…tu invece splendi

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di Ivana Fabris

Pier Paolo Pasolini è sempre stato una presenza importante nella mia vita.
Come ho già scritto in questo blog, ebbi modo, da ragazzina, di vivere in diretta il dolore della sua morte e, attraverso mio padre, anche di recepire un insegnamento che ha determinato la mia vita in modo inequivocabile: quello dell’avere il coraggio della verità.

Ma oggi non voglio parlare soprattutto di ciò che sia stato Pasolini come intellettuale marxista e finissimo pensatore, bensì vorrei parlare di lui come persona per quello che posso aver intuito attraverso le sue parole ma anche attraverso le sue espressioni, i suoi sguardi, i suoi sorrisi.
Era un essere umano incredibile ma viene troppo spesso definito visionario e anche profeta, concetti che non condivido affatto perchè ritengo che avere capacità di visione e di elaborazione, avere coraggio di vivere sino in fondo la tristezza che la consapevolezza lucida e persino aspra restituisce a chi ha la forza di guardare oltre ogni steccato, non rappresenti l’essere profeti ma semplicemente esseri viventi dotati sì, di grande intelligenza ma soprattutto di sensibilità.

Non mi riferisco a quel sentimento che spesso viene interpretato come una dominante femminile persino un po’ castrante, bensì a quella capacità di leggere ogni minimissimo aspetto della realtà, quella sorta di qualità che si affina nel tempo grazie all’intelligenza e grazie al saper amare ogni aspetto e forma della vita che ci circonda e ci appartiene. Ma soprattutto al saper elaborare ogni genere di vissuto, al saper essere sempre curiosi e attenti, al sapersi mettere in ascolto e in comunicazione attiva con tutto ciò che sta dentro e attorno a noi, al sapersi mettere in discussione e in relazione con quanto gravita nella nostra esistenza. Continua a leggere

Il fine della tortura è la tortura. Orwell alla Diaz

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di Maurizio MONTANARI

[articolo pubblicato su Psychiatry on Line]

Stavo approfondendo ulteriori spunti sulla clinica della perversione  per terminare un capitolo di un libro, nonché  un articolo per Pol.it [Psychiatry on Line], quando mi arriva un  sms. Apprendo da un avvocato, facente parte del team di giuristi che ha sostenuto la causa di alcuni amici massacrati nella caserma ‘Diaz’ , la notizia che la Corte Europea ha dunque sancito quello che tutti sapevano: là dentro  fu praticata la tortura. La sevizia sistematica su cittadini provenienti da diverse parti d’Europa.  In quei giorni dunque si attuò ciò che aveva ben descritto Orwell in 1984: ‘ Come si può esercitare potere su un essere umano?’ Facendogli sperimentare del dolore” rispondeva Winston al torturatore con un filo di voce,  reso una larva umana dalle scariche elettriche.

Mi sembra quindi opportuno spendere alcune righe, forse non troppo tecniche, né dense di bibliografia,  in nome di una verità uscita dalla clandestinità, anche per l’amicizia personale che mi lega ad alcune care persone, che quell’inferno lo hanno attraversato.

‘Lui è in giro, io non dormo, non mangio, non riesco ad attraversare la strada’ mi diceva una donna pestata a sangue dal marito, immobilizzata dalla paura perché il dispositivo legislativo permetteva al suo persecutore di girare indisturbato per la città. La stessa nella quale la ridusse in fin di vita, prima che fosse ospitata   in una casa protetta. Non temeva altre botte, ma l’impunità dell’uomo. La violenza non era stata né riconosciuta, né perseguita. Per questo motivo ella non riusciva a trovare pace.

In molti casi l’impunità del carnefice determina uno stato di paralisi della parola della vittima, creando una situazione di afflizione  nella quale la  violenza si ripete all’infinito, senza mai liberare chi ne è stato oggetto. Lo stato di vittima è una gabbia spesso simbolica, una prigionia che va oltre le  cicatrici sulla carne.  Nelle frasi di tante donne oggetto di abusi, di uomini adulti che hanno subito gli appetititi di orchi incontrati nell’infanzia, risuona costante un motivo: ‘ ho potuto finalmente rinascere quando chi mi ha fatto del male è stato condannato’. Quando cioè un’istanza ha posto fine a quella drammatica situazione opaca di presunzione di innocenza del reo, spazzando via quella patina di dubbio che annichiliva ed emarginava l’abusato.

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Battiam battiam le mani, arriva il direttor

disciplina

di Luca SOLDI

Dopo il Sindaco Sindaco,
il Presidente della Regione Sindaco,
il Primo Ministro Sindaco,
arriva il Preside Sindaco
ed il Presidente della Rai Sindaco.
E così via.

Per portare il Paese fuori dalla palude dell’inefficienza e dell’irresponsabilità. Con una cultura della leadership aziendale, verticistica e gerarchica, ormai vecchia di un secolo.
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Non una divisa, ma un uomo.

 

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Per aiutare a comprendere che cos’è l’autorità, e che cosa è l’essere, nel modo più vero, umani.
Una riflessione.
di Elsa Lusso

A Filippo Raciti e Federico Aldrovandi

Ho ascoltato il dibattito di queste ultime settimane su due fatti terribili, così lontani nel tempo e diversi nei meccanismi che li hanno caratterizzati, eppure, non tanto diversi, nella mia percezione. E così sono andata alla ricerca di un filo conduttore alternativo, perché quello che sembrava emergere dai diversi commenti alle cronache mi sembrava debole: come il pezzo sbagliato di un puzzle.
La Divisa e ciò che rappresenta. Gran parte delle riflessioni sembrava ruotare intorno alla Divisa e al suo significato, riflesso nello specchio del bene e del male. Filippo Raciti era un uomo in divisa: gli sputi e gli strappi alla divisa fino all’oltraggio supremo, la morte, hanno significato la totale indifferenza e mancanza di rispetto per la Divisa e quindi per l’Istituzione che rappresenta.
Federico Aldrovandi era un ragazzo la cui morte è stata causata da uomini in Divisa: una divisa con la quale si è aggredito invece che difendere, e che è stata dunque oltraggiata, in maniera diversa, proprio da coloro che la indossavano e il cui comportamento ha gettato disonore sull’Istituzione.

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Pier Paolo Pasolini. Un profeta del nostro tempo.

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Fino al 20 Luglio di quest’anno, al Palazzo delle Esposizioni di Roma, si terrà la Mostra Pasolini Roma

Roma sarà il principale punto di osservazione, il suo permanente campo di studio, di riflessione e di azione. Sarà anche il teatro delle persecuzioni che il poeta dovrà sempre subire da parte dei poteri di ogni genere, e dell’accanimento dei media che per 20 anni lo trasformeranno nel capro espiatorio, nell’uomo da demolire, a causa della sua diversità e della radicalità delle sue idee sulla società italiana.

La mostra è organizzata cronologicamente in sei sezioni, dall’arrivo dello scrittore a Roma nel 1950 fino alla notte della sua tragica morte ad Ostia nel novembre del 1975. Di tappa in tappa si ritroverà il filo conduttore che permetterà di tracciare – lungo un quarto di secolo – il percorso della sua incredibile vitalità creativa: i luoghi in cui ha vissuto, in cui ha ambientato romanzi e film, la poesia, il cinema, gli amici, gli amori, le persecuzioni, le lotte e gli impegni nella città. I disegni e dipinti di Pasolini, i suoi autoritratti, ma anche la galleria ideale dei pittori contemporanei da lui descritti con precisione in una poesia: Morandi, Mafai, De Pisis, Rosai, Guttuso. Mai prima d’ora una mostra su Pasolini è stata tanto ricca di ogni genere di materiali – molti dei quali finora inediti – che illuminano tutti gli aspetti delle sue molteplici attività. I visitatori avranno l’impressione che sia lo stesso Pasolini a parlare, a guidarli per scoprire insieme a lui un percorso imprevedibile, costantemente aperto gli incontri, ai dubbi, ai capovolgimenti, alle abiure, alle nuove partenze. Il visitatore scoprirà un uomo al tempo stesso straordinario (per la forza creativa, l’incredibile vitalità, la lotta perenne, la passione per tutto ciò che fa) e comune, con i suoi momenti di esaltazione, di fede, di entusiasmo, di allegria, ma anche di dubbio e di angoscia di fronte al mistero della vita e alla tragicità della storia“.

Lui aveva previsto la crisi della prima modernità. Impariamo da lui a costruirne una seconda. Più umana. Per un vero progresso.

(Video consigliato da Andrea Nobile)

Nulla è più anarchico del potere

Pasolini

 

Nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole. E ciò che il potere vuole è completamente arbitrario o dettato da sua necessità di carattere economica, che sfugge alle logiche razionali. Io detesto soprattutto il potere di oggi.
Ognuno oggi ha il potere che subisce, è un potere che manipola i corpi in una maniera orribile e che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o Hitler. Manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore istituendo dei nuovi valori che sono valori alienanti e falsi.
I valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama: “un genocidio delle culture viventi”.

Sono caduti dei valori e sono stati sostituiti con altri valori sono caduti dei modelli di comportamento e sono stati sostituiti con altri modelli di comportamento. Questa sostituzione, non è stata voluta dalla gente, dal basso, ma sono stati imposti dagli illustri del sistema nazionale. Volevano che gli italiani consumassero in un certo modo e un certo tipo di merce e per consumarlo dovevano realizzare un altro modello umano.

Il regime, è un regime democratico, però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente a ottenere, il potere di oggi, il potere della società di consumi è riuscito a ottenere perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari.

E questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che noi non ce ne siamo resi conto. È stata una specie di incubo in cui abbiam visto l’italia intorno a noi distruggersi, sparire e adesso risvegliandoci forse da quest’incubo e guardandoci intorno, ci accorgiamo che non c’è più niente da fare.
L’uomo è sempre stato conformista. La caratteristica principale dell’uomo è quella di conformarsi a qualsiasi tipo di potere o di qualità di vita trovi nascendo. Forse più principalmente l’uomo è narciso, ribelle e ama molto la propria identità ma è la società che lo rende conformista e lui ha chinato la testa una volta per tutte agli obblighi della società.

Io mi rendo ben conto che se le cose continuano così l’uomo si meccanizzerà talmente tanto, diventerà così antipatico e odioso, che, queste libertà qui, se ne andranno completamente perdute.

Pier Paolo Pasolini

 

(proposto da Andrea Nobile)