4 novembre: io non festeggio, ricordo con rabbia e con dolore

guerra

di Matteo SAUDINO

Il 4 novembre 1918 terminava la grande guerra degli italiani. Con oltre 600.000 morti, milioni di feriti, migliaia di orfani e vedove l’Italia pagava a caro prezzo la sciagurata partecipazione ad un conflitto figlio delle politiche imperialiste e nazionaliste dei principali stati europei e di un capitalismo industriale e militare violento e aggressivo.

Milioni di contadini e operai, che nei singoli paesi stavano lottando contro il barbaro sfruttamento del lavoro portato avanti da padroni senza scrupoli, furono mandati ad uccidersi reciprocamente al fronte in trincea, trasformando così la verticale ed emancipatoria lotta di classe tra sfruttati e sfruttatori in una guerra orizzontale tra popoli e lavoratori.
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24 maggio 1915. Il doloroso inganno della guerra

inganno

di Giovanni PUNZO

Sono trascorsi cento anni dal 24 maggio 1915. Le manifestazioni però – soprattutto in questi giorni, gravate dal fantasma dell’austerità e dal crisma dell’ufficialità –, stanno riversando anche un profluvio di luoghi comuni e banalità, prive del senso o delle interpretazioni che tutti attendono. Inutile d’altra parte cercarli nel quadro ufficiale perché le celebrazioni mai sostituiscono argomenti e ragionamenti, ma ne rappresentano semmai il punto di partenza.

C’è tuttavia da osservare – rispetto il trascorso centocinquantesimo dell’Unità d’Italia – che l’anniversario questa volta sembra più sentito, almeno a livello di curiosità, per la presenza di tante memorie familiari e collettive di un evento che rappresentò la vera nascita dell’Italia del XX secolo nella sua identità moderna. Parlando di Prima guerra mondiale soprattutto per il nostro Paese le domande restano sostanzialmente due: come e perché l’Italia entrò in guerra.

Dopo abili iperboli retoriche o aperte manipolazioni storiche, frutto dei regimi o delle tendenze culturali passate, sta emergendo con definitiva chiarezza l’aspetto principale: la maggioranza non voleva la guerra e fu trascinata lo stesso nel conflitto. Sappiamo che la regia, o meglio la ‘responsabilità’ dell’entrata in guerra, coinvolse solo pochissime personalità di alto rilievo: il re e due o tre ministri, appoggiati a loro volta da un confuso ed eterogeneo movimento interventista – molto attivo in piazza – che andava dalla sinistra rivoluzionaria ai nazionalisti, ma al cui interno agivano anche parte dei liberali, la quasi totalità della classe dirigente (industriali compresi), gli intellettuali e i giovani.

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Italia, ricorda

italiaricorda

di Claudia BALDINI

L’Italia dopo la prima guerra mondiale era nel caos, e anche la politica era andata in frantumi. Giolitti non era stato in grado di opporsi alla guerra – si, l’avevamo vinta, dicevano -, ma a quale spaventoso prezzo? – e ora i partiti italiani erano diventati ingovernabili persino per lui: la crescita del partito socialista e l’entrata della Chiesa in politica col partito popolare di don Sturzo avevano relegato i partiti liberali ad una parte politica sempre più piccola. Questo era un processo normale, secondo me, intanto la novità del suffragio universale maschile preludeva a partiti di massa, a quelli che potevano smuovere milioni di persone con la loro propaganda, e anche senza la guerra questo cambiamento si sarebbe realizzato probabilmente in modo civile.

Invece la prima guerra mondiale mise in crisi l’economia, fece vivere una terribile esperienza in trincea agli uomini, e fece fare una terribile figura alla democrazia italiana che non era stata in grado né di tenersi fuori dalla guerra (nonostante il parlamento fosse neutrale) né di vincerla in maniera decisiva.

La scalata di Mussolini avvenne quindi in questo contesto, in cui non c’era più nessuna fiducia nel governo democratico, c’era paura di una rivoluzione socialista, c’era miseria e scontento per la guerra.

Mussolini si presentò come la possibile soluzione di tutti questi problemi, come l’uomo che poteva riportare l’ordine e l’efficienza, risolvere la crisi, in uno slogan moderno: uscire dalla palude.

Il suo partito cambiò continuamente programma, passando dall’essere rivoluzionario e populista (chiedendo ad esempio la repubblica e la punizione di coloro che si erano arricchiti durante la guerra), nell’iniziale manifesto di San Sepolcro, al proteggere gli interessi dei ricchi, della monarchia e della Chiesa dopo aver preso il potere.

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La notte della Turchia

Olocausto-armeno

di Luca SOLDI

«Chi parla ancora oggi della strage degli armeni?» – avrebbe detto Hitler nel 1939 ai suoi comandanti militari alla vigilia dell’invasione della Polonia.

Ed infatti, si tenta di dimenticare o negare.

La pulizia etnica nei confronti del popolo Armeno inizia durante gli ultimi anni dell’Impero ottomano, con una prima ondata di persecuzioni tra il 1894 e il 1896 e che culminò con quello che poi la storia ci ha consegnato come Il Genocidio Armeno.
Il pretesto arrivò mentre era ormai in corso la prima guerra Mondiale
I Turchi accusarono i cristiani Armeni di essere alleati della Russia Imperiale e quindi di essere dei nemici interni.
Ma era evidente che l’odio religioso e razziale covavano da sempre e quello che si aspettava era solo un’occasione per cominciare una delle vergogne della storia.

Nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915 vennero eseguiti i primi arresti tra gli armeni di Costantinopoli.
L’operazione continuò l’indomani e nei giorni seguenti. In un solo mese, più di mille intellettuali armeni, tra cui giornalisti, scrittori, poeti e perfino delegati al Parlamento furono deportati verso l’interno dell’Anatolia e massacrati lungo la strada.
Tagliata la “testa” , il destino del popolo era segnato. Da questa notte inizia la fine del popolo Armeno.
I massacri della popolazione cristiana (armeni, siro cattolici, siro ortodossi, assiri, caldei e greci) avvenuti in Turchia tra il 1915 e il 1916 saranno poi ricordati dagli armeni come il Medz yeghern, “il grande crimine”.

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