…tu invece splendi

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di Ivana Fabris

Pier Paolo Pasolini è sempre stato una presenza importante nella mia vita.
Come ho già scritto in questo blog, ebbi modo, da ragazzina, di vivere in diretta il dolore della sua morte e, attraverso mio padre, anche di recepire un insegnamento che ha determinato la mia vita in modo inequivocabile: quello dell’avere il coraggio della verità.

Ma oggi non voglio parlare soprattutto di ciò che sia stato Pasolini come intellettuale marxista e finissimo pensatore, bensì vorrei parlare di lui come persona per quello che posso aver intuito attraverso le sue parole ma anche attraverso le sue espressioni, i suoi sguardi, i suoi sorrisi.
Era un essere umano incredibile ma viene troppo spesso definito visionario e anche profeta, concetti che non condivido affatto perchè ritengo che avere capacità di visione e di elaborazione, avere coraggio di vivere sino in fondo la tristezza che la consapevolezza lucida e persino aspra restituisce a chi ha la forza di guardare oltre ogni steccato, non rappresenti l’essere profeti ma semplicemente esseri viventi dotati sì, di grande intelligenza ma soprattutto di sensibilità.

Non mi riferisco a quel sentimento che spesso viene interpretato come una dominante femminile persino un po’ castrante, bensì a quella capacità di leggere ogni minimissimo aspetto della realtà, quella sorta di qualità che si affina nel tempo grazie all’intelligenza e grazie al saper amare ogni aspetto e forma della vita che ci circonda e ci appartiene. Ma soprattutto al saper elaborare ogni genere di vissuto, al saper essere sempre curiosi e attenti, al sapersi mettere in ascolto e in comunicazione attiva con tutto ciò che sta dentro e attorno a noi, al sapersi mettere in discussione e in relazione con quanto gravita nella nostra esistenza. Continua a leggere

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17 maggio 1973. Analisi linguistica di uno slogan

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di Pier Paolo PASOLINI

Il linguaggio dell’azienda è un linguaggio per definizione puramente comunicativo: i «luoghi» dove si produce sono i luoghi dove la scienza viene «applicata», sono cioè i luoghi del pragmatismo puro. I tecnici parlano fra loro un gergo specialistico, sì, ma in funzione strettamente, rigidamente comunicativa. Il canone linguistico che vige dentro la fabbrica, poi, tende ad espandersi anche fuori: è chiaro che coloro che producono vogliono avere con coloro che consumano un rapporto d’affari assolutamente chiaro.

C’è un solo caso di espressività – ma di espressività aberrante – nel linguaggio puramente comunicativo dell’industria: è il caso dello slogan. Lo slogan infatti deve essere espressivo, per impressionare e convincere. Ma la sua espressività è mostruosa perché diviene immediatamente stereotipa, e si fissa in una rigidità che è proprio il contrario dell’espressività, che è eternamente cangiante, si offre a un’interpretazione infinita.

La finta espressività dello slogan è così la punta massima della nuova lingua tecnica che sostituisce la lingua umanistica. Essa è il simbolo della vita linguistica del futuro, cioè di un mondo inespressivo, senza particolarismi e diversità di culture, perfettamente omologato e acculturato. Di un mondo che a noi, ultimi depositari di una visione molteplice, magmatica, religiosa e razionale della vita, appare come un mondo di morte.

Ma è possibile prevedere un mondo così negativo? E’ possibile prevedere un futuro come «fine di tutto»? Qualcuno – come me – tende a farlo, per disperazione: l’amore per il mondo che è stato vissuto e sperimentato impedisce di poter pensarne un altro che sia altrettanto reale; che si possano creare altri valori analoghi a quelli che hanno resa preziosa una esistenza. Questa visione apocalittica del futuro è giustificabile, ma probabilmente ingiusta.

Sembra folle, ma un recente slogan, quello divenuto fulmineamente celebre, dei «jeans Jesus»: «Non avrai altri Jeans all’infuori di me», si pone come un fatto nuovo, una eccezione nel canone fisso dello slogan, rivelandone una possibilità espressiva imprevista, e indicandone una evoluzione diversa da quella che la convenzionalità – subito adottata dai disperati che vogliono sentire il futuro come morte – faceva troppo ragionevolmente prevedere.

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La ciclicità storica delle tragedie

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di Marcello COLASANTI

Studiando la storia e le sue tragedie, penso che ognuno di noi avrà pensato almeno una volta:
“Ma com’è possibile che sia accaduto tutto ciò?”
“Le persone come hanno fatto a non rendersi conto di quello che stava succedendo?”
“Perchè l’hanno permesso?”

Le tragedie storiche vengono sempre approcciate con lontananza, magari anche con un coinvolgimento emotivo in alcuni soggetti, ma come qualcosa temporalmente e mentalmente distante; cose “di tanto tempo fa”, cose di quando “c’era un’altra mentalità”.

Ma le persone di “tanto tempo fa”, con la loro “altra” mentalità, non sono in realtà cosi distanti e diversi da noi e non si accorsero meno di quanto noi, oggi, ci accorgiamo di ciò che sta accadendo; non furono più complici e colpevoli di quanto lo siamo noi.

Gli avvenimenti odierni ci suggeriscono proprio questo; la “massa” non comprende la pericolosità di ciò che sta accadendo, ma non solo nella morte stessa che già basterebbe, ma nelle menti, nelle reazioni, nelle “soluzioni” che la gente pensa e vorrebbe.

Poco importa che una data situazione si sia creata anche per colpa loro, che qualcuno fugge da qualcosa che lui ha creato, l’attaccare e destabilizzare continuamente aree per il mantenimento di un’egemonia forzata; soprusi antichi, ma sempre uguali…

Ma chiaramente questo non è stato creato “da lui”, il cittadino tedesco, ungherese, italiano, francese, che si sveglia la mattina per lavorare, ma da chi lo rappresenta, o meglio, comanda. Una persona pensante che comprende e ricorda le azioni di chi lo comanda, non attaccherebbe il disgraziato, chi è dietro di lui, chi è costretto a scappare, ma se la prenderebbe con chi ha costretto quel qualcuno a scappare… Ma se questa “massa” non conosce la realtà, perchè l’unica di cui dispone è quella misitificata, oppure non la ricorda (per sua colpa), ecco l’occasione d’oro da parte dei veri colpevoli di rafforzare la propria posizione, girando le colpe dall’alto, verso il basso. Quando un operaio se la prende per la propria condizione con un poveraccio, è il capolavoro delle classi dominanti.

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Il razzismo, gli italiani. E la sinistra?

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di Riccardo ACHILLI

Il non stupefacente recente sondaggio che mostra come gli italiani siano i più razzisti d’Europa ha riaperto un dibattito lunghissimo sulla natura presuntamente “razzista” del nostro popolo. Dibattito che si intreccia con quello sulla natura “fascista” degli italiani, ovviamente correlando il fascismo con un substrato culturale razzista.

Il che in realtà, per il fascismo italiano delle origini, cioè prima dell’emanazione delle leggi razziali, fortemente indotta dalla Germania, non è vero. Il razzismo alla “faccetta nera” nei confronti delle popolazioni africane era un elemento comune a tutti i Paesi europei colonizzatori dell’epoca, persino quelli a democrazia liberale, ne costituiva la giustificazione ideologica, ed il fascismo delle origini non aveva una base eugenetica, a differenza del nazionalsocialismo.

Personalmente non credo ad una natura intimamente razzista o fascista degli italiani, che li differenzierebbe dagli altri popoli. Le ricostruzioni in merito (ad es. si veda il “Processo a Mussolini” di Pavolini, che addirittura chiama in causa Dante e Machiavelli per cercare di dimostrare una vena criptofascista nella cultura italiana) non sono convincenti, non sono contestualizzate, e sembrano perlopiù molto faziose. Il razzismo, inteso come paura ed odio del diverso, è un elemento patologico presente nelle strutture difensive dell’Io nevrotico di ogni uomo. Assurge ad elemento socialmente rilevante quando le condizioni materiali e di classe della società lo consentono.

Così come la nascita del fascismo in Italia fu causata principalmente da un elemento materiale, ovvero il basso livello di sviluppo della borghesia nazionale in un Paese in cui la rivoluzione industriale non si era manifestata, in condizioni di un’economia ancora prevalentemente agraria dove la classe dei piccoli proprietari agricoli era ancora molto forte, un elemento cioè di sottosviluppo economico e sociale che non consentì alle classi dirigenti del Paese di veicolare dentro meccanismi democratici le contraddizioni di classe che si palesavano con la fortissima crescita dei movimenti socialisti, comunisti ed anarchici del nascente proletariato, così anche il razzismo italiano del dopoguerra (iniziato con il razzismo del Nord nei confronti degli immigrati meridionali nella fase del boom industriale, e poi deviato progressivamente verso gli zingari, poi verso gli stranieri in generale) deriva da condizioni sociali e materiali: la natura caotica del boom industriale in un Paese che non aveva ancora cementato completamente un sentimento nazionale, l’esigenza del padronato di sfruttare e “sradicare” le nuove leve di manodopera industriale dalle radici contadine e meridionali, per integrarle dentro la nuova società industriale e metropolitana (che poi assunse anche toni grotteschi, si pensi al personaggio che ha reso famoso l’attore Diego Abatantuono, ovvero l’immigrato meridionale che cerca disperatamente di integrarsi dentro la cultura popolare milanese).
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Il Paradiso può attendere

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di Manuela PASQUARELLI

1971. “La classe operaia va in paradiso”. Occhio implacabile di Elio Petri. Il secondo film della cosidetta Trilogia della nevrosi. Orda di polemiche. Critiche feroci, da tutti, nessuno escluso.

Una spietata satira durissima da vedere. E da ricordare. Era la mattina degli anni di piombo, preannunciati dall’ alba livida della strage di Piazza Fontana, che tronfia e orribile marciava per la sua strada immonda. Quel che ne è seguito, a chiusura del secolo breve e nell’affaccio al nuovo millennio, altrettanto disumano e violento, apparentemente lontano ed estraneo agli yuppies emergenti elevati a modelli di vita “nova”. E ai loro seguaci et allievi.

In tutto il nostro mondo “civile” scorre sempre sangue. Dalla primavera slovena alla primavera araba … nella torturata mezzaluna fertile … nell’Africa perenne terra di conquista al soldo di qualche corona o di qualche mostrina per squallidi e criminali affari di soldi … nel lontano oriente. SANGUE.

L’elenco è agghiacciante a volerlo ripercorrere. Sangue così bello e rosso da doverlo tenere ben protetto nei nostri vasi sanguigni e ben celato a sguardi obliqui, che più d’ogni altra cosa a vedersi ti racconta che lì c’era vita.

Strappata via, insieme col sangue, dal corpo. E allora c’è chi fugge, con la SPERANZA di SALVARSI, cercando scampo e umanità lì dove sembra offrirsi vita nova, come un miraggio nel deserto. E per folle di sopravvissuti la speranza di salvarsi, dopo fughe affannose e disperate, tempeste di mare, momenti di terrore che solo immaginarli agghiaccia chiunque abbia pochi grammi di sensibilità, si spegne nei “centri d’accoglienza”, nei campi che spezzano la schiena, nello sfruttamento più screanzato, negli stupri e nelle violenze quotidiane materiali e non-materiali.

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Noi. 25 Aprile

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Postiamo questo brano scritto da Rosario Campanile, un bravissimo blogger che qui racconta un pezzo di tutti noi.
Noi, il 25 aprile, una data di tutti.
Ognuno con le sue speranze e le sue disillusioni, noi che non smettiamo di credere che la Resistenza non sia mai finita.

La Redazione di Essere Sinistra


 


La storia siamo noi, siamo noi padri e figli, siamo noi, bella ciao, che partiamo.

(Francesco de Gregori)

Le nostre facce sono piene di rughe.
Ciascuna ha una storia, un motivo, ognuna ricorda un momento, lo fissa per sempre sulla nostra pelle.
E una volta che si è fermata, non se ne va più.
Ormai, i più giovani tra di noi, quelli rimasti, hanno passato gli ottanta, e gli anni si fanno sentire tutti, ve lo giuro. La schiena che si ricurva, le ossa che si fanno farina, lo stomaco che ragiona per conto suo, i mille malanni quotidiani che affliggono l’esistenza, e che al momento stesso ci ricordano che siamo vivi.
Eppure c’è stato un tempo in cui i dolori si sopportavano con il sorriso, un’epoca nella quale scattavamo in piedi senza nemmeno pensarci, dove i nostri denti erano bianchi, gli occhi lanciavano fiamme.

Mi guardo allo specchio ogni mattina, provo a farmi la barba, anche se la mano trema, ci tengo a essere in ordine,
Mi lavo con cura, quando siedo a tavola, mangio tutto quello che ho nel piatto, godo del riposo sul divano, del tepore della stufa.
Che il freddo, la fame e lo sporco mi sono rimasti dentro per sempre, da quelle notti in montagna.
Quando si mangiava un pezzo di pane in tre, se c’era, quando intabarrati nei cappotti pesanti, dormivamo con un occhio aperto e le orecchie sveglie, nascosti nei cespugli, sempre con il moschetto vicino, che le squadracce e i togni potevano arrivare da un momento all’altro.
E il più vecchio di noi, aveva vent’anni.

E siamo noi a far bella la luna
con la nostra vita
coperta di stracci e di sassi di vetro. (Claudio Lolli)

Ci ho creduto sì che ci ho creduto.
Ho creduto di cambiare il mondo, ci credevamo tutti, anche se non sapevamo come sarebbe diventato, poi.
Non è che credessi più di tanto alla rivoluzione, ai dogmi leninisti, sì certo, ho letto “Che Fare“, ma più che altro per non far la figura del fesso in assemblea.
Però ci ho creduto, e a volte credo di crederci ancora. Continua a leggere

Essere e non subire

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di Andrea NOBILE

Assistere ogni giorno alla rissosità determinata da un senso malato di “appartenenza” a questo o quel gruppo, partito, leader o bandiera, diventa davvero fastisioso. Fastidioso e pericoloso.
Si sono scritti fiumi di parole sulla frammentazione della sinistra e, mentre si scriveva nasceva un nuovo leader o partito da seguire, abbandonando un’altra briciola del nostro spirito critico e di analisi.

Oggi, più di sempre, si parla della necessità di un nuovo soggetto che raccolga la istanze della sinistra, ma, pare, che la condizione prioritaria sia trovare il leader adatto a calamitare intorno a sè la maggior parte di consensi.
Ci stiamo preparando ad una nuova sonora e meritata batosta. Vorremmo di colpo che UNA persona sola ci restituisca ciò che abbiamo dimenticato, svenduto, banalizzato in vent’anni di berlusconismo, di consumismo becero, di globalizzazione e omologazione. Continua a leggere

“Tal còur di un frut” (Nel cuore di un ragazzo)

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di Ivana FABRIS

Avevo 14 anni, quella mattina in cui arrivò mio padre a prendermi con il volto contratto dal dolore.
Eravamo in Friuli, come ogni anno in quegli anni, per la celebrazione del giorno “dei morti”. Non ci andavamo nei mesi freddi perchè la nostra casa è priva di riscaldamento ma per quella particolare ricorrenza si faceva un’eccezione.
Io ero andata a casa di una mia amica per un paio di giorni. L’avevo conosciuta al mare pochi mesi prima e, per me, era una gran festa poter trascorrere qualche giorno con lei, dato che nel villaggio dei miei genitori, ero considerata ‘la milanese’, ‘la foresta’ quindi avevo pochi contatti, quasi nulli, direi, con miei coetanei. Continua a leggere

I giovani in politica

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di Massimo RIBAUDO

Avevo dodici anni e il gruppo rock di mio cugino era tra i diciotto ed i venti.
Organizzarono una serata di prova per tutte le famiglie dei componenti, e io partecipavo a due loro interpretazioni di brani splendidi, come tastierista: “Europa”, di Santana, e “Comfortably numb” e “Wish you were here”, dei Pink Floyd.
E quindi, ad essere accettato tra loro, e suonare, era più di aver vinto un gran premio di Formula 1.

Ad un certo punto mio padre, come al solito, chiese un ritorno al passato. “Bravi, siete bravi“, disse. “Ma la sapete suonare “Vitti na crozza“?
Potete immaginare la mia vergogna e il disappunto. Stavamo cantando e suonando il futuro, e lui chiedeva che fossero ascoltate le sue radici.

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Pier Paolo Pasolini. Un profeta del nostro tempo.

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Fino al 20 Luglio di quest’anno, al Palazzo delle Esposizioni di Roma, si terrà la Mostra Pasolini Roma

Roma sarà il principale punto di osservazione, il suo permanente campo di studio, di riflessione e di azione. Sarà anche il teatro delle persecuzioni che il poeta dovrà sempre subire da parte dei poteri di ogni genere, e dell’accanimento dei media che per 20 anni lo trasformeranno nel capro espiatorio, nell’uomo da demolire, a causa della sua diversità e della radicalità delle sue idee sulla società italiana.

La mostra è organizzata cronologicamente in sei sezioni, dall’arrivo dello scrittore a Roma nel 1950 fino alla notte della sua tragica morte ad Ostia nel novembre del 1975. Di tappa in tappa si ritroverà il filo conduttore che permetterà di tracciare – lungo un quarto di secolo – il percorso della sua incredibile vitalità creativa: i luoghi in cui ha vissuto, in cui ha ambientato romanzi e film, la poesia, il cinema, gli amici, gli amori, le persecuzioni, le lotte e gli impegni nella città. I disegni e dipinti di Pasolini, i suoi autoritratti, ma anche la galleria ideale dei pittori contemporanei da lui descritti con precisione in una poesia: Morandi, Mafai, De Pisis, Rosai, Guttuso. Mai prima d’ora una mostra su Pasolini è stata tanto ricca di ogni genere di materiali – molti dei quali finora inediti – che illuminano tutti gli aspetti delle sue molteplici attività. I visitatori avranno l’impressione che sia lo stesso Pasolini a parlare, a guidarli per scoprire insieme a lui un percorso imprevedibile, costantemente aperto gli incontri, ai dubbi, ai capovolgimenti, alle abiure, alle nuove partenze. Il visitatore scoprirà un uomo al tempo stesso straordinario (per la forza creativa, l’incredibile vitalità, la lotta perenne, la passione per tutto ciò che fa) e comune, con i suoi momenti di esaltazione, di fede, di entusiasmo, di allegria, ma anche di dubbio e di angoscia di fronte al mistero della vita e alla tragicità della storia“.

Lui aveva previsto la crisi della prima modernità. Impariamo da lui a costruirne una seconda. Più umana. Per un vero progresso.

(Video consigliato da Andrea Nobile)