Voglia di pace

risiko

di Vincenzo G. PALIOTTI

Sono tre giorni che sono bloccato, scioccato, cercando di scrivere qualcosa per esprimere il mio stato d’animo su quanto è accaduto a Parigi.

E’ difficile perché sono tante le emozioni che mi ha provocato quella strage, ma penso anche a quanto è accaduto a Beirut, e sta avvenendo in Siria, e contro il popolo curdo, a quello che ogni giorno avviene in Palestina e mi rendo conto come sia triste fare discriminazione anche in queste circostanze, considerando una più importante dell’altra solo perché una provocata nel cuore della cosiddetta civiltà ed un’altra in posti dove, secondo alcuni, è da considerarsi quasi “normale”, tanto normale da non costituire più nemmeno notizia.

Ma non siamo noi quelli della “Livella” di Totò che spesso tiriamo fuori per ricordare a tutti che la morte rende uguali? Che è l’unico atto di giustizia sul quale possiamo contare perché questa “tratta” alla stessa stregua il potente, il ricco, il prepotente e il povero, il negletto, il diverso? Dove è finito quindi tutto questo?

Io non l’ho trovato in questi due giorni se non da parte di chi ha veramente capito che la tragedia non era solo quella di Parigi, che non appartiene solo ai francesi o a noi perché hanno “violato” la nostra civiltà: quando si tratta di violenza non c’è posto al mondo dove questa può essere giustificata o addirittura considerata “quasi normale”.

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A proposito di quattro Novembre, di identità, di grigio. E della politica come servizio.

faccialanger

di Michele RAVAGNOLO

Dà da pensare, tutto questo quattronovembrare sottotraccia eppure chiaro, “banalmente retorico” senza che quasi nessuno senta più il bisogno di tirare il freno. Di ricordare quanto siano ambigue parole come “patria” e “vittoria”, di dire che fu un massacro, o che i contadini e gli operai in uniforme verde come in uniforme grigioazzurra avevamo molto di più in comune fra loro (lingua compresa, spesso) che non con chi a tratti di matita sulle carte e a previsioni di bilancio li mandava al macello.

E siccome sono nato su un confine, a cavallo di molti grigi e sapendo che chi li pretende bianchi e neri, mente per interesse, nel sole di novembre e nelle foglie in giardino trovo un filo sottile con casa mia. Mi chiedo cosa sia, casa mia. Visto che è quel massacro ad avermi fatto nascere lì.

L’immagine è un luogo preciso, dove riposa una delle persone che più hanno tentato di rimettere assieme i cocci di tutto quel furioso tracciar frontiere e renderle impermeabili per spostarle avanti e indietro a forza.

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4 novembre: io non festeggio, ricordo con rabbia e con dolore

guerra

di Matteo SAUDINO

Il 4 novembre 1918 terminava la grande guerra degli italiani. Con oltre 600.000 morti, milioni di feriti, migliaia di orfani e vedove l’Italia pagava a caro prezzo la sciagurata partecipazione ad un conflitto figlio delle politiche imperialiste e nazionaliste dei principali stati europei e di un capitalismo industriale e militare violento e aggressivo.

Milioni di contadini e operai, che nei singoli paesi stavano lottando contro il barbaro sfruttamento del lavoro portato avanti da padroni senza scrupoli, furono mandati ad uccidersi reciprocamente al fronte in trincea, trasformando così la verticale ed emancipatoria lotta di classe tra sfruttati e sfruttatori in una guerra orizzontale tra popoli e lavoratori.
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Bombe ad Ankara: stanno uccidendo la pace

killpeace

di Luca SOLDI

Ad Ankara stanno per uccidere, ancora una volta, la pace. E per farlo hanno ucciso quasi cento persone – 250 sono rimaste ferite – della grande folla umana che chiedeva: “pace, lavoro, democrazia“. Sono questi i valori sotto il fuoco nemico in tutto l’Occidente.

Le due esplosioni che si sono succedute sono il segno di quanto sia potente e devastante il muoversi insieme nel nome della Pace. Ancora una volta corpi di giovani, di uomini e donne che volevano gridare forte “PACE, LAVORO, DEMOCRAZIA”.

Le due esplosioni si sono verificate quando diverse persone si erano radunate sul posto per una marcia per la pace che aveva anche l’obiettivo di protestare contro l’escalation di violenza nelle regioni curde della Turchia. Al corteo stavano già arrivando migliaia di partecipanti.

Suat Çorlu, vicepresidente del partito filocurdo Hdp e Selahattin Demirtas, leader dello stesso partito che ha conquistato il 13% alle precedente elezioni politiche non hanno dubbi: “La manifestazione per la pace è stata organizzata da civili. Tante persone, provenienti da città diverse, hanno preso parte all’iniziativa. Ecco, questo tipo di manifestazioni sono oggi pericolose perché è difficile controllarle”.

 

“E’ evidente che dietro l’attentato di Ankara sia dietro quello di Suruc (dello scorso 20 luglio) ci sia l’Akp – ha affermato a Il FattoQuotidiano Suat Çorlu– vogliono aumentare la paura nelle persone, paura che loro stessi hanno creato, e dare come unico antidoto la vittoria del loro partito alle prossime elezioni. Questa è la loro propaganda.” Si ferma, alza il tono di voce e poi attacca l’Akp senza mezzi termini: “La loro campagna elettorale è sporca di sangue. Erdogan sta utilizzando le bombe per fini elettorali, per riprendere il potere assoluto in Parlamento. Ma non ce la farà neanche questa volta”.

Intanto, il PKK ha deciso il “cessate il fuoco” unilaterale in relazione alle aggressioni del governo turco.

Una domanda.

Cosa succederà quando in tutta Europa i popoli grideranno in piazza: “PACE, LAVORO, DEMOCRAZIA”?

Le bugie, le promesse da scout, e tredici miliardi di euro per quelle inutili macchine volanti

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di Luca SOLDI

Evidentemente, non si è tenuto conto che certe bugie hanno le gambe corte poiché fino all’ultimo si è negato l’innegabile. Si sono “dimenticate” le promesse. Si, perché si è andati ben oltre al fatto di nascondere la informazioni circa una delle questioni che la Sinistra (quello che ne rimane), le Associazioni, i Movimenti pacifisti hanno sempre considerato fondamentali: lo scellerato acquisto, in questi tempi di recessione, dei costosissimi e sfortunatissimi F35. Quei “gioielli”, della scienza e della tecnica applicati all’arte militare. Quelle “macchine volanti” piene di difetti e di sistemi di controllo inestricabili e malfunzionanti. Quel concentrato di tecnologia, di scienza votata ad una tattica di guerra che oggi, al tempo dell’Isis, appare improbabile e solo degna, probabilmente, di qualche costosissimo war-game.

Avevamo, per qualche tempo, sperato che non trovando traccia degli F35 nel famoso Libro Bianco della Difesa, uscito poche settimane addietro, dove si espone il piano degli investimenti e dei progetti della galassia militare, la questione fosse stata, per davvero, accantonata o perlomeno ridimensionata drasticamente. Qualcuno aveva anche creduto alla parola da scout del Presidente del Consiglio, che ricordiamo perfettamente, ebbe a dire ai “lupetti” durante il raduno della Route 2014, a Pisa, nel Parco di San Rossore: “La più grande arma per costruire la pace non sono gli Eurofighter o gli F35, ma la scuola. Quando fai delle spese che sono inutili, per il gusto di buttare via i soldi, ti senti piangere il cuore“.

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24 maggio 1915. Il doloroso inganno della guerra

inganno

di Giovanni PUNZO

Sono trascorsi cento anni dal 24 maggio 1915. Le manifestazioni però – soprattutto in questi giorni, gravate dal fantasma dell’austerità e dal crisma dell’ufficialità –, stanno riversando anche un profluvio di luoghi comuni e banalità, prive del senso o delle interpretazioni che tutti attendono. Inutile d’altra parte cercarli nel quadro ufficiale perché le celebrazioni mai sostituiscono argomenti e ragionamenti, ma ne rappresentano semmai il punto di partenza.

C’è tuttavia da osservare – rispetto il trascorso centocinquantesimo dell’Unità d’Italia – che l’anniversario questa volta sembra più sentito, almeno a livello di curiosità, per la presenza di tante memorie familiari e collettive di un evento che rappresentò la vera nascita dell’Italia del XX secolo nella sua identità moderna. Parlando di Prima guerra mondiale soprattutto per il nostro Paese le domande restano sostanzialmente due: come e perché l’Italia entrò in guerra.

Dopo abili iperboli retoriche o aperte manipolazioni storiche, frutto dei regimi o delle tendenze culturali passate, sta emergendo con definitiva chiarezza l’aspetto principale: la maggioranza non voleva la guerra e fu trascinata lo stesso nel conflitto. Sappiamo che la regia, o meglio la ‘responsabilità’ dell’entrata in guerra, coinvolse solo pochissime personalità di alto rilievo: il re e due o tre ministri, appoggiati a loro volta da un confuso ed eterogeneo movimento interventista – molto attivo in piazza – che andava dalla sinistra rivoluzionaria ai nazionalisti, ma al cui interno agivano anche parte dei liberali, la quasi totalità della classe dirigente (industriali compresi), gli intellettuali e i giovani.

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