Estetica dell’antifascismo? Punto di vista di un antifascista

emilianomeloni

di Danny SIVO

L’antifascismo è una cosa seria e faccio fatica a parlarne su Facebook dove tutto viene frullato, digerito e metabolizzato.
Ieri l’antifascismo era notizia per la rumorosa contestazione a Giorgia Meloni a Bari con coda di polemiche su Michele Emiliano presente alla iniziativa che pare non abbia gradito. E’ seguita notizia e condivisioni: domani, temo non ne parlerà più nessuno.

Voglio condividere qualche riflessione controcorrente rispetto ai tanti a sinistra che hanno criticato il presidente della Giunta della Puglia.

Premessa: Per quanto mi riguarda, per essere antifascisti non è mai stato sufficiente essere “anti” ma occorreva “essere” anche qualcosa e quel qualcosa è quello che manca oggi. E non è un dettaglio. Non è colpa dei manifestanti, intendiamoci, ma se dobbiamo parlarne oltre i “tweet” ed i “like” lo dobbiamo provare a fare perbene individuando il “prevalente” delle nostre scarse e malmesse forze.

Innanzitutto dobbiamo ricordare che l’antifascismo, in Italia era fatto da esponenti di culture politiche organizzate in partiti: socialista, comunista, azionista, democristiano, liberale, repubblicano, ecc. Potremmo, anzi, dire che il fascismo è stata la risposta delle classi dominanti alla organizzazione in partiti delle masse popolari che chiedevano diritti ed avanzamenti sociali. Senza partiti che la organizzano, la democrazia, infatti, muore.
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2 Giugno. Onorare chi lottò per la Democrazia e la Repubblica e far vergognare chi le sta tradendo

2giugno

di Luca SOLDI

Quel 2 giugno votarono perché prevalessero i valori della Democrazia, dei Diritti, della Solidarietà, della Giustizia, della Rappresentanza Politica, libera ed eguale. Votarono in tanti, in un Paese anche allora diviso, ma convinto che si dovesse voltare pagina.

Dopo un conflitto che aveva portato alla luce quanto di peggio l’uomo potesse esprimere, si misero in fila, paziente ed orgogliosa che ogni singolo voto potesse incidere sul futuro di loro e delle generazione futuro. Votarono per la prima volta anche le donne che fino ad allora erano state tenute ad aspettare ai fornelli. Tutti insieme. Oggi non deludiamoli. Ricordiamoli tutti, uno per uno.

I vertici dei partiti politici dovrebbero invece vergognarsi delle condizioni in cui hanno ridotto la sensibilità al voto di un intero Paese. Nel modo un cui la partecipazione è stata sbeffeggiata.
Hanno vilipeso quella che è l’espressione massima, concreta e tangibile, di un consenso o un diniego all’operato svolto nel passato e una richiesta di consenso a quella che potrebbe essere una nuova prospettiva futura.

Dovrebbero vergognarsene, i nostri politici, una buona parte di loro, a maggior ragione, domani, proprio nella coincidenza del dibattito sul voto con il giorno della Festa della Repubblica.

Invece torneranno a parlare di altro perché quel 53,9 % in luogo del 64,13 della partecipazione al voto del 2010, suona come un affronto ad ogni azione e ad ogni discorso celebrativo.

Invece, nel pieno rispetto del sentimento qualunquistico che sembra pervadere quasi tutto, andranno oltre, preoccupati di magnificare il consenso ricevuto.

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Sinistra e PD. Un contributo d’analisi

di Carlo GALLI
[relazione presentata alla Riunione delle sinistre Pd 21 marzo 2015]

Quella che un tempo si sarebbe detta la ‘fase’ ci mostra in atto, con le imponenti migrazioni tra gruppi parlamentari, e con lo sbando della destra, la decostruzione del sistema partitico, caratterizzata da un’intensità analoga a quella del biennio 1992-94; e al contempo l’affermarsi di un soggetto quasi post-partitico, il Pd di Renzi, che occupa una posizione centrale nel sistema politico, e vi funge, oltre che da architrave, anche da scambiatore di persone, di carriere, di poteri, in una prospettiva neo-trasformistica. Parallelamente a questo concorrere degli interessi forti, e di parte di quelli diffusi, verso il centro del sistema, si manifestano segnali crescenti di esclusione, sia nell’area istituzionale – dove all’esterno del Pd e delle forze che in vario modo e grado ne dipendono (il centro e il centro-destra; ma anche Sel non ha larghe prospettive autonome) c’è solo una protesta (Lega e M5S) che per la sua mancata spendibilità politica rafforza il Pd stesso – sia fuori dalle istituzioni, dove i cittadini non votanti sono ormai la maggioranza. Non è dunque ancora risolta la questione dei partiti, ovvero della rappresentanza e insieme della partecipazione, apertasi un quarto di secolo fa.

Eppure in questa debolezza della politica – troppo includente e al contempo troppo escludente – c’è evidentemente una forza, resa tale sia dallo stato di necessità, sia dall’abilità politica del leader del Pd e del governo, sia dall’assenza di alternative praticabili – in termini di personale politico e di programma –.
Una forza che fa sì che l’attuale fase veda anche operarsi, sia pure con fatica e in modo non ancora compiuto, una trasformazione della democrazia italiana: l’Italia sta infatti assumendo una nuova forma politica.
Sia chiaro che non si tratta di una forma di per sé autoritaria: l’alternativa fra democrazia e autoritarismo appartiene alla cattiva scienza politica e alla pigra filosofia politica. Fra i due corni di quell’alternativa c’è in realtà un vastissimo spazio di sfumature e di posizioni, in cui l’Italia sta occupando il quadrante di una speciale “democrazia d’investitura rafforzata” – rafforzata, s’intende, da un evento non formalmente costituzionale come l’appoggio quasi plebiscitario che i poteri economici e mediatici (peraltro largamente coincidenti) offrono al leader.
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La democrazia della (s)fiducia

votare

 

di Francesco CIANCIMINO

 
[Francesco Ciancimino, studente di Scienze Politiche, laureato in Economia politica. Ex tesserato del PD, sinceramente Civatiano, oggi sostiene la lista L’Altra Emilia-Romagna. Opinionista politico in erba]

 

Quando parliamo di partiti e di rappresentanza politica, la nostra mente fa un collegamento automatico a simboli, facce, vicende significative e specifiche. I partiti sono quelli che vediamo in tv, che frequentiamo quando ci riuniamo a discutere, quelli che siedono in Parlamento e nelle assemblee legislative.
Ma cosa sono effettivamente i partiti? O meglio, cosa dovrebbero essere?

Il partito per definizione è un’organizzazione che tende a rappresentare una parte della società, poiché si suppone che la vita di una comunità democratica e plurale sia scandita dal confronto fra più parti, fra più soggetti, fra più portatori d’interessi.
La democrazia presuppone diversità, dunque partiti (e/o movimenti) che le rappresentino.
La diversità genera confronto, scontro politico, che sono ricchezza in democrazia, poiché la creazione di politiche efficaci dipende fortemente dal dibattito pubblico, in quanto si ritiene che le soluzioni non siano tutte nelle mani e nella mente di uno o di pochi. Continua a leggere

La piazza tra manganelli e cacciatori di consensi

landini

di Andrea NOBILE


Le scorribande dell’allegro comandante fiorentino coi calzoni alla zuava non vengono fermate da nulla e da nessuno.
Ciò che deprime è che non è per suo solo merito, ma anche e soprattutto per demerito altrui.
Le manie di protagonismo e la conta compulsiva del consenso da parte degli ipotetici oppositori la fa da padrona.
E’ evidente che il berlusconismo abbia fatto più proseliti di quanto si temesse. Siamo in preda a desideri di uomini della provvidenza, siano essi leader assoluti o novelli subcomandanti di minoranze e garbate opposizioni, seguiamo quasi tutti i proclami e le acrobazie di qualche capoclan.

La piazza del 25 ottobre che nell’immaginario collettivo poteva essere (doveva essere!) un momento di svolta e di rivolta, pare trasformarsi in una resa dei conti tra le varie anime di una sinistra affamata più di voti che di ideali. Continua a leggere

Qualcuno E’ ANCORA di SINISTRA

Unità 2

 

di Ivana FABRIS e Massimo RIBAUDO

Difficile pensare che la scelta di non salvare l’Unità non contenga un preciso simbolismo.
In questo passaggio della nostra storia repubblicana, chiudere il giornale fondato da Antonio Gramsci -che è sempre stato l’organo di stampa del Partito Comunista Italiano e della sinistra storica- ci appare come un chiaro e inequivocabile messaggio.

La sinistra italiana, così come l’abbiamo sempre conosciuta, a tutti gli effetti non esiste più e chiaramente non esiste più il suo partito.

A questa argomentazione qualcuno (anzi, più di qualcuno) oppone che siano cambiati i tempi, che quel modo di essere sinistra è superato, che una sinistra concepita come la impostò Bordiga prima e fino a Berlinguer poi, non avrebbe senso oggi.
E in virtù di questo, una volta di più, si cede alla narrazione che induce a buttare il bambino insieme all’acqua sporca. Uno sport molto praticato nel nostro Paese che della manipolazione è vittima e complice.

E’ indubbio che la sinistra di Enrico Berlinguer oggi non avrebbe significato, ma alienare progressivamente, nell’immaginario degli italiani, cosa voglia dire essere di sinistra ed essere una sinistra di azione oltre che di governo (non ci stiamo confondendo, oggi ci riteniamo una sinistra di governo ma nell’azione siamo altro) è una scelta voluta e determinata da tempo, proprio per scardinare una forma mentis esistente nella base elettorale e militante della sinistra stessa da quasi un secolo.

Guardando i fatti, difficile non pensare che esista un progetto preciso che mira ad un cambiamento antropologico e ci teniamo a sottolineare, anche, che sia ora di smettere di tacciare di complottismo chiunque osi fare un minimo di analisi dei fatti.
Occuparsi di politica seriamente, richiede soprattutto analisi e visione e spacciare per complottista chi si permette di farla, significa prestare il fianco a chi vuole che nella massa non ci sia pensiero critico.

A nostro modo di vedere, il Pd sta sistematicamente dimostrando che si vuole a tutti i costi una gestione condivisa del potere, che si vuole instillare a goccia lenta, affinchè rimanga scolpito per sempre nella mente degli italiani, il concetto che destra e sinistra siano uguali.
Domandarsi il perchè non solo è il minimo richiesto quando ci si occupa di politica, ma è doveroso.
Quindi ci rivolgiamo a tutti voi: perchè si vuole annullare una differenziazione così essenziale e oggettivamente presente tra l’essere di destra e l’essere di sinistra?

Ma non solo. In un paese democratico, la presenza di una forza di destra e di una di sinistra, è connaturata al processo democratico.
Perchè si vuole con ogni mezzo alterare questo equilibrio annullando le differenziazioni e andando continuamente verso un Partito Unico della Nazione, come sta accadendo ormai da anni?

Ci preme molto che si apra un dibattito in merito tra di noi.
Ognuno può dare un suo contributo. Ovunque: tra la gente, in famiglia, con i propri amici e conoscenti, nei circoli Pd, in rete, in qualunque luogo esista uno spazio di discussione e, laddove non ve ne sia, crearlo.

E’ il momento di parlare e parlarne senza avere più paura delle parole, se non vogliamo essere complici di questo progetto.
E’ il momento del coraggio, quel coraggio che ha sempre contraddistinto la gente di sinistra.
Chiunque si ritenga ancora tale, a questo punto sa quale sia il suo dovere civile e politico.

(foto dal web)