Italia, ricorda

italiaricorda

di Claudia BALDINI

L’Italia dopo la prima guerra mondiale era nel caos, e anche la politica era andata in frantumi. Giolitti non era stato in grado di opporsi alla guerra – si, l’avevamo vinta, dicevano -, ma a quale spaventoso prezzo? – e ora i partiti italiani erano diventati ingovernabili persino per lui: la crescita del partito socialista e l’entrata della Chiesa in politica col partito popolare di don Sturzo avevano relegato i partiti liberali ad una parte politica sempre più piccola. Questo era un processo normale, secondo me, intanto la novità del suffragio universale maschile preludeva a partiti di massa, a quelli che potevano smuovere milioni di persone con la loro propaganda, e anche senza la guerra questo cambiamento si sarebbe realizzato probabilmente in modo civile.

Invece la prima guerra mondiale mise in crisi l’economia, fece vivere una terribile esperienza in trincea agli uomini, e fece fare una terribile figura alla democrazia italiana che non era stata in grado né di tenersi fuori dalla guerra (nonostante il parlamento fosse neutrale) né di vincerla in maniera decisiva.

La scalata di Mussolini avvenne quindi in questo contesto, in cui non c’era più nessuna fiducia nel governo democratico, c’era paura di una rivoluzione socialista, c’era miseria e scontento per la guerra.

Mussolini si presentò come la possibile soluzione di tutti questi problemi, come l’uomo che poteva riportare l’ordine e l’efficienza, risolvere la crisi, in uno slogan moderno: uscire dalla palude.

Il suo partito cambiò continuamente programma, passando dall’essere rivoluzionario e populista (chiedendo ad esempio la repubblica e la punizione di coloro che si erano arricchiti durante la guerra), nell’iniziale manifesto di San Sepolcro, al proteggere gli interessi dei ricchi, della monarchia e della Chiesa dopo aver preso il potere.

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Il vero errore di Renzi

Matteo, stai sbagliando

Matteo, stai sbagliando

di Nino CHILLEMI

Sono un iscritto di lungo corso del PD, appartengo ai tanti che non hanno votato Matteo Renzi alle primarie del 2012 e ai pochi che non lo hanno sostenuto a quelle del 2013, e, se potessi tornare indietro, gli preferirei di nuovo, rispettivamente, Bersani e Civati.

Non mi considero un anti-renziano per partito preso, ma posso dire in tutta tranquillità che cinque mesi fa le mie aspettative per il nuovo corso che il PD si apprestava a iniziare erano ben diverse: pensavo che Renzi, come aveva promesso nella campagna congressuale, si sarebbe prodigato per far approvare dal parlamento in tempi brevissimi una nuova legge elettorale (necessaria soprattutto dopo la pronuncia della Consulta sul porcellum) sostanzialmente maggioritaria, ma che, in netta discontinuità con quella ideata da Calderoli, si ponesse entro i confini della decenza oltre che dei principi sanciti dalla Costituzione.

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