Visione politica, programma e metodo. Come lavora il MovES

franzaltomare

di Franz ALTOMARE

[Relazione presentata all’incontro “Possiamo cambiare le cose, un metodo per costruire un nuovo soggetto politico in Italia. Workshop su Nuovi Metodi di Organizzazione e di Democrazia Partecipativa” organizzato da Amici di Podemos – Roma. Roma 21 novembre 2015

Documento politico 004/2015/A]

In questo periodo assistiamo alla rinascita di un fermento politico che si diffonde a diversi livelli nella società civile e vede la nascita di numerosi movimenti politici nuovi e di gruppi auto-organizzati.
Questo fermento risponde a un bisogno di partecipazione politica particolarmente sentito, per due ragioni specifiche:

1) La prima è una ragione congiunturale, ovvero la grave crisi economica che attanaglia l’Italia e altri paesi dell’Europa meridionale, come la Spagna, il Portogallo e la Grecia. La Grecia che finora ha pagato e continua a pagare il prezzo più alto di quelle politiche criminali, perché tali devono essere definite, e che sono alla base della governance europea.
In realtà la crisi nasce come crisi finanziaria che progressivamente diventa crisi economica, ovvero crisi della domanda e dei redditi e infine degenera in una crisi sociale sofferta in primo luogo dalle classi lavoratrici sfruttate, disoccupate e precarie e a seguire dal mondo del lavoro autonomo e dalla piccola e media impresa.

2) La seconda ragione che spiega il bisogno diffuso di partecipazione politica è LO SVUOTAMENTO DELLE ISTITUZIONI DEMOCRATICHE E LA CESSIONE DI SOVRANITA’ degli stati ad una governance sovranazionale costituita dalla Commissione Europea, dalle banche private con in testa la BCE e dal FMI.
In sostanza succede che il voto dei cittadini è diventato una farsa utile solo per una legittimazione formale di un potere che non rappresenta gli interessi della società nel suo insieme.

Chiunque vinca le elezioni non governa ma amministra secondo le direttive imposte dall’autorità europea: questo lo abbiamo visto con drammatica evidenza in Grecia e lo vediamo, naturalmente, in Italia.
Ma non siamo qui per parlare in maniera diretta della crisi e delle sue cause. Rispettiamo il tema di questo incontro: Nuovi Metodi di Organizzazione e di Democrazia Partecipativa.
Si pone qui il problema del soggetto politico, o della soggettività politica.

Si parlerà del metodo organizzativo e della democrazia interna o partecipativa di un movimento che ha come obiettivo di rappresentare un’alternativa reale alle politiche dell’austerity e al difetto di democrazia connaturato ormai al quadro di potere nazionale ed europeo e che crea un forte divario tra obiettivi politici ed economici e la ragionevole possibilità di metterli in pratica e realizzarli per qualsiasi soggetto politico.

È necessario fare però un discorso coerente e comprensibile su alcune contraddizioni che risaltano in maniera eclatante: come mai a fronte di un dissenso popolare molto ampio contro le politiche dell’austerity non corrisponde a livello democratico una forza politica organizzata per contrastare le politiche neoliberiste e porsi come alternativa valida a una diversa concezione della politica e dell’economia che vada in direzione dei bisogni delle grandi masse?

E soprattutto, perché anche quando non c’è questa frammentazione caotica di partiti e si riesce a compattare una piattaforma politica apparentemente unitaria e alternativa, come avvenuto in Grecia, anche in quel caso il risultato politico si traduce in un fallimento e in una resa sostanziale della democrazia a un altro ordine politico e finanziario, che di democratico non ha davvero niente?

È evidente allora che il problema della SOGGETTIVITA’ POLITICA non può e non deve essere ridotto al solo metodo organizzativo del movimento .
Non possiamo illuderci che uno stile apparentemente nuovo nella comunicazione, ma vecchio per quanto riguarda l’accettazione di fondo del sistema di potere, possa alla lunga mantenere un consenso facilmente ottenuto con arringhe di sapore populistico, ma senza nessuna sostanza di proposte serie che affrontino i problemi nella consapevolezza di poterli risolvere.

Continua a leggere

“La Spagna va bene”

crisispagna

[Articolo pubblicato da Agenor sul sito A/simmetrie.org. Traduzione a cura di Serena Corti]

Nessuno in Spagna osa utilizzare in modo esplicito lo slogan con cui Aznar cercava di silenziare qualsiasi voce critica nel suo governo, proclamando che “la Spagna va bene”.

Tuttavia, questo è il messaggio che implicitamente si sta cercando di vendere in questi mesi di avvicinamento alla campagna per le elezioni generali di dicembre. Il dibattito sull’economia diventa più vivace, ma non più informato.

La Spagna è il paese in cui si parla meno del problema fondamentale dell’economia europea: l’unione monetaria, la sua instabilità, la sua inefficienza e la sua difficile sostenibilità.
Sette anni dopo la caduta in recessione il paese non ha ancora recuperato il livello del PIL nel 2008.

Mai nella sua storia ha vissuto una recessione più lunga. Il paese che ha sofferto di più gli eccessi e le carenze di questo sistema monetario, è anche quello che sembra meno disposto a metterlo in discussione. E sarebbe sufficiente chiedersi il motivo per cui la Spagna ha subito e continua a subire, una perdita di ricchezza, di occupazione e di diritti maggiore rispetto ad altri paesi.

Continua a leggere

A cosa deve pensare una sinistra di trasformazione. A tagliare la testa al sovrano: la BCE

Draghi_0

di Massimo RIBAUDO

Dovrei scrivere un commento sulla riunione del nuovo gruppo alla Camera che si è presentato oggi al Teatro Quirino di Roma. Ero lì, ma è stato detto tutto da Franz Altomare in questo articolo pubblicato sul nostro blog la sera prima. E’ stato profetico: ed oggi, nessuna sorpresa. Siamo nella gabbia delle risorse scarse e bisogna arredarla. Il programma politico di destra crea due gabbie separate. Una per coloro che ancora pensano di essere vincenti e di potercela fare – sono di destra, animal spirit, uno su mille ce la fa, e ognuno di loro pensa di essere quell’uno e chi non ce la fa è un soggetto di meno con cui spartire la torta – e l’altra per chi dovrà chiedere aiuto. Agli amici, ai parenti, alla Chiesa, alle mafie. Cameron, Renzi, tutti i socialdemocratici alleatisi con i popolari stanno arredando “la gabbia” in questo modo qui.

Poi, ci sono Syriza, Podemos e anche coloro che oggi si sono riuniti per formare una sinistra italiana che ritengono di arredare la prigione con quadri con cieli azzurri e stelle per non far vedere che è una prigione. Per spingere, nella loro buona fede, alcuni partecipanti della città del business a redistribuire – difficile sapere come – parte della loro ricchezza agli sconfitti nella gara, agli “have not”. Certo, mediante i valori spirituali dell’onestà, della partecipazione, della condivisione, della solidarietà. Un po’ quello che fanno da millenni, come core business, anche le diverse chiese sparse per il pianeta. Unico modello economico concreto, i riferimenti a Keynes. Praticamente impossibili da gestire per uno Stato senza il controllo di una banca centrale. Senza una moneta politica.

Io vorrei uscire da questo scenario, abbastanza noioso per me, per riconoscere chi è il sovrano che ci tiene in gabbia.

Nessuno ha parlato delle affermazioni di Mario Draghi contenute nel suo discorso del 5 novembre 2015 agli studenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano. Futura classe dirigente, in cuor loro.

Affermazioni molto più gravi e dense di conseguenze di quelle che ascoltiamo dal Presidente del Consiglio. Di cui, credo, una sinistra in fase nascente dovrebbe parlare.

Il mandato della BCE, non è quello dello Stato italiano: “Mantenere la stabilità dei prezzi” non è “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese“.

Continua a leggere

Relazione sull’incontro di Livorno

livorno

[Documento politico 002-d/2015/A]

La valutazione sull’incontro tenutosi a Livorno il 22-23-24 Ottobre scorsi porta il coordinamento politico del MovES a concludere che il confronto pubblico con altre aree della sinistra sia stato utile e proficuo, soprattutto nella conferma della linea politica che stiamo concordemente tracciando.

L’utilità deriva sia dalla constatazione che certi percorsi unitari restano obiettivamente impraticabili, sia dalla ragionevole prospettiva di poter lavorare almeno con uno dei soggetti politici presenti, in questo caso Futuro a Sinistra, alla costruzione di un percorso politico unitario che si fondi sulla condivisione di alcuni obiettivi programmatici di particolare rilevanza: l’approccio alle questioni europee nella ricerca di soluzioni che portino al superamento delle politiche di austerity e la conferma di un nuovo metodo organizzativo che prevede il coinvolgimento di una sinistra popolare e partecipe dei processi decisionali capace di superare i limiti di una sinistra chiusa nelle segreterie di partito e sempre più distante dai bisogni delle persone.

Prima giornata: giovedì 22 ottobre

Il primo dei tre incontri è stato dedicato ai problemi della città di Livorno e abbiamo toccato con mano come la politica istituzionale sopravvive in un limbo di piccole guerre di potere, di meccanismi burocratici comprensibili solo agli addetti, di promesse che non saranno mai mantenute e di progetti inesistenti e tutto questo mentre apprendiamo che in città, tra i tanti problemi creati dalla crisi, c’è un’emergenza casa per cui è diventato normale per gli sfrattati dormire in macchina.

Il confronto è avvenuto tra esponenti politici senza un vero coinvolgimento dei cittadini presenti e la noia è stata seconda solo all’amarezza per non aver ascoltato una proposta che andasse in direzione dei bisogni drammaticamente urgenti di chi è ancora senza una dimora.

Alla fine del dibattito ci siamo fermati a scambiare qualche parola con Marco Valiani, uno dei relatori, consigliere comunale di Livorno eletto nella lista del M5S e successivamente espulso per dissensi con il sindaco pentastellato sulle nomine poco trasparenti di assessori e vertici di partecipate.

Una persona che ci è apparsa sinceramente interessata a non rinunciare a idee e obiettivi utili per la città ma che nello stesso tempo esprime il paradosso di chi è rimasto prigioniero di una logica del potere che pensava di superare entrando nel M5S. In questo si intravvede tutta l’anomalia italiana di un’assenza della sinistra dei bisogni e del passaggio inutile e traumatico di chi spera di portare avanti istanze popolari all’interno di un movimento populista e falsamente democratico come il partito privato di Grillo e Casaleggio.

Continua a leggere

Pablo Iglesias al Parlamento Europeo: socialisti, basta con le grandi coalizioni

iglesiaspablo

di Pablo IGLESIAS

[Pur non condividendo la linea politica di Podemos in merito all’Euro e alla visione europea pubblichiamo la traduzione del discorso di Pablo Iglesias al Parlamento Europeo, nel corso del dibattito sulla crisi dei migranti, dove rassegna le sue dimissioni in vista delle elezioni generali in Spagna.]

Signor Presidente, la prima volta che ho parlato qui era quindici mesi fa per conto di questo gruppo. E’ stato un onore farlo ed è stato un onore competere con lei per la presidenza di questo Parlamento. Dissi allora che aspiravamo a un’Europa diversa, che fosse un po’ meno dura con i deboli e un po’ meno accomodante con i potenti. Credo, purtroppo, che la dichiarazione di quindici mesi fa rimane valida ancora oggi.

Ho ricordato, in quel discorso di quindici mesi fa, i soldati spagnoli che hanno combattuto contro il fascismo e contro l’orrore come il miglior contributo del mio paese per il progresso in Europa, come il miglior contributo del mio paese per un’ Europa sociale, un’ Europa democratica, un’ Europa rispettosa dei diritti umani. Quando sento le grida xenofobe in quest’Aula ricordo che nel mio paese, a quelli che insultavano, a coloro che terrorizzavano i deboli è stato detto «No pasarán». Ma mi dà fastidio sentire una certa ipocrisia in quest’Aula da coloro che piangono lacrime di coccodrillo e difendono – dicono di difendere – i diritti umani.

Signor Weber, lei ha parlato di estremisti per riferirsi a ciò che potrebbe accadere in Portogallo. Imparate a rispettare la democrazia. Comprendendo che, a volte, i cittadini votano diversamente da ciò che gli fanno credere di rappresentare.

(Applausi)

Il signor rappresentante del gruppo liberale –  spero che mi perdonerà, se dopo quindici mesi di pratica ogni mattina allo specchio, sono ancora incapace di pronunciare il suo nome – ha detto che questo non è un problema di socialdemocratici, liberali o popolari. In effetti, è così. In effetti, tutti loro hanno concordato gli elementi chiave che ci hanno coinvolto in una politica estera europea che stiamo pagando e che ha a che fare con la miseria e l’umiliazione di migliaia di famiglie che vivono sulla soglia dell’Europa.

Oggi si parla, ancora una volta, della guerra e della desolazione alle porte d’Europa, di famiglie a cui si sta rispondendo con il filo spinato. E io dico che noi europei non possiamo dimenticare che cosa significa la guerra, non possiamo dimenticare che cosa significano l’orrore e la povertà e del dovere di abbandonare l’orrore e la povertà. E non possiamo umiliare queste persone, perché ummiliare queste persone significa umiliare l’Europa. Come è umiliare Europa, signor Weber, eliminare il welfare state. Come è umiliare l’Europa eliminare i diritti sociali. E’ umiliare l’Europa consegnare i governi all’arroganza dei poteri finanziari e sferrare un attacco alla sovranità popolare. E’ umiliare l’Europa incoraggiare la frode fiscale, come ha fatto lei, Presidente Juncker. Proprio come lei, che ha favorito, quando era ministro Capo del Governo e Ministro delle Finanze – accordi commerciali segreti con le multinazionali di modo che potessero pagare le tasse al 1%, mentre i cittadini europei devono pagare altre tasse. E poi si parla di bilancio. E ci si siede lì, Jean-Claude Juncker, perché persone come lei, onorevole Pittella, ha permesso al signor Juncker di sedersi lì; perché voi, i socialisti,  state mantenendo una grande coalizione con i popolari in quest’Aula.

Quindi, e non le cito Dante, onorevole Pittella, si schieri con la gente e la faccia finita con questa dannata grande coalizione.

(Applausi)

Io ritorno al mio paese per non avere, perchè in Spagna non ci siano ancora persone come lei nel governo, signor Juncker, ma voglio chiederle una cosa prima di partire: cambi la sua politica.

La crisi dei rifugiati non si risolve con filo spinato. La crisi dei rifugiati non si risolve con la polizia. Quello che funziona è una politica responsabile. Smettere di giocare a scacchi con i popoli del Mediterraneo. Lavorare per la pace, piuttosto che fomentare guerre. Aiutare le persone in fuga dall’orrore. Non continuare a distruggere la dignità dell’Europa, Jean-Claude Juncker.

(Applausi)

Il senso della sinistra per la fregatura

joeren

 

di Franco CILLI

 

Ho perseverato nell’idea di Europa prima di accorgermi che le idee vanno bene fintanto che è la realtà che detta le regole e non l’immaginario, sia esso collettivo – lascito di una storia densa di passione e sangue -, o individuale, frutto malato del solipsismo dell’intellettuale avvolto dalla muffa di vecchi scaffali. L’immaginario è tendere a qualcosa che trascende il quotidiano, ma oltre certi limiti diventa mera illusione.
Il materialista non si nutre d’immaginario, ma di fatti tangibili.

L’Europa è il nostro campo privilegiato, i conflitti sono globali, i diritti vanno globalizzati. Strano, perché mai un diritto non può essere globalizzato se hai una moneta sovrana?

Marx era internazionalista. Si, ma Marx non ha fondato una religione: era internazionalista e non protezionista certo, seguiva una prassi conseguente alla sua scienza economica, ma era principalmente un materialista, un positivista, niente di immaginario. Avrebbe potuto essere tutto e il contrario di tutto se avesse inteso come contingente un certo agire piuttosto che un altro.

D’accordo, Tsipras ha dovuto cedere per la forza del nemico, ma se avesse valutato meglio la situazione forse non avrebbe ceduto o forse lo avrebbe fatto da posizioni più nette. Non puoi volere la fine dell’austerità e allo stesso tempo continuare a volere ciò che la alimenta. È come non volersi scottare, ma rifiutarsi di spegnere l’incendio.

Continua a leggere

Euro: i tre piani della sinistra

gabbiaeuro

di Marco GIUSTINI

La sconfitta di Tsipras contro la Troika di questa estate è stato un colpo micidiale alla prospettiva di cambiamento apertasi con la prima vittoria elettorale di Syriza. Quanto è avvenuto questa estate ha però di fatto aperto il dibattito a sinistra sul destino dell’eurozona, fino ad allora del tutto marginale. Si è creato il blocco europeo Varoufakis-Melenchon-Lafontaine-Fassina che propone con sfumature diverse come possibile l’uscita dall’euro.

Posizione questa che però è uscita sconfitta dalle ultime elezioni greche. Sebbene con un astensione fortissima che ha cancellato dal Parlamento greco i dissidenti di Syriza (Unità Popolare, supportata da Varoufakis) ha vinto Tsipras. Che si propone di gestire da sinistra l’irrealizzabile Terzo Memorandum della Troika, approvato dal primo governo Tsipras. Tra pochi mesi quando finiranno i soldi dei prestiti di emergenza europei la Grecia si troverà nelle stesse condizioni di questa estate. L’unica speranza di Tsipras è che in Spagna alle elezioni generali di dicembre possa vincere Podemos. L’uscita della Spagna dal blocco liberista potrebbe, infatti, il condizionale è d’obbligo, permettere alla Grecia di rinegoziare il debito ed avere la liquidità necessaria per realizzare una spesa pubblica espansiva.

Quindi le elezioni spagnole saranno decisive anche per il futuro del secondo governo Tsipras e per la ripresa di una politica socialdemocratica e neokeynesiana su base europea, in teoria, senza uscire dall’eurozona. Una vittoria di Podemos in Spagna avrebbe anche un effetto moltiplicatore in tutta Europa, darebbe ancora maggiore forza alla sinistra portoghese del Bloco de Izquierda – che potrebbe ora formare un governo in Portogallo –  al Sinn Fein in Irlanda alle prossime elezioni e favorirebbe Corbyn nel Labour inglese. Sostanzialmente metterebbe le basi per una nuova Internazionale Socialista in Europa.

Ma in caso di sconfitta di Podemos in Spagna, l’opzione più realistica diventerebbe quella di preparare l’uscita dall’eurozona, evitando che questa sfoci in nazionalismi identitari e xenofobi. In quest’ottica, nonostante la sconfitta in Grecia, resta importante l’opzione transeuropea promossa da Varoufakis ed a cui hanno aderito in Francia, Melenchon, in Germania Oskar Lafontaine ed in Italia, Stefano Fassina. Ovvero aprire la possibilità di una uscita dall’eurozona concertata a livello europeo nel caso l’Europa risulti del tutto irriformabile.

Continua a leggere

Catalogna. E adesso?

jorge-moruno

di Jorge MORUNO

[Responsabile di “Discurso de Podemos”.  Traduzione italiana del suo articolo su Público.es a cura di Serena Corti]

 

“Con la democrazia si riconsegna la parola al sovrano, il popolo, con la democrazia si risolvono i problemi, con la democrazia si vince la paura, con la democrazia si costruiscono dighe alla disuguaglianza e alla corruzione”

Una battaglia si vince scegliendo lo scenario idoneo a combatterla. Perdonate la metafora bellica, però credo che aiuti a capire la campagna elettorale catalana. Quindi, è stato possibile scegliere lo scenario idoneo per queste elezioni? Catalunya si que es pot ha ottenuto pessimi risultati, su questo non c’è alcun dubbio.

Cerchiamo di capire da cosa può essere dipeso. Un marchio non conosciuto, un candidato che non ha avuto il tempo necessario per farsi conoscere, errori propri e una elezione che qualitativamente non ha nulla a che vedere con quelle passate del 2012. E’ certo, per trovare qualcosa di positivo, che lì dove hanno concretizzato progetti il voto si è sentito riconoscente.

Ma non c’è dubbio che la principale ragione di questo risultato deludente ha a che vedere con la logica plebiscitaria che l’unilateralismo e le forze dell’intransigenza hanno molto alimentato. Catalunya sí que es pot non è stato capace di rompere questa logica in favore di un asse up-down e non è riuscita ad offrire un’altra lettura di quello che si può comprendere dalla sovranità. Per questo motivo Pablo Iglesias ha detto che forse parlare dei problemi nell’istruzione, della disuguaglianza e dei tagli è risultato inutile ed è caduto nel vuoto.

Rajoy ha messo tutta la carne al fuoco in modo che la Catalogna diventasse il monotema delle prossime elezioni generali. Invece di parlare della perdita di oltre 40.000 milioni di euro di reddito da lavoro – cioè di quello chiamano la mancia in tasca – o del perché il 25 % dei contratti dura una settimana o meno e il 92% del totale siano temporanei, nutriamo il conflitto contro la Catalogna e contro la popolazione catalana. Vuole bruciare la Spagna per poi apparire come il pompiere che può spegnere il fuoco.

Continua a leggere

Grecia: riflessioni dopo la battaglia

tsiprasiglesias

di Pablo Bustinduy AMADOR

[traduzione dell’articolo – del 1 settembre 2015 – del Segretario delle relazioni internazionali di Podemos a cura di Serena Corti]

La risoluzione della crisi greca ha gettato nella disperazione molti di coloro che lavorano per il cambiamento democratico in Europa. Va detto senza mezzi termini : il terzo memorandum è una grave battuta d’arresto, il cui prezzo continuerà a venir pagato dal popolo greco con anni di sofferenze e di austerità, e comporta una disillusione in coloro che credono e sperano nella costruzione di un’Europa democratica e sociale.

Si tratta di un accordo dannoso frutto dell’ideologia politica e finanziaria dei creditori che non cercano di difendere gli interessi generali della Grecia né dell’ Europa, ma di rafforzare il controllo politico e finanziario della Germania e neutralizzare ogni possibilità di alternativa politica nella periferia europea. Tuttavia, una volta espresse queste premesse, penso che sia necessario elencare una serie di osservazioni sul contesto europeo attuale e sulle prospettive che si aprono per tutte le battaglie successive.

1- In Europa c’è un conflitto globale tra austerità e democrazia, che colpisce tutti i settori della vita politica e sociale e che determinerà gli orizzonti, le capacità e le possibilità di una azione politica di trasformazione per i decenni a venire. È essenziale rendersene conto e comprenderlo: Alexis Tsipras non si è scontrato con le forze conservatrici dell’ordine costituito, ma con uno status quo dinamico, che è in fase di ridefinizione e trasformazione. Siamo in un periodo di profonda, complessa transizione geopolitica e a seconda dell’entità del quadro, della scala del tempo e dello spazio che adotteremo per spiegarla, la prospettiva di quanto è successo in Grecia cambia notevolmente.

La lettura specifica della situazione – una dolorosa sconfitta – può far cadere nel fatalismo, che offusca la comprensione ed è nemico dell’analisi: in una lunga prospettiva, sistemica, le forze della democrazia devono riorganizzarsi, riconoscere i progressi – che sono molti – e le battute d’arresto di questi ultimi sei mesi, e muoversi in direzioni che possono costituire le prossime battaglie, nelle condizioni più favorevoli. L’ordine stabilito è in movimento, e rimane aperta la possibilità di una profonda trasformazione politica che ponga fine all’ austerità e aumenti la democratizzazione della nostra vita economica, politica e sociale. Basta guardare a quello che sta succedendo nelle primarie laburiste e democratiche, o quanto è successo nelle elezioni turche, in Scozia o nelle città spagnole: la prospettiva di un cambiamento, grazie in gran parte al processo greco, è oggi più aperto rispetto a un anno fa.

2 – La maggior parte delle reazioni e dei commenti sulla risoluzione della crisi greca si sono sviluppati da un punto di vista morale: tradimenti, capitolazioni, coraggio, declinazioni di volontà . Si tratta di una tendenza logica e istintiva, ma è anche la causa della povertà strategica della maggior parte delle analisi compiute sul caso. Occorre essere gelidamente materialisti adesso: pensare allo scenario, pesare le forze, capire cosa è successo, e analizzare quali sono i margini che rimangono aperti, e quali sono quelli che sono stati chiusi, quelli che possono essere aperti o meno. Tutto il resto è letteratura, drammatizzazione, ed è inutile per la politica (o almeno non la politica che ci interessa).

3 – E’ inutile analizzare la sconfitta del governo greco in termini di ” volontà”, come se Tsipras non avesse voluto andare al di là di quanto ha realizzato, come se gli fosse mancato il coraggio di attuare un piano B che nessuno conosce a fondo nè può definire esattamente. In un paese che importa una parte sostanziale di cibo e medicinali consumati, e più di due terzi dell’energia, un paese in rovina che ha perso due terzi del proprio sistema produttivo nei lunghi anni di austerità, in un paese con il sistema bancario soffocato dalla BCE, senza riserve in valuta estera, e senza possibilità di finanziarsi da soli nei mercati o nelle istituzioni internazionali, il margine di trattativa nell’ora X delle decisioni purtroppo ha rivelato tutti i suoi limiti strutturali.

Continua a leggere

Pablo Iglesias: benvenuto Jeremy Corbyn. Camminiamo insieme!

jeremy-corbyn-efe-13092015-1

di Pablo Iglesias

[Il leader di Podemos, Pablo Iglesias, saluta la vittoria alle primarie del partito laburista di Jeremy Corbyn. E si affianca a lui nella lotta contro il modello ideologico e politico del capitalismo finanziario. Traduzione dal suo articolo su The Guardian]

Risulta sorprendente, paradossale, e anche ironico, che gran parte dei media stiano confrontando il veterano laburista Jeremy Corbyn a noi di Podemos. E, senza dubbio, hanno tutte le ragioni per farlo. Ma cosa può avere in comune il nuovo leader del vecchio partito politico fondato dai sindacati britannici con un movimento nato appena 18 mesi fa in Spagna? In sostanza una cosa: il fallimento della “terza via” liberal-socialista.

Si è spesso detto del mio partito che rappresentiamo gli indignati, gli oltraggiati.
Questo non è sbagliato, ma è solo la metà di una spiegazione. Questo movimento in Spagna è l’espressione del fallimento del neoliberismo, l’ideologia politica che ha distrutto le protezioni sociali, l’industria e i sindacati, ha prodotto le bolle peculative e il consumo basato sul credito, e non si è dimostrato in grado di fornire soluzioni accettabili quando la crisi finanziaria ha accelerato la distruzione dei servizi pubblici impoverendo i lavoratori e la classe media. Quando la crisi ha colpito la Spagna, il PSOE partito socialista, tradizionalmente identificato con lo stato sociale, era al governo e non è riuscito a fornire un’alternativa.

Non solo il partito socialista spagnolo non ha saputo reagire come socialista, ma non ha neanche avuto il coraggio di rifiutare le politiche di austerità e di riduzione della spesa pubblica o di offrire un minimo di programma keynesiano di salvataggio. Il primo ministro José Luis Rodriguez Zapatero, semplicemente, si è arreso alla crisi, accettando le stesse misure che avrebbe approvato un governo conservatore. Lui stesso ha ammesso in un suo libro di memorie che sapeva che le misure che ha preso gli sarebbero costate le elezioni e la leadership del suo partito.

Questo fallimento ha contribuito a una percezione pubblica dei due maggiori partiti spagnoli come quasi identici; essi incarnavano l’élite politica privilegiata, mentre i tagli imposti al welfare hanno impoverito la maggioranza della popolazione. La più grande espressione sociale della conseguente disaffezione del popolo è stato 15-M, un movimento il cui messaggio principale è stato il rigetto per l’élite politica ed economica. Podemos è diventato solo l’espressione politico-elettorale di quel movimento perché il partito socialista spagnolo è apparso a molti elettori come i conservatori del partito popolare.

Continua a leggere