Nient’altro che bestie

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di Antonio DITARANTO

Ma che razza di bestie stiamo diventando; possibile che nostri concittadini protestano da giorni per il mantenimento del posto di lavoro e dei propri diritti di lavoratori che non vogliono sottostare alla mercificazione del lavoro e del salario, prendono le botte, manifestano in solitudine per le vie del centro alla ricerca di un minimo di solidarietà e noi, noi tutti benpensanti, noi che fregiamo del titolo di persone civili, attenti alle problematiche della società, lasciamo che il tutto avvenga sotto i nostri occhi nella più totale indifferenza? Possibile?

Ancora ieri sera i facchini della Bormioli sono stati sgomberati dal presidio davanti ai magazzini della Bormioli dalla polizia in tenuta antisommossa e inseguiti fin’anche in tangenziale, si perché non basta allontanarli dal picchetto, li si deve inseguire per centinaia di metri perché devono capire chi comanda, chi è il vero padrone. Continua a leggere

Giuseppe Pinelli. Anarchico. Innocente

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di Maria CAPURRO

Ignoro – sempre che ci sia – il disegno sotteso alla pressoché totale rimozione di ogni ricordo delle vittime della strage di piazza Fontana dai media ufficiali, in questi giorni.

Si tratta di un bilanciamento al ribasso della notizia –comunque positiva- di un interessamento dell’attuale prefetto di Milano a conoscere la famiglia di Giuseppe Pinelli: un atto dovuto, ma ritardato di quarantasei anni?

Oppure, della paura che lo spettatore medio confonda questa strage con quella del Bataclan, anzi, che non la confonda ma gli suggerisca di scendere in piazza per reclamare dal governo italiano la cessazione di ogni vendita d’armi all’Arabia Saudita finanziatrice del Daesh e quindi dei terroristi del Bataclan.

Si potrebbe trattare anche di una fanfara – per omissione – aggiunta alla marcia trionfale del figlio del responsabile istituzionale della morte di Pinelli – il commissario Calabresi – verso la direzione di Repubblica (superfluo rivangare un passato così poco assimilato e digerito, come dimostra lo spazio qualitativamente modesto dedicato dal direttore in pectore alla vittima del proprio padre nel suo memorabile saggio Spingendo la notte più in là!).

Quel che ci resta – quel che i media ci restituiscono – è la politica ridotta a Leopolda: ammantata di un nuovo isterico e ormai già rappezzato, un nuovo che si è fatto largo grazie ai denari sporchi del vecchio, del vecchio ancor più stantio.

Il nuovo, per me, resta sempre un uomo gettato innocente, in un inverno milanese di più di quarant’anni fa, dalla finestra della questura; diversamente da altre povere vittime della polizia di stato, ucciso non per una declinazione di debolezza, non per l’errore di un momento, perdonabile ma risultato fatale; ucciso, invece, proprio per la sua innocenza, per la sua forza morale e per la dignità impeccabile della sua rivolta – modello imprescindibile e indimenticato di ogni rivolta futura.

 


 

#freegmdp Ve lo raccontiamo noi come è andata a Villa Adelante

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[Invitiamo tutti a firmare l’appello del Tpo di Bologna per la libertà di Gianmarco de Pieri. E pubblichiamo il comunicato sui fatti del 18 giugno degli ex occupanti di Villa Adelante. Siamo con loro. #iooccupo #FGMDP]

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Non ci dimenticheremo facilmente di quel 18 giugno. Alina allattava, i ragazzi cucinavano il pranzo per tutti coloro che si erano fermati in Villa dopo il presidio, qualcuno si era addormentato sul divano e qualcun’altro tirava un respiro di sollievo lavandosi di dosso la paura e la concentrazione del mattino.

In villa eravamo rimasti principalmente noi, inquilini da ormai otto mesi dello stesso rifugio, respiravamo un’ aria finalmente meno tesa, bastavano i semplici sguardi per percepire quel pensiero che in lingue diverse circolava in tutte le nostre menti : “Dai che neanche questa mattina sono arrivati”.

Il tempo di distribuire la pasta nei piatti che dal piano terra abbiamo sentito delle urla, qualcuno si è affacciato alla finestra e si è accorto che al posto delle bandiere e dei banchetti della mattina si erano sostituiti più di dieci blindati che bloccavano l’intero viale.

Le macchine non potevano più passare e la corsia era occupata da agenti in assetto antisommossa che si preparavano a sfondare la porta di casa nostra. La tranquillità del momento si è trasformata in pochi secondi in terrore : la piccolina non smetteva di piangere e la sua mamma con lei, qualcuno cercava di non rendersi conto di quello che stava accadendo, e noi abbiamo incominciato a correre nelle nostre camere per recuperare quello che di più importante avevamo, il resto non sapevamo se l’avremo più visto.

Dall’esterno qualcuno ha iniziato a sfondare il portone : continui colpi che aumentavano la paura e che facevano cadere i vetri della porta, un ragazzo si è fatto male, perdeva sangue dalla testa e dalla mano. A un certo punto abbiamo sentito un urlo “se non aprite quando entriamo vi facciamo del male”, ed è qui che ci siamo resi conto di essere soli, che coloro che fino al mattino erano rimasti con noi non c’erano più per fermare quella violenza. Abbiamo cercato di mantenere la calma e di salire ai piani superiori, ed è proprio mentre salivamo le scale che abbiamo sentito in lontananza la voce dei compagni, tra cui quella di Gianmarco.

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Cosa resta, ancora, del G8 di Genova

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di Sergio MINNI

Mi è stato chiesto cosa potevo raccontare del G8 di Genova. Mi sono sentito vecchio, ma anche un poco in colpa. Perché in quei giorni molte cose sono morte e molte altre sono nate, e gli echi di queste nascite e di queste morti sono potentissimi ma difficilmente leggibili per chi non c’era.

E un’intera generazione ha in qualche modo rinunciato a raccontare, perché fa troppo male, oppure perché ancora oggi non ne ha capito mezza, e pensa che sia stato solo un grande mare di botte e che fosse tutta colpa dei black bloc o degli sbirri. Così ho steso questi appunti costosi. Sono solo un piccolo frammento di una verità dubbia, ma se volete potete partire da qui per poi arrivare a cose più serie, come gli scritti di Wu Ming e le controinchieste.

La storia ancora una volta è stata scritta dai vincitori, e da un pugno di attivisti/e in piena sindrome post-traumatica.

Dal principio.

Nessuna delle organizzazioni del Genoa Social Forum, comprese quindi COBAS e Rifondazione, si aspettava che tanta gente venisse a Genova. L’organizzazione ne fu letteralmente travolta. Nel bene e nel male, questo rappresentò una svolta che sarebbe diventata evidente nel futuro, nello scollamento tra la società e le organizzazioni che di volta in volta ne avrebbero preteso la rappresentanza.

Una delle conseguenze della ampiezza inaspettata della mobilitazione fu che a Genova arrivò una variegata armata brancaleone con si e no un 10% di partecipanti preparati allo scontro fisico e/o minimamente attrezzati ad esso oppure addestrati alle pratiche della nonviolenza politica.

Anche il corteo delle tute bianche si sfasciò come neve al sole alla prima carica nella giornata della morte di Carlo.  I pericolosi black bloc erano poche centinaia e molti di essi erano infiltrati – riconoscibili da una bandana bianca che portavano attaccata ai pantaloni. Ma anche questo ce l’hanno raccontato dopo.

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Cenere celere. Un racconto che in altre nazioni avrebbe fatto scalpore

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di Salvatore VIVENZIO

[dal suo Blog Cronache di un uomo morto]

Cenere Celere è un racconto che in altre nazioni avrebbe fatto scalpore. E’ denuncia di un ambiente, di un ripetersi di situazioni.

Con queste righe io non mi espongo politicamente ma ideologicamente. Io non giustifico nessuno, anzi condanno. Io sono per la libertà e mai per l’oppressione. Non c’è buono e cattivo in questo racconto, ci sono solo esseri umani. Non c’è partito ma solo immedesimazione. Per me non esiste lo sbirro ed il black bloc, per me esistono gli uomini.

Non contano la divisa o il passamontagna ma chi c’è sotto la divisa o dietro il passamontagna. Ho cercato di capire cosa potrebbe pensare una persona in una determinata situazione.

Cenere Celere. E’ cenere tutto ciò che viene represso. Cenere veloce, celere, che scorre e sparisce. La Celere trasforma in cenere tutto ciò che si trova davanti. Questo racconto è puro frutto della mia fantasia, non c’è nulla di reale (nel senso stretto del termine).

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“Tanto contro i sogni c’hanno messo il manganello. “

– Mezzosangue

Che ci fanno qui questi ragazzi? Cosa vogliono? Cosa urlano? Attraverso questo casco non riesco a sentirli. Quello somiglia a mio figlio Andrea.

Dalle retrovie qualcuno grida, ma non riesco a comprenderne il motivo, i ragazzi sembrano tutti tranquilli. Sento qualcosa che batte continuamente sulle spalle mentre gli scudi rimbombano.
Qualcosa precipita dall’alto colpendo alcuni di noi. Cosa succede? Sono pietre? Da qui sotto non vedo niente, avverto solo l’ennesimo forte grido che rimbomba tra la Celere. Avverto le sillabe: Ca – Ri – Ca – Re. Caricare. Ma perché? Mi chiedo cosa abbiano fatto questi ragazzi. Mi sembrano innocui, mentre i miei colleghi appaiono minacciosi, imbronciati, con lo sguardo irato sotto la visiera. Sono studenti, alcuni sono minorenni, si vede dallo sguardo. Qualche coglione ha tirato una pietra, e allora? I coglioni sono dappertutto. Lasciamoli stare, restiamo al nostro posto. Poi penso : voi non protestereste contro questa casta, questa mafia, questa gente che ruba e gioca con il futuro di giovani e vecchi di questa nazione? Non siete, anche voi, un po’ stanchi?
Quasi penso di unirmi a loro, poi mi ricordo che chi gioca con le nostre vite è la stessa persona che mi paga. I rumori aumentano, sento le urla fin dentro la gabbia toracica. Alla fine il mormorio esplode.
Ancora: Caricare.

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Scelba, la repressione e la reazione. Ancora Resistenza

Strage di Portella della Ginestra - 1° maggio

Strage di Portella della Ginestra – 1° maggio

 


Una delle figure più oscure della storia del secondo dopoguerra, è di certo Mario Scelba.
Il suo ruolo da ministro degli Interni e da Presidente del Consiglio, raccontano la storia di un pervicace reazionario anticomunista. E’ proprio durante la sua carica al Viminale, che avviene la strage di Portella della Ginestra per mano di Salvatore Giuliano contro comunisti che festeggiavano il 1° maggio.
Racconta, quindi, la storia di un altro periodo di repressione a cui l’Italia antifascista e democratica, rispose ancora nel solo modo possibile: Resistenza!

La Redazione di ESSERE SINISTRA


 

Scelba nasce in Sicilia, a Catagirone nel 1901 da una famiglia piccolo borghese: suo padre è il fattore di un possidente del Catanese, il barone Silvestri. Da ragazzo conosce e frequenta don Luigi Sturzo di cui diventa ben presto segretario.

Caduto il fascismo, Scelba è in prima linea nella Dc accanto a De Gasperi che lo chiama a ricoprire l’incarico di ministro delle Poste. Quando il leader democristiano decide di cacciare dal governo socialisti e comunisti, Scelba lo appoggia in pieno da convinto antifascista ma anche da anticomunista . Nei governi successivi Scelba sarà per sei anni il ministro degli Interni di cui De Gasperi si fida. Il primo provvedimento che adotta è quello di estromettere dalla polizia gli ex partigiani che vi erano confluiti.

Per volere di Scelba si formò un vero e proprio esercito, senza paragoni nella storia d’Italia: gli effettivi della Polizia, dal Luglio ’47 al Gennaio ’48, aumentarono più di 30 mila unità, fino a raggiungere una forza complessiva di 70 mila uomini, Il titolare dell’interno impegnò la macchina organizzativa del ministero e delle questure nel lavoro per la costituzione e la dislocazione nelle aree nevralgiche del territorio nazionale di reparti mobili e di pronto intervento dotati di speciali mezzi e armamenti.

I reparti della Celere erano unità assai organiche e coese la cui complessità e consistenza quantitativa variavano in funzione dei problemi d’ordine pubblico previsti. Non fu però lui l’inventore di questi reparti, già introdotti dal socialista Romita.

Il ministro democristiano fu solo il primo, più accorto e abile stratega. Per il loro impiego occorreva l’autorizzazione diretta, trasmessa all’occorrenza per via telefonica, del ministro stesso. In questo lavoro di riorganizzazione, diede spesso incarichi di rilievo a personaggi dal discusso passato fascista, come il generale dei carabinieri Giuseppe Pieche (assunto alla direzione affari riservati), che ricostituì il casellario politico centrale, strumento crispino di controllo e schedatura degli oppositori.

Nel Paese si susseguirono scioperi, manifestazioni di protesta, scontri con la polizia. Scelba temeva che da un momento all’altro i comunisti potevano imboccare la strada della rivoluzione ed è per questo che la polizia, per sua disposizione, non andava per il sottile nel reprimere le agitazioni.

Secondo i dati della segreteria nazionale del Partito Comunista, mai smentiti, negli anni della gestione Scelba del Ministero degli Interni, gli scontri lasciano sul terreno oltre cento morti e migliaia di feriti. A questi bisogna poi aggiungere gli arrestati: 148.269; fra questi 61.243 condannati per un totale di 20.426 anni di carcere. Per questa sua durezza socialisti e comunisti lo bollano come “fascista”. Ma in realtà si deve proprio a Mario Scelba la legge che vieta la ricostituzione del partito fascista e che porta proprio il suo nome.

 

(fonte: http://www.occupazioneterre.altervista.org/ministro-scelba.html)

 

(immagine dal web)

Violare i principi del diritto non è il lavoro della Polizia

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di Beppe BRAVI

Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza.

Benjamin Franklin

Quando ho letto, a fronte della sentenza della Corte europea di giustizia di condanna al nostro paese sui fatti del 2001, che diverse persone reagiscono a priori con un “io sto dalla parte delle forze dell’ordine“, oppure “quelli della Diaz hanno messo a ferro e fuoco Genova“, ho provato, e continuo a provare un senso di paura mista al disgusto. E non voglio neppure parlare dei commenti su facebook e sui giornali ai deliri di Fabio Tortosa.

Questa distinzione, questo non accettare la sentenza perché ritenuta “contro” le forze dell’ordine, questo non capire che proprio per le forze dell’ordine in primis si deve e si può far chiarezza ripulendo dagli elementi incivili e crudeli le loro fila, questo non capire che le forze dell’ordine sono innanzitutto cittadini come gli altri, questo sminuire le VERE forze dell’ordine non considerandole capaci di dare l’esempio facendo rispettare le leggi rispettandole, questo giustificare azioni inenarrabili insultando chi ha subito, questo vedere solo un lato della medaglia, questo ignorare le enormi sofferenze che persone indegne di indossare una divisa mascherandosi dietro la ragion di stato hanno apportato a centinaia di persone… beh…
Questa cecità conscia, questa volontà di non guardare con occhi onesti il passato, ci porterà sempre più a fondo in futuro.

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Non una divisa, ma un uomo.

 

RacitiAldrovandi

Per aiutare a comprendere che cos’è l’autorità, e che cosa è l’essere, nel modo più vero, umani.
Una riflessione.
di Elsa Lusso

A Filippo Raciti e Federico Aldrovandi

Ho ascoltato il dibattito di queste ultime settimane su due fatti terribili, così lontani nel tempo e diversi nei meccanismi che li hanno caratterizzati, eppure, non tanto diversi, nella mia percezione. E così sono andata alla ricerca di un filo conduttore alternativo, perché quello che sembrava emergere dai diversi commenti alle cronache mi sembrava debole: come il pezzo sbagliato di un puzzle.
La Divisa e ciò che rappresenta. Gran parte delle riflessioni sembrava ruotare intorno alla Divisa e al suo significato, riflesso nello specchio del bene e del male. Filippo Raciti era un uomo in divisa: gli sputi e gli strappi alla divisa fino all’oltraggio supremo, la morte, hanno significato la totale indifferenza e mancanza di rispetto per la Divisa e quindi per l’Istituzione che rappresenta.
Federico Aldrovandi era un ragazzo la cui morte è stata causata da uomini in Divisa: una divisa con la quale si è aggredito invece che difendere, e che è stata dunque oltraggiata, in maniera diversa, proprio da coloro che la indossavano e il cui comportamento ha gettato disonore sull’Istituzione.

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Il signor Valparaìso ha un occhio chiuso ed uno aperto

allende

di (ma)nu

Il signor Valparaìso ha un occhio chiuso ed uno aperto.
Quello chiuso lo sente gonfio e dolorante.
Non può toccarselo, il signor Valparaìso, perché deve avere le mani legate dietro la schiena.
Legate e informicolite perché i nodi sono troppo stretti.
Qualcuno potrebbe allentarli, ma non può chiamare nessuno, il signor Valparaìso.
Nel tentativo di parlare infatti, una fitta lancinante gli trapassa il cervello e contemporaneamente ingoia sangue.
Ha la mandibola fratturata e la bocca maciullata. Un calcio o un bastone… si un bastone!
Può solo tenere le labbra, gonfie anch’esse, leggermente aperte in modo da riuscire a respirare; Certo, lentamente, per non muoversi troppo perché anche il corpo è malridotto.
Effettivamente potrebbe inspirare tramite il naso, ma il signor Valparaìso riconosce il proprio moncone sanguinolento a poco più di un metro.

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Cattivi maestri

Manifestazione Tribunale di Milano

 

di Andrea NOBILE

Succede una volta ancora, succede per un fatto scabroso, indecente, imperdonabile.
Succede di veder ridicolizzata una sentenza definitiva, che dovrebbe rendere giustizia a chi ha subito un grave torto.

Vedere, per l’ennesima volta, il volto della madre di un ragazzo ammazzato dalle legnate degli uomini in divisa, mi provoca un dolore vero.
Vedere il viso di quella madre, in ragione dell’applauso ai carnefici di suo figlio, mi provoca sofferenza.

Se alcuni poliziotti abusano del loro potere e picchiano fino ad ammazzare un giovane ragazzo è raccapricciante.
Se i loro colleghi, riuniti in corporazione, li applaudono a scena aperta, è disgustoso. Chi ci dovrebbe difendere ci ammazza di botte e applaude anche a questo orribile abuso.
Se la mano violenta della polizia è, purtroppo, qualcosa già avvenuto in passato, la standing ovation è una pericolosa novità.
Una pericolosa e fascista novità.

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