La corruzione, male infinito

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di Luca SOLDI

Sergio Mattarella, a Torino, durante l’incontro all’Arsenale Della Pace, luogo così simbolico per la città, ha portato un forte affondo per quello che è il male assoluto del Paese: la corruzione. Per quello che è ormai da tempo, non più un virus ma il vero cancro che consuma la società italiana. Un tumore che colpisce tanti concittadini. Che se da un lato si indignano per il malaffare, dall’altro cedono a comportamenti personali decisamente discutibili. In un male senza fine che avvolge tutto.

Ha denunciato poi, il Presidente della Repubblica: “Avvertiamo i rischi di un individualismo che disgrega. Manca la mediazione dei corpi intermedi e il cittadino si ritrova solo davanti alle istituzioni. A questi pericoli di solitudine bisogna reagire”. Allo stesso tempo ha voluto ricordare che i cittadini non possono pensare di avere solo diritti ma hanno anche “doveri”. Si deve comunque “impedire che si rompano le maglie della comunità”. Volendo intendere che la fragilità ed il limite dell’intero sistema e’ un fatto ormai conclamato. Indiscusso ed indiscutibile. E che la soluzione sta ormai nel costruire tutto quanto possa riuscire a recuperare i nostri giovani.

Molti, infatti, decisamente troppi, oggi appaiono persi nella disillusione e nell’abbandono per tutto quello che riguarda l’impegno civile, l’etica, i valori comuni.

Mattarella ha voluto, proprio per questo effetto “collaterale” così devastante per il futuro della nostra società, fare sue le parole di Papa Bergoglio : “i corruttori sono i peggiori peccatori”.

In una condanna senza appello, ma subito seguita dalla speranza che le nuove generazioni vengano chiamate ad agire, ad intervenire. Si adoperino per “far sentire la loro voce senza paura”. Un doppio binario di condanna e speranza che il capo dello Stato ha rivolto alle nuove generazioni. Mentre, il Presidente, non ha voluto fare sconti a nessuno quando si è rivolto ai partiti ed a coloro che per mezzo dei partiti hanno provocato l’impoverimento della vita sociale, della società, della stessa politica. Ragione per la quale, Mattarella, concludendo, ha puntato il dito: ” i giovani si allontanano e perdono fiducia”.

Ricordando a tutti gli altri, a noi stessi, il compito di impegnarci perché la ritrovino. Con l’esempio concreto. Quell’esempio mancato proprio da parte di tanti vertici politici ed economici.

Reagendo alla rassegnazione di fronte al conformismo. Prima che sia davvero troppo tardi.

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E liberiamoci dal male…

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di Luca SOLDI

Con Libera, la battaglia di liberazione continua combattendo contro le illegalità e la corruzione.
Ma anche per il diritto al lavoro. Per un reddito di cittadinanza che restituisca la dignità.

70 anni sono molti per una società che corre frenetica, sempre in avanti, ma che diventa anche ben poca cosa quando andiamo a frugare in quella memoria che è la storia recente di una democrazia ancora incompiuta.

Una democrazia che si trova a confrontarsi con un potere segreto, diffuso ed impalpabile che si aggira in quelle stanze istituzionali che si vorrebbero sempre più arbitrarie, svincolate dai necessari controlli, verifiche e tutele. Fuori controllo da quelli che si considerano i lacci di una Costituzione che qualcuno ritiene ormai superata ma che in realtà propone una visione di Stato ben più “moderna” di quella dei suoi stessi detrattori.
Rendendo così inconciliabile ed incompatibile ogni tentativo di risollevare il destino di una nazione che perde di vista il bene comune della trasparenza e dell’etica del suo popolo.
Confinando l’esposizione di questi valori ad una qualche lezione universitaria.

Così, per riaffermare il diritto a questi principi che si pone, davanti a tutti, la questione di combattere una nuova guerra di liberazione.

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Il giorno degli sciacalli

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Quando sentite parlare di “riformismo”, insospettitevi. Nella dialettica tra le forze sociali democratiche ed i capitalisti i “riformisti” dovrebbero indurre il Capitale, appunto, ad una sua “riforma” per l’emancipazione dell’essere umano. Un tentativo, come quello socialista, labourista, keynesiano, dell’economia sociale di mercato,  di addomesticare la voracità intrinseca al modello capitalistico teso al massimo profitto. Il capitalista non conosce il termine “giustizia sociale”. La sua legge è la massimizzazione del profitto. Il riformismo cerca di fornire norme etiche e giuridiche a questa pulsione irrazionale di dominio sugli uomini e sulle cose.
Quindi, quando vi parlano di “riforme” che accrescono la forza del capitale, che non pongono limiti, ma anzi ampliano la sua naturale bulimia di potere e risorse, stanno invece legittimando un vero e proprio controriformismo. Di destra.
I riformatori veri, i controllori, coloro che volevano e vogliono un capitalismo che sottostia alle regole democratiche ed al benessere dell’intera comunità sono stati, e sono: Enrico Berlinguer, Aldo Moro, Romano Prodi, Pierluigi Bersani.
Avete visto quale sorte hanno avuto, in Italia? Sono stati uccisi politicamente, dalla loro stessa dirigenza.  Aldo Moro, poi, fu assassinato. Ma la sua sconfitta inizia nel Dicembre del 1971. Contro gli ideali del 25 Aprile. E sempre per frenare ogni riforma – concreta, reale – di attuazione della Costituzione per il popolo italiano. Per i suoi diritti e per il suo progresso civile.

 
La Redazione di ESSERE SINISTRA


[Estratto da “Chi ha sbagliato più forte”, di Marco Damilano, Editori Laterza, 2013]

Capitolo 1
Il giorno degli sciacalli

Come si progetta, si realizza e si porta a termine un omicidio (politico)?
Quello della vigilia di Natale del 1971 resta uno dei più riusciti,
e anche dei più dimenticati.
Martedi 21 dicembre, San Tommaso Apostolo, annotò scrupolosarnente il notista della “Stampa” Vittorio Gorresio, quattro ambasciatori della Dc (in ordine alfabetico, li elencò Gorresio: Andreotti, Forlani, Spagnolli e Zaccagnini) bussarono a casa del senatore Giovanni Leone, malato di bronchite, la voce roca, qualche linea di febbre, a comunicargli che l’assemblea dei grandi elettori democristiani lo aveva designato come candidato ufficiale alla presidenza della Repubblica, a voto segreto.
Il senatore era già stato informato da una telefonata del deputato comunista, napoletano come lui, Giorgio Amendola: «Noi e i compagni degli altri partiti di sinistra non ti possiamo votare. Sei sicuro di volerti esporre?››. Leone, 63 anni, senatore a vita, accetto e diventò sesto presidente tre giorni dopo al ventitreesimo scrutinio, con 518 voti, appena quattordici in più del quorum necessario, con la destra post-fascista determinante, il Movimento sociale di Giorgio Almirante.
«Sono stato eletto il giorno dopo Santa Vittoria, mi porterà fortuna», si fece coraggio con la moglie.

Tempo dopo, quasi per distrazione perché i protagonisti avevano sempre evitato di parlarne, si apprese qualche dettaglio in più sulla riunione dei grandi elettori democristiani. Il candidato non era Leone. Dopo l’uscita di scena del presidente del Senato Amintore Fanfani, infatti, doveva entrare in gara l’altro cavallo di razza: Aldo Moro.

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Autunno rovente

Renzinello

 

 

di Nello BALZANO

La situazione è sempre più pesante, le fratture che si stanno generando nel Paese sono sempre più profonde e pensare che si possa ristabilire un clima di collaborazione e sinergia tra le parti in causa, sta diventando sempre più un’utopia.

Qual è il limite di questo governo presieduto da Renzi, cerco di darmi una risposta il più possibile avulsa dai miei pregiudizi.
Al momento la più plausibile è che sta improntando una strategia politica che va molto oltre le prerogative che doveva avere, perché sostengo questo è semplice, la legislatura doveva vedere un periodo di riforme condivise, la rielezione di Napolitano alla Presidenza della Repubblica, rappresentava quel significato, il fatto che a breve si dimetterà, a mio giudizio non è un aver raggiunto l’obiettivo, ma la presa d’atto che l’aspetto tecnico, rappresentato dalle larghe intese, che doveva dare determinati risultati si è concluso prima del tempo. Continua a leggere

All’Onorevole Pierluigi Bersani

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di Elsa LUSSO

 

On. Bersani,
è da tanto che volevo scriverle, ma non ho mai trovato la forza o la determinazione per farlo e per quasi due anni sono rimasta bloccata, con il desiderio di dire, scrivendo e immediatamente cancellando: in fondo, mi dicevo, sarebbe stato uno dei tanti messaggi che lei ha sicuramente ricevuto, e che magari riceve tutt’ora.

Solo che…ho anche realizzato che per voltare pagina, avevo bisogno di tracciare una linea di demarcazione tra ciò che è stato, e il cui ricordo è ancora vivo, e l’incertezza di ciò che sarà.
Io non avevo la tessera, ma credevo in un progetto, e quello bastava a farmi sentire bene, speranzosa e convinta di essere dalla parte giusta.

Ho vissuto quei giorni con grande gioia ed entusiasmo, perché sentivo di stare dove volevo essere, dove mi sentivo di essere, con lei a garanzia che, vincendo le elezioni, avremmo tentato di realizzare quel progetto, se non completamente almeno in parte. Perdere le elezioni non ha intaccato questa certezza, pur nell’enorme dispiacere per un risultato inaspettato, e certo severo.

Ma si vince e si perde, questo si può e si deve accettare: è bello sentire di stare con chi condivide le tue idee, non con chi vince a prescindere. E poi c’era lei…e tutta l’amarezza di quel risultato elettorale l’avrei buttata giù…perché c’era lei, a tenere insieme il Partito, e questo mi rendeva sicura che avremmo comunque proseguito sul medesimo solco, magari aggiustando il tiro, correggendo in corsa.

Di cadute ne avevamo viste altre, nessuna di queste mi aveva destabilizzato o fatto ricredere…io credevo nel progetto, e credevo in lei che lo portava avanti, e in un PD di Sinistra.
Quello che è successo in quei terribili giorni, lei lo sa bene…io invece l’unica cosa che capivo è che stavano combinando una porcheria immensa ai danni di tutti noi…si… noi, perché di fronte alla vergogna per quanto accadeva, il progetto cui avevo aderito restava il mio punto di riferimento, con lei a rappresentarlo. E in nome di questo, mi aspettavo un finale diverso, di rifiuto, di rottura con quanto accadeva, e con chi quel progetto tradiva.

Il suo farsi da parte in nome della sopravvivenza della “Ditta” era l’unica cosa che non potevo aspettarmi. Certamente lei avrà avuto le sue ragioni…ma quelle ragioni non potevano essere le mie, e non potevano avere a che fare col voto che fiduciosamente le ho dato, e in nome del quale avrei voluto solo un po’ di verità.

Io non so nulla di congiure di Palazzo o di come si fa la politica. Certamente vedere Berlusconi, che ho tanto avversato, ridere apertamente nel constatare che una parte del PD aveva fatto a pezzi le speranze dei propri elettori, o vedere Grillo che urlava soddisfatto mentre i suoi ci irridevano beffardi mi ha addolorato profondamente; ma vedere lei rimanere lì dentro nonostante l’aperto tradimento mi ha spezzata…perché tradendo lei la Ditta ha tradito un progetto comune in nome del quale l’abbiamo seguita, e tradendo lei hanno tradito tutti noi, che siamo caduti senza neanche sapere perché.

Non pensa che meritassimo un po’ di verità, se non altro per essere caduti insieme?
O forse sono io che non capisco, può anche essere…e le mie considerazioni le parranno assai semplicistiche: sicuramente le sue scelte sono state sofferte e fatte comunque in nome del Bene Comune, che va sempre riconsiderato a seconda dei contesti, delle situazioni contingenti.
Ma rivivo la sensazione di paura per le manganellate agli operai della Thyssen Krupp di Terni, e di sgomento per le “spiegazioni” del Ministro Alfano; e sempre sgomento provo per il fatto che, da quanto riferisce lo stesso Senatore Mineo, è stata votata la fiducia al decreto “Sblocca Italia” senza che i senatori del Pd abbiano trovato il tempo di discutere nel merito, visto che nell’Assemblea di deputati e senatori, “…Renzi è arrivato tardi, ha parlato molto e il dibattito è stato “rinviato”.

Ma d’altronde, di che stupirsi? La frase “ci siamo presi il Partito” mi sembra abbastanza in linea con quanto sta succedendo…mi sbaglio?
E oggi sento il Sottosegretario Delrio che, in caso di eventuali elezioni del Presidente della Repubblica, auspica grandi convergenze…cosa che a me, paradossalmente, non tranquillizza affatto.
Ma dico io, perché non auspicare piuttosto che al Colle arrivi una figura retta, dall’indiscutibile prestigio e spessore morale? Forse un Partito che ha realizzato il famoso 40% di consensi alle elezioni europee, non è in grado di proporre e portare avanti una candidatura “alta”, lasciando agli altri l’imbarazzo per una eventuale mancanza di convergenza?

Potrei citarne tante altre, ma mi fermo a queste considerazioni, che ritengo emblematiche, e mi chiedo: cosa è rimasto, nel PD, dell’antico progetto? E quale tessera potrei mai prendere in queste condizioni?
Lei si interroga sul perché della grande fuga…e io mi stupisco del suo stupore, ….nè ritengo Renzi l’unico responsabile: perché dovrei? E’ il Segretario di un partito che non sento più mio, e che col nostro progetto ben poco sembra aver a che fare.

Di confusione ne ho abbastanza, e lì dentro, a giudicare da ciò che sento, mi sembra tutto molto confuso…o molto chiaro, a seconda dell’angolazione dalla quale guardo.
Non penso, per concludere, che sia neanche questione di tessere, né in bene né in male. Quel Partito lo sentivo mio anche se non avevo la tessera, fino a quando lei si è fatto da parte lasciandomi sola…per salvare una Ditta che, a sentir lei, va comunque salvata, mentre io non voglio più averci a che fare, neanche per sbaglio.

Affido questa mia lettera ad una Comunità nel quale, dopo tanto smarrimento, ho ritrovato il senso dell’Essere di Sinistra, e che per questo ringrazio.

 

(Immagine dal web)

Lettera aperta a Pierluigi Bersani

Pierluigi-Bersani-Pd

 

di Vincenzo G. PALIOTTI

Caro (ex) Segretario,

mi sono deciso a scriverti perché, avendo votato per te alle politiche del 2013, credo di avere diritto a qualche spiegazione.

Premetto che ti ho sempre difeso condividendo non solo il tuo modo di essere ma, principalmente, il tuo modo di affrontare la campagna elettorale dicendo la verità a tutti e non promettendo quegli “effetti speciali”, peculiarità dei populisti oggi al governo.
E ti ho difeso anche per questo, perché a elezioni concluse tutti, o quasi, ti hanno accusato di essere stato troppo “soft”, poco incisivo. In effetti gli italiani, senza le proverbiali “promesse elettorali”, non sanno vivere.
Oggi, a più di un anno da quel “fatale” Febbraio 2013 vengo a chiedere conto a te del mio voto, prima di tutto perché con il governo attuale sono caduti tutti i presupposti e le motivazioni del mio consenso, e poi perché si stanno tradendo i principi fondamentali di quella che tu chiami “ditta”. Tutti: perché non mi verrai a dire che è normale fare alleanze, e riforme, con il nostro antagonista per antonomasia, pure condannato per frode fiscale e cacciato dal Senato. Basterebbe solo questo per chiedere di darmi “indietro” il voto che ho dato a te ed al PD nel 2013. Ed anche alle Europee, sempre seguendo il tuo esempio che invitava noi tutti alla responsabilità e nell’interesse della “ditta”, mi sono turato il naso ed ho eseguito.

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Una fretta incomprensibile

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di Sil Bi

Lo stato maggiore del Pd è in agitazione: “Le riforme non possono essere fermate da Mineo e Minzolini”; “se qualcuno vorrà fermare il processo riformatore se ne assumerà le responsabilità”, e così via.

Pare che l’Europa non aspetti altro che l’approvazione della riforma costituzionale per “allentare i cordoni” della flessibilità: superando il bicameralismo perfetto, infatti, il governo italiano potrebbe realizzare molto più rapidamente le riforme che i nostri partner europei si aspettano; la nostra credibilità e la nostra competitività ne sarebbero accresciute. E con più flessibilità potremmo finalmente rimettere in moto la nostra economia.

Un simile obiettivo parrebbe pienamente giustificare la velocità con la quale il governo intende procedere nell’iter del ddl Boschi: in effetti, la crisi è ancora profonda e non c’è tempo da perdere, come il Presidente del Consiglio ripete spesso. Se non che…

L’articolo conclusivo della bozza del ddl Boschi (n. 35, “entrata in vigore”) prevede che “le disposizioni della presente legge si applicano a decorrere dalla legislazione successiva a quella in corso alla data della sua entrata in vigore” (cioè l’attuale), con l’eccezione di alcuni articoli che riguardano il CNEL e lo stipendio dei consiglieri regionali. In pratica: perché il bicameralismo paritario venga superato, le province vengano definitivamente abolite e il pasticcio dell’attuale Titolo V venga risolto, occorre che la legislatura si concluda.

Il Premier continua però a ripetere che essa durerà fino al 2018: “l’orizzonte di cui necessitiamo è di mille giorni”, ha affermato pochi giorni fa.

A che scopo, allora, tanta fretta?

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