Come le grandi imprese abbindolano i lavoratori, quando manca la sinistra

manifestantibasilicata

di Riccardo ACHILLI

In Basilicata è successo un fatto che ha una rilevanza ben maggiore, a mio avviso, dell’aspetto locale. I lavoratori delle imprese dell’indotto ENI dell’area estrattiva hanno manifestato congiuntamente con i propri datori di lavoro, che gli hanno pagato la giornata, per richiedere il potenziamento delle attività estrattive, aprendo i cantieri previsti dal protocollo di intesa fra Regione ed ENI del 1998 ancora chiusi (essenzialmente, pozzi esplorativi e nuove tratte di oleodotto).

Quindi, manifestando contro un “cavallo di battaglia” della sinistra locale, ostile alle attività estrattive. E tagliando completamente fuori sindacati ed associazioni di categoria, rimasti a guardare. Credo che questo evento, al di là delle implicazioni locali, debba far riflettere.

E’ noto, lo ha chiarito Marx, che nelle fasi di crisi la piccola borghesia viene “proletarizzata” dalla grande, che le scarica il peso della crisi stessa, e quindi diviene disponibile ad una alleanza con il proletariato.  Tuttavia, qui a guidare il processo non sono i lavoratori, ma i datori di lavoro. Ed è questo l’elemento nuovo, e per molti versi preoccupante, ma che non può essere sottaciuto. Non stiamo parlando di mitologiche alleanze dei produttori di proudhoniana memoria, perché non parliamo di liberi lavoratori in posizione paritaria. Piuttosto, parliamo, ed è già avvenuto in fasi di profonda crisi della sinistra del nostro Paese, di una élite di lavoratori, che si autoraffigura come vicina alle ragioni dei propri padroni, che viene usata da questi ultimi per perseguire una strategia di potenziamento dello sfruttamento capitalistico delle risorse, a vantaggio proprio, ed utilizzando la precarietà, la paura per il posto di lavoro, prodotta dagli stessi padroni che gli pagano la giornata di sciopero, per gettare sulle braccia della politica famiglie terrorizzate per il proprio futuro. Che dall’accoglimento delle richieste della manifestazione di ieri riceveranno molto meno di quello che riceveranno le imprese.
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Podemos e il “populismo di sinistra”. Verso una contro egemonia che parte dall’Europa meridionale?

pabloiglesiaspodemos

[saggio di César Rendueles/Jorge Sola, pubblicato sulla rivista Nueva Sociedad 258, Luglio-Agosto 2015 e tradotto per Essere Sinistra da Serena Corti]

Podemos é una nuova formazione politica che ha approfittato della finestra di opportunità aperta dalla crisi ed è riuscita a trasformare la scena politica spagnola con effetti imprevedibili. Per la prima volta da decenni, una sinistra educata alla sconfitta ha trovato le parole per intavolare una discussione con la maggioranza sociale. Anche se il partito di Pablo Iglesias incontra oggi ostacoli alla crescita sfrenata dei suoi primi mesi, i risultati storici conseguiti dai candidati sostenuti dai cittadini appoggiati da Podemos in città come Barcellona e Madrid mostrano che la fessura aperta dalla crisi nella politica spagnola non si è chiusa.

Un’iniziativa dei cittadini per lanciare una nuova candidatura per le elezioni del Parlamento europeo è stata presentata il 17 Gennaio 2014, in un piccolo teatro del centro di Madrid. Il suo capo visibile era Pablo Iglesias, un professore di scienze politiche di 36 anni, noto tra i locali movimenti sociali, che nei mesi precedenti aveva raggiunto una certa notorietà per le sue apparizioni in programmi televisivi con grande audience. Iglesias non ha presentato un partito o una coalizione tradizionale, ma quello che lui chiamava “un metodo partecipativo aperto a tutti i cittadini”. Cinque mesi più tardi e dopo un’ascesa folgorante, Podemos diventava la grande sorpresa delle elezioni europee ottenendo l’8% dei voti e cinque deputati. Eppure, Iglesias dichiarò che non riteneva soddisfacenti i risultati: “Abbiamo percorso una lunga strada e abbiamo sorpreso la casta, ma il compito che cisi presenta da domani è enorme (…). Podemos non è nato per avere il ruolo di un cameo, siamo nati per raggiungere tutti e raggiungeremo tutti. ” Non era spavalderia. Pochi mesi dopo, Podemos diventava il primo partito nelle intenzioni di voto nei sondaggi.

Nel suo anno e mezzo di vita, questa formazione ha rivoluzionato la vita politica spagnola. Il suo merito principale è stato superare l’impasse che sembravano aver raggiunto le mobilitazioni popolari nate all’ombra del 15-m [Movimento 15-m noto anche come movimento de los Indignados ndr] e, più in generale, di superare i limiti tradizionali della sinistra, offrendo un’espressione elettorale di successo utile all’onda del cambiamento. Il movimento degli Indignados è riuscito ad articolare il malessere diffuso causato dalla crisi politica ed economica con un discorso democratico che ha sfidato il consenso su cui l’egemonia delle élites economiche e sociali spagnole si era stabilita negli ultimi decenni. Ma non è stata in grado di sviluppare forme organizzative durature e non è riuscita a fermare i tagli imposti dall’ “austericidio”.

Né i partiti, i sindacati e i movimenti sociali sembravano in grado di trasformare questa rabbia, questa indignazione in uno strumento per il cambiamento istituzionale. Il pericolo che si intuiva alla fine del 2013 era che l’impasse avrebbe portato ad una gestione della crisi “dall’alto” che avrebbe mantenuto lo status quo.

L’emergere di Podemos ha cambiato completamente questo scenario spingendo la finestra di opportunità socchiusa e costringendo tutti gli attori a posizionarsi di fronte all’emergenza in atto.

Ma Podemos non solo ha trasformato il panorama politico spagnolo, ma ha anche portato alla luce opportunità, dilemmi e rischi che incidono sull’intera sinistra europea. Nel migliore dei casi, potrebbe annunciare, con Syriza, la costruzione di un polo di antagonismo alla neoliberale Unione Europea da parte dei paesi dell’Europa meridionale.

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Non credete agli arruffapopolo che hanno indebolito lavoratori e sindacati. Esattamente come Renzi

grillosalvini
di Nello BALZANO

Se siamo arrivati al punto che Matteo Salvini chiama in piazza il “popolo”, chiedendo a Grillo di scendere in piazza con lui, significa che non c’è più speranza.
Se diamo alla destra questa opportunità perdiamo ogni possibilità di combattere in futuro per i nostri diritti.

Siamo di fronte alla disperazione del popolo usata per fini elettorali da coloro che non hanno mai avuto rispetto per chi soffre, da coloro che governano in Lombardia con chi, per la prima volta, ha parlato di eliminazione dell’art. 18 (ministro leghista Maroni), provocando la giusta reazione dei 3 milioni un piazza con Cofferati, da colui (Grillo) che ha sputato veleno sui pensionati e sui sindacati, ogni volta che elencava i mali d’Italia.

È chiaro che nessuno ostacolerà questo triste evento, perché credo sarà un prevedibile flop, perché per organizzare tutto ciò occorre essere radicati negli ambienti di lavoro, nei territori, non è sufficiente il passaggio su qualche inutile trasmissione televisiva o in rete.

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La mia lettera a Ciwati

saluti

di Giuseppe CARELLA

Caro Civati sei uscito dal PD dopo una lunga sofferenza, perché da quel partito non ti senti più rappresentato e non vuoi più rappresentare. Potevi farlo un anno fa e forse sarebbe stato diverso. O forse anche no, come dice qualcuno: poteva sembrare come il capriccio dello sconfitto che non si rassegna al successo del vincitore, che oltre che capo del partito diventa anche capo del governo. Punti di vista. Non sapremo mai se era meglio prima o adesso.

Ora ci chiedi di scriverti sul tuo blog, per dirti come la pensiamo e aiutarti a fare le scelte migliori per il futuro.
Io scelgo di scriverti da qui, da un altro blog e provo a spiegarti anche il perché, in modo semplice: non dobbiamo solo essere noi a leggere te, ma anche tu a leggere noi. E questo significa cercare, sulla rete e nella realtà, quanto di meglio esiste, perché tu possa unirti ad esso nella nuova avventura. C’è una bella differenza, sai.

Insieme ad altri ti ho sostenuto nelle primarie nazionali perché eri portatore di una proposta bella, interessante, praticabile. Ti ho sostenuto e seguito anche dopo le primarie perché mi ispiravi fiducia. Ti seguo anche ora, un po’ di meno, ma ti seguo.

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Essere e non subire

comunicazione art andrea

 

di Andrea NOBILE

Assistere ogni giorno alla rissosità determinata da un senso malato di “appartenenza” a questo o quel gruppo, partito, leader o bandiera, diventa davvero fastisioso. Fastidioso e pericoloso.
Si sono scritti fiumi di parole sulla frammentazione della sinistra e, mentre si scriveva nasceva un nuovo leader o partito da seguire, abbandonando un’altra briciola del nostro spirito critico e di analisi.

Oggi, più di sempre, si parla della necessità di un nuovo soggetto che raccolga la istanze della sinistra, ma, pare, che la condizione prioritaria sia trovare il leader adatto a calamitare intorno a sè la maggior parte di consensi.
Ci stiamo preparando ad una nuova sonora e meritata batosta. Vorremmo di colpo che UNA persona sola ci restituisca ciò che abbiamo dimenticato, svenduto, banalizzato in vent’anni di berlusconismo, di consumismo becero, di globalizzazione e omologazione. Continua a leggere

Niente di nuovo sotto il sole delle Alpi

salvini

di Sil Bi

Ieri Matteo Salvini ha annunciato la prossima nascita di un “soggetto” politico autonomo, diffuso sui territori “da Roma in giù”, che porterà avanti le stesse battaglie della Lega: in particolare quella contro Bruxelles.

E’ l’Europa la nuova “bestia nera” dei leghisti: Bruxelles ha preso il posto di “Roma ladrona” come causa di tutti i mali. Gli argomenti (“l’Italia dà all’Europa più soldi di quanti ne riceve indietro”) sono identici a quelli con i quali la Lega Nord degli esordi contestava lo Stato centrale; identiche sono le rivendicazioni autonomiste – oggi si chiede l’uscita dall’euro come un tempo si favoleggiava della “moneta padana”  -, identica è la retorica xenofoba, indirizzata verso i migranti (che gli altri Paesi europei rifiutano di “spartirsi” con l’Italia) anzichè verso i “terroni”, bersaglio favorito della Lega Lombarda delle origini.

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Europa. False e vere soluzioni.

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di Massimo RIBAUDO

Quello che tutti i giornali ed il mondo dei media italiani vi stanno imponendo è una scelta tra due opzioni ugualmente sbagliate.
La scelta presentata è tra il modello neoliberista, che permette a giornali e Tv di sopravvivere alla loro crisi conclamata, e quello che viene chiamato populismo, ma non è altro che il ritorno ad un nazionalismo di tipo autoritario e protezionista.
O bevete il fiele della logica del massimo profitto azionario gestito dalle variazioni causate da informazioni pilotate dai grandi gruppi finanziari ed industriali, oppure avrete il bastone del ritorno allo Stato nazionale gestito sul modello di Viktor Orbán in Ungheria, che garantisce gli oligarchi che lo sorreggono.
Siete confusi, vero ?

Siete confusi dal fatto che vi dicono che Martin Schulz vuole le larghe intese. Non è vero. Se vincesse non ne avrebbe bisogno.
Ma se i giornali e la TV vi dicono che SARA’ costretto alle larghe intese con il partito popolare europeo, voi ci crederete.

Certo. Dovremmo tutti invitare Schulz a cercare collegamenti con la lista di Alexis Tsipras e quella di Ska Keller, ma per far questo ci sarebbero voluti opinionisti ed editori di massa che ne avessero parlato. Nessuno lo ha fatto.

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E tocca a noi, glielo dobbiamo

La lotta per l’esistenza raffigurata dall’obelisco del Parco Vigeland, a Oslo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Ivana FABRIS

Pochi giorni fa avevo scritto del mio primo Maggio e di quello di mio padre. Tra i commenti lasciati dai miei contatti, nel condividere il mio scritto su Facebook, è apparso quello di mia sorella. Ci tengo a proporlo perchè racconta qualcosa su cui credo valga la pena di fare una riflessione.

“Stavano costruendo la metropolitana milanese, tu non eri forse ancora nata, e io e la mamma ogni sera dopo le 22, dopo aver chiuso quel maledetto portone di via Correggio, gli portavamo la “schiscetta” con la cena. Lavorava fino a notte inoltrata, poi qualche ora di riposo e ricominciava. Non si è mai risparmiato, e tu ed io sappiamo bene quanto gli sia costato alla fine questo suo non risparmiarsi.
E’ stato sempre d’esempio e non solo per noi che gli eravamo figlie, ma anche e soprattutto per i suoi compagni di lavoro, ovunque abbia lavorato.

Il suo profondo senso di giustizia, la sua totale insofferenza per i soprusi di ogni genere sono stati poi la spinta a diventare sindacalista, è stata una scelta naturale.
Il suo non risparmiarsi, poi…Era sempre il primo ad arrivare in fabbrica, mai una assenza, mai problemi.
Mi diceva: “Vedi, se voglio aiutare gli altri, se devo tutelare gli interessi dei miei compagni, se devo portare avanti le battaglie e le rivendicazioni, devo essere inattaccabile da ogni punto di vista, devo avere l’autorevolezza e la credibilità per poter essere efficace nel rivendicare i diritti che ci spettano.”
Oggi è tanta l’amarezza nel vedere come siamo tornati indietro, di come tutti i sacrifici suoi e di tanti come lui siano stati vanificati, distrutti. So che ne soffrirebbe tantissimo, ma non per questo rinuncerebbe a lottare. E tocca a noi, glielo dobbiamo.”

Al di là delle sensazioni che mi ha procurato a livello del vissuto personale, nel leggere queste parole mi si è delineato un quadro chiaro, pulito, netto, quasi tagliato ‘addosso’ con un bisturi, quello dello spessore umano di tutta una generazione che non esiste quasi più e non anagraficamente, ma proprio antropologicamente. Continua a leggere

Una democrazia bloccata. Di nuovo.

(immagine dal web)

(immagine dal web)

di Massimo RIBAUDO

La democrazia non è soltanto votare per il proprio partito. Non è soltanto una scelta elettorale. E soprattutto, nei sistemi parlamentari quali il nostro, con il proprio voto non si sceglie un governo, ma si forma un parlamento rappresentativo delle diverse componenti della società. Purtroppo, in questi tempi di “esportazione della democrazia”, quello che è rimasto da noi è un prodotto pericolosamente svuotato di significato, e il successo elettorale di molti partiti antisistema (tendenti a modificare l’assetto giuridico delle democrazie occidentali) ne è la prova.
Dove la democrazia funziona vi sono forze politiche che si alternano alla guida del governo. Concretamente. Con programmi, strategie, valori diversi ma tutti rispondenti ai principi costituzionali del proprio Paese. Un sistema politico democratico funziona quando, dopo un periodo di risultati negativi da parte di una forza politica, può sostituirsene, con possibilità concrete ed effettive di vittoria, un’altra. E questo in Italia è successo soltanto con l’Ulivo e poi con l’Unione di Romano Prodi.
Molto raramente in settant’anni di Storia.
Ritengo che il malfunzionamento di una democrazia provochi anche un senso diffuso di frustrazione ed anomia politica e sociale che si riverbera sulla condizione economica del Paese.

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Tutti uguali

Invidualità 2

 

 

 

 

 

 

di Andrea NOBILE


L’indice del degrado della rappresentanza in Italia sta tutto in questa frase priva di ogni valore, ma recitata come un mantra dalle persone che poi si affidano a quel qualcuno che è più uguale degli altri, al leader, all’uomo della provvidenza che con un colpo di bacchetta magica crea un milione di posti di lavoro, abolisce l’ICI o mette 80 euro in busta paga agli italioti che lo applaudono.
Tutti uguali è quel motto di disapprovazione che sistematicamente chiude la bocca a chi ha qualcosa di diverso da dire, qualcosa di migliore da proporre, qualcosa di più onesto da fare…Tutti uguali, e lo sono a prescindere.
Ci siamo cascati tutti come dei somari, anestetizzati dai media che ci hanno messi seduti a cuccia, ad abbaiare innocui intanto che ci svaligiano la casa. E a forza di dire che sono tutti uguali abbiamo lasciato libertà di azione in mano agli assassini dei diritti del lavoro, delle libertà democratiche, del diritto di essere rappresentati.
Diritto fondamentale e fondante in una democrazia, diritto calpestato e deriso in un paese al terzo governo di non eletti e che sta massacrando quanto conquistato quando non erano “tutti uguali”, quando la politica non era una cosa sporca, quando l’appartenenza era un valore culturale e non roba da ultras.
Tutti uguali e ciò che importa alla “ggente” è solo il loro costo o il loro numero, e allora avanti con le riforme costituzionali. Riforme scritte da un sindaco arrivista ed un pregiudicato, al di fuori del parlamento ormai esautorato e svuotato di ogni valore decisionale. Perché oggi, che sono tutti uguali, riscrivere la Costituzione è un must, fa figo.
Denis Verdini VS Pietro Calamandrei, roba da far venire il vomito, ma anche roba che assomiglia ai programmi di Licio Gelli, roba che sta arrivando a passi lunghi e ben distesi, tra l’indifferenza e le analisi estemporanee di chi trova la Carta “datata e inadeguata”, senza magari averci nemmeno dato una lettura veloce.
Calamandrei così esortava i giovani: “Dietro ogni articolo della Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta.”
Chi la vuol riscrivere oggi, oltre a frodare il fisco esorta i giovani a partecipare ai reality e ad evadere le tasse, magari a respingere gli immigrati…Ma sono tutti uguali…Sono tutti uguali, a Brunetta e Sacconi, o peggio ancora, a Razzi e Scilipoti?
Come sperare in un paese migliore continuando a ripetere che son tutti uguali? Perché se qualcuno canta fuori dal coro viene aggredito apparentandolo alle schifezze di questo o quel partito?
Privi di capacità critica e di analisi ci mordiamo tra simili. “Sono tutti uguali”.
Non ci sto proprio, non mi sento uguale a nessuno, non sono tutti uguali, non siamo tutti uguali. Uguali a quella roba lì, quella feccia che fa ombra al tanto di buono che c’è?
O riprendiamo possesso dei nostri neuroni oppure saremo definitivamente travolti. Un popolo lobotomizzato e senza memoria incapace di scegliersi una classe dirigente diversa.

 

(immagine dal web)