetta e la sentinella

Walter-Tocci1

 

 

 

 

 

 

La civetta e la sentinella. Ragioni e passioni della sinistra di Walter TOCCI
la postfazione del libro di Walter Tocci “Sulle orme del gambero” (edito da Donzelli)

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C’è un verso di Hölderlin che mi accompagna da tanto tempo:

Ho vissuto una volta

Come gli dei: e di più non occorre.

Mi è capitato di dimenticarlo in diversi periodi della vita, ma poi è accaduto che mi tornasse in mente nei momenti più imprevedibili, come una folgorazione, ogni volta con risonanze diverse e pur sempre adatte alla situazione mutata nel mio animo o nel mondo. È stato il primo pensiero quando ho deciso di scrivere queste pagine. Così sono andato a riprendere Le liriche nella bella edizione Adelphi, turbata da pieghe e sottolineature inserite a suo tempo proprio per non dimenticare.

Nostalghia: scherzo della traduzione o del ricordo?

Un imprevisto, però, ha messo in discussione la mia interpretazione, almeno come l’avevo immaginata fino a quel momento. Il verso era scritto al tempo futuro:

Avrò vissuto un giorno

come gli Dei, e più non chiederò.

Ma come è possibile? È un dolore grandissimo scoprire che il verso tanto amato non è mai esistito, che la connessione spirituale con il poeta era infondata, che tante suggestioni erano invenzione, non poesia. Il primo moto è stato di dare la colpa a uno scherzo della mia memoria. Poi, però, ho cominciato a dubitare della traduzione, finché è uscita fuori l’edizione Einaudi degli anni cinquanta, nella bella versione di Giorgio Vigolo, con il verso al passato, nonché, bisogna dirlo, in perfetta corrispondenza con l’originale tedesco. Ne ricordavo perfettamente ogni parola, ma avevo dimenticato quella edizione, soppiantata nelle mie letture dalla successiva Adelphi.

Bisogna prendere questi incidenti di lettura come segni inviati dal cielo. Il tema, allora, è come leggere quel verso contemporaneamente al passato e al futuro, come trasformare una forzatura del traduttore in un punto di vista altrettanto legittimo della parola hölderliniana, come rimanere in bilico senza mai confessare se è stato uno scherzo della traduzione o della memoria.

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