Bersani e la sindrome di Stoccolma

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di Vincenzo PALIOTTI

“Se io resto nel PD non lo faccio per una nostalgica passionaccia per la ditta, per motivi sentimentali. Lo faccio perché senza il PD il centrosinistra non esiste più, perciò mi chiedo come fanno altri a pensare di costruirlo al di fuori del PD. La mia idea dell’Italia sta qui. E se gli elettori abbandoneranno il partito, temo finiscano nelle braccia di Grillo piuttosto che in quelle di una sinistra che non è nel PD”.

Questo è quanto dichiara Bersani a La Repubblica a chi gli chiede perché resta nel PD. Come si fa a dire che senza PD non esiste il centrosinistra se il PD è più a destra di Forza Italia? Questo non lo dico io, lo dicono le riforme, i decreti che Renzi ha messo in atto e che Bersani stesso ha criticato, anche se poi “per disciplina di partito”, sue testuali parole, ha votato. Non una di queste è stata pensata guardando ai bisogni dei più deboli, si è andati in una sola direzione: compiacere la troika, la CONFINDUSTRIA le classi più protette che con questo governo lo sono ancora di più proprio grazie alle riforme che anche lui ha votato.

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Unità per cosa, unità di chi?

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di Riccardo ACHILLI

L’unità è un valore molto sbandierato, e da sempre, a sinistra. In particolare, la tradizione comunista ha esaltato, sempre, la priorità unitaria, per cui in un centralismo democratico ben applicato si discute, ma poi si sostiene lealmente la tesi maggioritaria, anche quando non si è d’accordo. Ma, per l’appunto, questa priorità dell’unità, anche a costo di sacrificare un pò la diversità delle opinioni (un elemento che per esempio è difficile da digerire per chi viene da una cultura libertaria e socialista), avveniva dentro un contesto in cui, con lealtà e franchezza, ci si misurava dentro congressi pluralistici, dove tutte le mozioni avevano pari dignità, e dove a tutti, sottolineo a tutti, da Amendola fino a Secchia, era ben chiara l’idea di rappresentare gli interessi di una classe sociale ben precisa, i lavoratori e chi doveva entrare dentro il mercato del lavoro, e chi ne doveva uscire con la dignità di una pensione e di un welfare. In questa chiarezza di politica di classe e di rispetto reciproco, l’idea dell’unità al di sopra delle diversità poteva avere un senso, una nobiltà e una ragione anche tattica.

Oggi il Pd non rappresenta il mondo del lavoro. Il Jobs Act è solo uno, forse il più clamoroso, tra gli esempi. Non è nemmeno equiparabile al blairismo, perché Blair accettò di guidare un partito che, nel suo statuto, si autodichiarava ancora “socialista”. E che con la vittoria di Corbyn dimostra quanti anticorpi di sinistra abbia ancora.

Oggi il Pd è una associazione politica di tipo anfibio, interclassista, che si adatta camaleonticamente ai cambiamenti della società italiana, indotti da forze esterne, essenzialmente di tipo finanziario e geopolitico, proponendosi come forza di “gestione” di tali cambiamenti, e non di governo, perché, per parafrasare Juan Bautista Alberdi, “governare è indirizzare”, e non adeguarsi e gestire.

Una metamorfosi che passa per un ruolo necessariamente rafforzato del leaderismo personalistico, alle spese del dibattito interno (inutile, se ci si acconcia ad input di cambiamento esogeni) e quindi della struttura di un partito (che serve essenzialmente per sintetizzare un dibattito e tradurlo in una strategia d’azione) che si liquefà.

Facendo del male anche all’opposizione: se la maggioranza da forza di governo divente forza di gestione di input esterni, l’opposizione diventa, per contrappasso, forza di distruzione cieca e di contrapposizione, senza idee, alla “casta”. Donde i grilismi.

Per cui lo scenario politico non si divide più in interessi di classe, ma in due fronti: i “responsabili” che gestiscono e gli “irresponsabili” che distruggono. Un ritorno indietro ad assetti pre-1789: un Primo Stato che governa con il suo partito-tecnocratico che si occupa della gestione, come fosse una sorta di Colbert collettivo, ed un Tiers Etat indistinto, privo di guida illuministica, che coltiva il rancore dell’antipolitica come riflesso della sua esclusione.

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Non contate più nulla, minoranza PD. Ora, solo il popolo potrà dire NO

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di Nello BALZANO

Bene così.

Alla fine, tra il soccorso del compagno Verdini e la determinazione del presidente del consiglio, passerà la riforma del Senato così come è stata partorita dal governo, in barba a tutte le prerogative costituzionali che dispongono la centralità del Parlamento.

È colpa di Renzi? NO.

E’ colpa di chi ha fondato le sue tattiche di potere sulla base di un’elezione primaria che ha visto la partecipazione di un ventesimo della popolazione italiana, sulla base di una decisione dei partiti che hanno scelto, senza nessun riguardo ai principi rappresentativi, chi dovesse essere il presidente del consiglio, ovvero colui che aveva perso le precedenti primarie che avevano indicato a chi dovesse competere il ruolo di legittimo candidato a elezioni generali. Elezioni politiche generali mai affrontate.

Ergo, è colpa di una parte di un Partito che si sottomette alla decisione di una minoranza  per disciplina nei confronti dello stesso, dimenticando la più “bella Costituzione del mondo”, come spesso dice, che dispone la sovranità popolare.

Ora voi, minoranza della minoranza, comprenderete che siete fermi al capolinea da tempo, che non avete nessuna credibilità e non vi è permessa nessuna arroganza nel dispensare lezioni.

Siete finiti, a meno di uno scatto d’orgoglio dovuto, altrimenti, se volete, continuate a parlare da soli di fronte allo specchio, per convincervi di essere in tanti.

Per quanto riguarda le riforme, i cittadini avranno l’ultima parola, nessun consiglio potrà essere accettato da voi che l’avrete votata in nome di una responsabilità che non vi compete: quel voto sarà un NO pieno, l’ennesima dimostrazione che voi non contate niente.

 

(immagine dal web)

Il giorno del “redde rationem”

Matteo Renzi

di Vincenzo G. PALIOTTI

Il governo, quindi, pone la questione di fiducia sulla legge elettorale.
Ci si può, ci si deve indignare ma ce lo dovevamo aspettare. Non c’è stato provvedimento, riforma che non sia finita in questo modo. Questo è un segno di debolezza che dovrebbe far pensare tutti, un segno di debolezza di un governo che vuole diventare forte perché forte non è, ci sono troppe “resistenze” e quelle interne – seppur minime – sono dannose, fastidiose all’immagine di Conducător di Renzi.

Allora si ricorre alla fiducia perché i “minoritari” sono sensibili alla “casa”, alla “ditta” ma noi cittadini oggi abbiamo tutto il diritto di aggiungere: “sono sensibili alla poltrona”.

E’ arrivato quindi il “momento della verità”, è arrivato il momento in cui ognuno deve interrogare la propria coscienza civica e scegliere il privilegio o il rispetto delle ideologie e dei valori che si sono, tra l’altro, sempre predicati.
Ora le chiacchiere stanno veramente a zero: quelli che conteranno saranno solo i fatti.

Non dico questo speranzoso in un “colpo di reni” da parte di chi ci ha delusi fino ad oggi, è solo un modo per ribadire il concetto che, di fronte a questioni così gravi e decisive per il Paese, ognuno deve interrogare la propria coscienza al di la di ogni ideologia, di ogni partito, di ogni “ditta” o “casa” che sia e lasciar approvare qualcosa che mina seriamente la nostra democrazia significa essere di fatto complici, lo dico per chi ancora in questi giorni ci voleva convincere che c’è rimasto del buono dal salvare in questo partito.

Io da tempo ho abbracciato la causa di Landini, di Don Ciotti, e da quella mi aspetto qualcosa di concreto non le solite chiacchiere, i soliti tatticismi che oggi sono alla resa dei conti.

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Il giorno degli sciacalli

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Quando sentite parlare di “riformismo”, insospettitevi. Nella dialettica tra le forze sociali democratiche ed i capitalisti i “riformisti” dovrebbero indurre il Capitale, appunto, ad una sua “riforma” per l’emancipazione dell’essere umano. Un tentativo, come quello socialista, labourista, keynesiano, dell’economia sociale di mercato,  di addomesticare la voracità intrinseca al modello capitalistico teso al massimo profitto. Il capitalista non conosce il termine “giustizia sociale”. La sua legge è la massimizzazione del profitto. Il riformismo cerca di fornire norme etiche e giuridiche a questa pulsione irrazionale di dominio sugli uomini e sulle cose.
Quindi, quando vi parlano di “riforme” che accrescono la forza del capitale, che non pongono limiti, ma anzi ampliano la sua naturale bulimia di potere e risorse, stanno invece legittimando un vero e proprio controriformismo. Di destra.
I riformatori veri, i controllori, coloro che volevano e vogliono un capitalismo che sottostia alle regole democratiche ed al benessere dell’intera comunità sono stati, e sono: Enrico Berlinguer, Aldo Moro, Romano Prodi, Pierluigi Bersani.
Avete visto quale sorte hanno avuto, in Italia? Sono stati uccisi politicamente, dalla loro stessa dirigenza.  Aldo Moro, poi, fu assassinato. Ma la sua sconfitta inizia nel Dicembre del 1971. Contro gli ideali del 25 Aprile. E sempre per frenare ogni riforma – concreta, reale – di attuazione della Costituzione per il popolo italiano. Per i suoi diritti e per il suo progresso civile.

 
La Redazione di ESSERE SINISTRA


[Estratto da “Chi ha sbagliato più forte”, di Marco Damilano, Editori Laterza, 2013]

Capitolo 1
Il giorno degli sciacalli

Come si progetta, si realizza e si porta a termine un omicidio (politico)?
Quello della vigilia di Natale del 1971 resta uno dei più riusciti,
e anche dei più dimenticati.
Martedi 21 dicembre, San Tommaso Apostolo, annotò scrupolosarnente il notista della “Stampa” Vittorio Gorresio, quattro ambasciatori della Dc (in ordine alfabetico, li elencò Gorresio: Andreotti, Forlani, Spagnolli e Zaccagnini) bussarono a casa del senatore Giovanni Leone, malato di bronchite, la voce roca, qualche linea di febbre, a comunicargli che l’assemblea dei grandi elettori democristiani lo aveva designato come candidato ufficiale alla presidenza della Repubblica, a voto segreto.
Il senatore era già stato informato da una telefonata del deputato comunista, napoletano come lui, Giorgio Amendola: «Noi e i compagni degli altri partiti di sinistra non ti possiamo votare. Sei sicuro di volerti esporre?››. Leone, 63 anni, senatore a vita, accetto e diventò sesto presidente tre giorni dopo al ventitreesimo scrutinio, con 518 voti, appena quattordici in più del quorum necessario, con la destra post-fascista determinante, il Movimento sociale di Giorgio Almirante.
«Sono stato eletto il giorno dopo Santa Vittoria, mi porterà fortuna», si fece coraggio con la moglie.

Tempo dopo, quasi per distrazione perché i protagonisti avevano sempre evitato di parlarne, si apprese qualche dettaglio in più sulla riunione dei grandi elettori democristiani. Il candidato non era Leone. Dopo l’uscita di scena del presidente del Senato Amintore Fanfani, infatti, doveva entrare in gara l’altro cavallo di razza: Aldo Moro.

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de lo Papa, de lo Sotto-segretario, de lo turco

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Senza chiudere un occhio

Papa Francesco dice d’esser stanco.
Passerà notti insonni come Donna Flor,
pel non risucir troppo a tener banco
alla chiusura dei mille conti Ior?

 

Fatti sotto-segretario!

Crescesti coi tortelli da emiliano
e ad Ippocrate facesti giuramento.
Or segretario sotto al chierico toscano
già gridi: “A Lupi, A Lupi!” in Parlamento.
Come perdesti tosto la tua allure
al suon della parola: “infrastrutture”!



Risvegli

L’Italicum attacca e con dispetto,
anallegorico l’Ex Segretario DEM.
Destossi turcOrfini: “Ma l’ha riscritto!”
Poi ripiombò nella sua fase REM.

 

 

(di Gianluca FORESI)

 

 

Landini, Bersani, il marketing ed il futurismo renziano

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di Nicola BATTISTONI

“Compagni, compagne, dove abbiamo sbagliato?”.
Quanto volte abbiamo iniziato così le analisi politiche a seguito di un’iniziativa, una campagna elettorale o qualsiasi cosa nata a sinistra e da sinistra?
Tante. Troppe. Il male della sinistra italiana è sempre stato quello di un eccesso di autocritica, di autoanalisi che mai o quasi mai è sfociata in una proposta politica che superasse gli errori commessi.
Sempre a rincorrere qualcuno che comunicava meglio di noi, che arrivava prima di noi e che aveva mezzi e conoscenze che gli anno consentito di intercettare e costruire consenso. Sì: sto parlando di Berlusconi e di Renzi.
Della comunicazione e del marketing che si sono fatti politica. Della proposta politica che interroga prima gli elettori e poi gli promette ciò che hanno chiesto, salvo negarglielo il giorno dopo rilanciando su altri temi.
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La carica

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di Vincenzo G. Paliotti

Io non la vedo così, come tanti, la “sparata” di Landini: che lancia il “guanto” di sfida a Renzi. Poi, sono arrivati addirittura a pensare che il Maurizio della FIOM volesse fondare un partito, gli mancava il “predellino”, la Piazza San Babila e, diciamolo, qualcosa di concreto alle spalle che gli garantisse il successo. No. Non è così.
Sono in molti a non aver colto il messaggio di Landini: il primo a non capirlo è stato Renzi che ha reagito dimostrando a tutti come gli faccia paura qualcuno che voglia fare sul serio.
E qui posso anche capirlo “incrostato” com’è alla sua poltrona: vedere una minaccia con tanti milioni di “aficionados” potrebbe spaventare chiunque.
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Basta!!!

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di Vincenzo G. PALIOTTI

Adesso basta però con questi giochetti ai quali partecipano anche i cosiddetti “critici”, per usare un eufemismo. I soli che hanno avuto gli attributi sono i due che sono usciti da Montecitorio, Civati e Fassina, e sono gli unici ai quali risparmio tutti gli epiteti che vorrei dedicare a quelli che “disciplinatamente” e “ovinamente” stanno votando la nostra rovina.
Non si tratta più neppure di mediare, Caro Bersani, non ti rendi conto che questi stanno stracciando la Costituzione e se la stanno ritagliando a loro uso e consumo.
E poi, come si può pensare di mediare con chi mente al Paese facendo passare queste riforme come necessarie: necessarie a chi? Alla nostra situazione economico/sociale? Alla risoluzione della crisi? Al PIL? Alla disoccupazione? Ma smettetela anche voi di prenderci in giro! Si parla di ristrettezze sposando il piano della Troika e della Merkel facendolo passare come unica soluzione a tutti i problemi, chinando il capo alla loro volontà diventando di fatto il loro “facente funzioni” e poi si scopre, grazie a Tsipras, “ultimo arrivato” che ci sono alternative percorribili, e questo risultato è stato conseguito in tre giorni mentre noi siamo qui da anni ad essere messi carponi per soddisfare le voglie della Troika, senza uno straccio di risultato.

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Un contributo da un attivista del M5s

Tra i numerosi commenti alla lettera che Elsa Lusso ha scritto a Pierluigi Bersani, ne abbiamo scelto uno in particolare, che ci conferma come la Sinistra sia viva e si identifichi in posizioni apparentemente lontane, ma che nei fatti abbia molti più punti di contatto di quanto possa apparire nell’immondizia delle liti di bandiera che nulla hanno a che fare col dibattito politico.
Ci piace questa risposta e le riflessioni che suscita, quindi abbiamo chiesto a questo amico il permesso di pubblicarla per evidenziare quanto siamo vicini anche se apparentemente distanti.

La Redazione di Essere Sinistra

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Gentile Elsa Lusso, lo stato d’animo che si percepisce in questa lettera riflette quello di milioni di persone che hanno creduto in un sogno. Quello di potere cambiare le cose grazie alla diversità che ci doveva contraddistinguere dagli altri.
Purtroppo l’impoverimento e l’imbarbarimento della politica ha preso il sopravvento su quel sogno al quale noi tutti credevamo.
Riporto la mia lettera di dimissioni da segretario del PD perchè stanco di sopportare questa classe dirigente che di sinistra non ha più nulla.
Chi la volesse leggere ecco la mia lettera mandata al segretario provinciale del PD nel 2012. Continua a leggere