Siamo in una nuova era padronale legittimata dal basso

il-lavoro-e-dignita-1024x768

di Ettore Davide COSCIONE

Stiamo vivendo un regresso sociale continuo verso posizioni sempre più convintamente padronali, cioè sempre più ponendo gli interessi dei singoli, dei più forti – Totò avrebbe detto dei ” caporali” – al di sopra di quelli della comunità, intesa anche come l’insieme dei lavoratori, oltre che dei cittadini.

Quindi gli attacchi al sindacato sono, anche quando ragionevolmente meritati dalle sigle sindacali, un attacco all’idea di tutela e diritti della comunità lavoratrice.

La cultura che si sta ri-diffondendo è quella del “homo homini lupus”, per cui colui che è in posizione di dominanza, utilizza tutti i mezzi a disposizione per sfruttare la situazione a discapito di chi sta sotto.

Siamo in una nuova era padronale: non che essi non ci fossero e non esercitassero bene il loro potere  prima, ma oggi c’è una legittimazione da parte dell’ oppresso, da parte di chi sta sotto… per cui il padrone lo fa con l’idea di essere nel giusto, per carica “nobiliare” di superiore umano.

Un capo, un leader, un superiore (in responsabilità) di un’azienda – che sia un manager o un proprietario – dà le disposizioni di come un lavoro va fatto, se è necessario formerà il lavoratore, stabilirà il tempo preciso in cui il lavoratore presterà l’opera, stabilirà una paga e soprattutto pagherà.

Il padrone non è interessato solo al lavoro da fare, ma vuole averti a disposizione per ogni cosa, non vuole che tu sappia cosa, deve sentire il piacere del potere sulle tue braccia, vuole vedere il tuo volto gelarsi quando magari ti chiede cose non previste, nel tempo non prestabilito, non ti dice niente, non predispone… aspetta che tu ti “butti nella fatica”, per poi magari dirti : “ma che stai facendo, non si fa così”.

Il padrone vuole averti per un tempo non dichiarato, la paga può essere fissa  ma se il tempo non lo è, non lo è nemmeno la paga) e vuole pagarti quando lui decide di farlo.

Il ritorno all’era padronale straccia i contratti, straccia gli statuti dei lavoratori, elimina le regole non scritte sulla dignità del lavoratore, lo de-mansiona, lo controlla, lo spia ( così come il jobs act prevede) e tende a rendere estremamente precaria la propria posizione, in quanto , seppur lo chiami indeterminato, il lavoro nell’era padronale è completamente dipendente dalla tua capacità di venderti a quel sorriso padronale che ti comanda, come un servo dell’antica Roma.

Se non ti sottometti alla sua logica da ” farò di te quello che mi va” non andrai avanti nel lavoro, se non ti “butti nella fatica” avrai una stretta di mano derisoria e sarai cacciato senza pietà.

La cosa peggiore di questa “era culturale” è che i poveracci, i lavoratori, gli sfruttati, i derisi, gli schiacciati… si chiudono a riccio nel proprio mondo, nei propri interessi, c’è diffidenza e al posto di unirsi per creare una forza che si contrapponga al potere padronale, ci si divide e ci si adegua ad un destino ineluttabile di sottomessi del “Caro Padrone” magari ferendo e approfittando del collega lavoratore.

“Ognuno per sé”, questa la logica dell’epoca padronale legittimata dal basso.

 

(Pubblicato su Guardo Libero)

Annunci

Il mio Primo Maggio

Mio padre

Al lavoro

di Ivana Fabris

Guardate bene questa foto e imprimetevela nella mente perchè racconta un pezzo di storia italiana, quella del lavoro, quella del sindacato, quella di un mondo che ha cambiato questo Paese rendendone più dignitosa la vita, quella che ha consentito a tutti noi di essere riconosciuti come persone e non solamente come forza lavoro, quella che l’ha fatto progredire non solo economicamente ma anche umanamente.

In questa immagine è ritratto mio padre (il primo a destra), qui fotografato coi suoi colleghi di lavoro in un cantiere della Metropolitana Milanese quando si apprestavano a realizzare il tratto della Linea 1, la linea rossa, all’altezza della fermata che poi fu ribattezzata “Amendola-Fiera”.
È particolarmente il giorno del 1º Maggio che il pensiero va a mio padre. Mio padre come lavoratore,  ma soprattutto come persona che si impegnò nel sindacato fino al suo ultimo giorno di lavoro, che partecipò attivamente alle lotte sindacali degli anni più difficili, quelli più caldi, quelli che cambiarono un intero Paese anche per le generazioni future, anche se cambiarlo costò un prezzo altissimo a molti di loro che, spesso, persero la loro stessa occupazione come ritorsione per il loro impegno sindacale e politico. Mio padre fu tra questi e non una sola volta.

La loro ‘coscienza di sfruttati’ li spinse a lottare credendo fermamente che una vita migliore potesse essere possibile.
Era una generazione di persone che avevano attraversato una guerra, che avevano vissuto la clandestinità per liberarsi dall’oppressione nazi-fascista ma tale era la loro volontà di costruire un mondo migliore, un mondo giusto, di luce e libertà, che malgrado quella sofferenza fosse appena dietro le loro spalle, non esitarono a lottare ancora, a dare tutto ciò che avevano e potevano e che significava, di nuovo, dare pezzi importanti di vita.

Oggi osserviamo questa immagine quasi come se fosse un pezzo di archeologia perchè questi ultimi trent’anni son serviti a smantellare un’altra volta il mondo del lavoro: prima contadini, poi operai, successivamente impiegati e ogni passaggio ha costruito una sua propria rimozione della memoria di ciò che siamo stati.
E oggi?
Oggi non sappiamo più chi siamo, non abbiamo più identità politica e quindi anche sindacale, fatto salvo alcune ‘sacche di Resistenza’ che ancora residuano ma a cui molti italiani guardano quasi con tenerezza.

Eppure proprio oggi ci sarebbe un estremo bisogno che quegli uomini qui ritratti, tornassero e ci raccontassero il loro tempo, che ci rendessero consapevoli di quanto il nostro percorso sia un cammino a ritroso verso le condizioni da cui erano partiti loro, che ci facessero ritrovare quella forza di alzare la testa e dire un NO fermo, inappellabile, al processo di annientamento che viene di continuo perpetrato nei confronti dell’occupazione e di tutti quei diritti conquistati col sangue e il sudore di chi li ha ottenuti. Che ci facessero ritrovare la coscienza di appartenere con orgoglio alla classe dei lavoratori.

Oggi, soprattutto oggi, 1º Maggio 2014, a mio padre e a tutte quelle donne e quegli uomini che ci han consentito di godere di una vita quanto più degna di definirsi tale, voglio dire grazie e affermare che non dimenticherò, che non dimenticheremo chi siamo e che la loro memoria non morirà mai.