Cry for you, Argentina

macri

di Riccardo ACHILLI

Finisce il kirchnerismo.

Vi sono dei fattori di fondo da considerare per comprendere la fine di questo ciclo politico.

A prescindere dagli errori, dalla corruzione del cerchio magico della presidenta, dell’inflazione strisciante che, insieme al carico fiscale, ha fatto pagare ai ceti medi i progrmmi sociali per i meno abbienti, al di là delle nubi di crisi economica iniziati dagli annunci di fine del tapering, ed aggravatisi con il rallentamento della domanda di materie prime agricole causata dal rallentamento cinese, al di là delle sanzioni dei mercati finanziari, affamati di debito nazionale, che hanno costretto Cristina Kirchner ad un default tecnico, e poi pagato la campagna elettorale scintillante di uno squallido Macri.

Al di là di tutto questo, due importanti elementi vanno evidenziati.

Il primo, interno al Paese. Torna ciclicamente, nella tragica storia argentina, quando ci sono motivi per temere il futuro, come reazione, lo spirito del piccolo borghese italian-galiziano, fatto di amore per il caudillo che mette a posto tutto, deresponsabilizzando una vita fatta di piccolo cabotaggio fra parrilla domenicale, la partita allo stadio, l’automobile comprata a debito e la vacanze a Bahia Blanca. Questa è la visione tranquillizzante, deresponsabilizzante ed ipnotica che ha già costituito la base psicologica di massa del peronismo.

Il secondo fattore riguarda la sinistra latinoamericana, che vive una crisi di crescita fra i successi nello strappare i Paesi amministrati alla miseria più nera ed al neocolonialismo, e la difficoltà di dare rappresentanza a quei ceti medi emergenti che essa stessa ha favorito.

Un nodo potenzialmente esiziale per tutto il progressismo latinoamericano.

Perchè la guerra non è la soluzione.

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di Riccardo ACHILLI

Ho letto con molto interesse questa intervista a Dominique Vidal e ve la consiglio.

Contro la risorgente voglia di guerra, che sembra tentare anche la sinistra italiana, Vidal ci parla di un’altra strada, politica, praticabile.

Utilizzare il ritorno dell’Iran sulla scena internazionale per fare pressioni sui governi sciiti di Siria ed Irak, al fine di integrare maggiormente le comunità sunnite nella gestione politica ed economica, superando quella emarginazione che ha costituito la base per il salafismo.

Vorrei ricordare un dato non citato dall’articolo. Daesh (o IS, o Isis, come volete chiamarlo) nasce dai circa 400.000 militari iracheni che, dopo il rovesciamento di Saddam, furono radiati, con un tratto di penna, dal governatore statunitense Paul Bremer, che li lasciò senza nemmeno la pensione, e più in generale dai quadri baathisti emarginati.

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Migranti: il vertice della vergogna

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di Riccardo ACHILLI

Si chiude a La Valletta il vertice sui migranti più vergognoso e fallimentare della storia europea.

Nessun accordo sulla redistribuzione dei migranti dai Paesi di prima linea, come il nostro, agli altri. Con Renzi, incapace di tutelare l’interesse italiano, che fa la consueta figura da cioccolataio, enunciando una teoria dello sviluppo dei Paesi africani da Expo 2015, basata cioè su agroalimentare e PMI.

Con Stati membri che prendono iniziative unilaterali, compresa la Svezia, nonostante il suo passato da Paese modello di accoglienza, che ripristina i controlli alla frontiera. Gli ungheresi che minacciano di dare fuoco ai migranti che la Germania dovesse respingere. La Slovenia che costruisce un nuovo muro.

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Manovre portoghesi: ma vi aspettavate qualcosa di diverso?

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di Riccardo ACHILLI

Un approccio neanche particolarmente pessimistico in politica dovrebbe condurre ad un sano realismo.

I fatti portoghesi hanno avuto l’evoluzione più ovvia. Cavaco Silva, il Presidente della Repubblica, ha incaricato di formare il governo il suo compagno di partito Coelho, e non il suo avversario Costa, basandosi su una prassi per noi italiani insolita, ma per la politica portoghese consueta, ovvero quella dei governi di minoranza.

In più sta apertamente invitando i deputati socialisti ad andare contro la disciplina di partito e a sostenere il governo di Pedro Passos Coelho.

Affidandosi, così, ad un’altra facile conclusione, ovvero che la fame di potere e la voglia di tenersi il seggio parlamentare senza tornare a nuove elezioni finirà per portare i socialisti a fornire una qualche forma di appoggio al governo di Coelho, nei prossimi mesi.

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M5s alternativo al sistema? Ne siete davvero sicuri?

Grillo-Casaleggio

di Riccardo ACHILLI

I 5 Stelle possono vincere?
Certamente, per la fase attuale del capitalismo sono addirittura funzionali, desiderabili.

Rappresentano il passaggio finale della destrutturazione della società trasformata in monadi di generici cittadini egoisti ed infelici, formalmente liberi di vagare in uno spazio darwiniano di opportunità precostituite e disponibili per il più forte, sostanzialmente profondamente soli nel deserto delle libertà formali, eliminando gli ultimi bastioni della rappresentanza e del pubblico, inteso come anelito ad un interesse collettivo prevalente su quello individuale.

In questo senso, sono persino più funzionali al capitalismo post fordista dei fascisti, che in fondo continuano a collocare una entità statuale, seppur autoritaria, al di sopra degli interessi individuali e di classe.

Dentro una dialettica fra cittadino onesto che desidererebbe solo girovagare nelle lande solitarie delle opportunità, come un coyote affamato alla ricerca di cibo, e una casta di disonesti rinchiusi nella loro cittadella rifornita di viveri, vi è soltanto la volontà di ampliare lo spazio dell’ipercompetizione, livellando il playing field ed al contempo la volontà di eliminare definitivamente la dialettica di classe, in un omogeneizzato mondo di cittadini-liberi immersi nel darwinismo, che era il sogno dei borghesi che fecero la rivoluzione francese, o quella statunitense.
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Non fidatevi del “pacificatore” Enrico Rossi

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di Riccardo ACHILLI

Il ciclo di Renzi si avvia, inevitabilmente, verso la sua involuzione.

Quando avrà riformato, nel senso militare del termine, ovvero dichiarati inabili ed inutili, i sindacati, quando avrà fatto la riforma fiscale per tagliare detrazioni e deduzioni ai redditi bassi, quando si sarà fatto incensare da un referendum sulle riforme che potrebbe vincere, in un Paese esausto, Renzi perderà la sua ragion d’essere politica.

Senza l’azione frenetica, senza l’attivismo manicomiale, senza una cultura politica ed una visione a sorreggerlo, Renzi non può trasformarsi nel grigio amministratore dell’Italia da lui “riformata”.

Servirà, per il dopo, un “pacificatore”, cioè una figura che impedisca che sorga una reazione alle riforme renziane, quando esse inizieranno a produrre i loro effetti tangibili, ed il popolo italiano potrebbe uscire dal bovino torpore in cui tende a crogiolarsi per lunghi periodi della sua storia.

Il pacificatore non dovrà rimettere in discussione la ristrutturazione – o distruzione – renziana del Paese.

Dovrà dare un canale di gestione del malcontento sociale, dichiarando una tregua, amministrando le riforme fatte, limandone magari alcuni aspetti secondari, e spacciando queste innocue limature come conquiste sociali.

Dovrà cioè, al contempo, imbrigliare la rabbia sociale che sfocia nel voto ai grillini o a Salvini, ed impedire che nasca una sinistra di classe, che rimetta in discussione il sistema, iniziando dall’euroidiotismo.

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Sindacati e diritto del lavoro: ultimo atto

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di Riccardo ACHILLI

Senza clamore, senza più sussulti in un Paese drogato, viene annunciata l’intenzione di Renzi di intervenire con la riforma finale della sua sciagurata esistenza politica: l’ultima fase dell’americanizzazione del Paese, ovvero l’abrogazione dei contratti collettivi, a fronte di un salario minimo scelto a livello politico, mentre tutta la contrattazione salariale viene spostata a livello territoriale e aziendale, e legata unicamente alla produttività.

Senza la contropartita della compartecipazione alla gestione (il modello tedesco tanto citato e poco studiato).

La mossa è concordata con Squinzi che, ricordiamolo, alcuni individui, che ancora oggi girano nei circuiti del socialismo, avevano definito “compagno”: infatti oggi il bravo Squinzi decreterà il fallimento ex ante dei negoziati sui CCNL che si stanno per aprire, in modo da spianare la strada alla loro abrogazione.

Rintocca la campana finale del sindacato confederale, che perde la sua ragion d’essere e si trasformerà, al più, in una sorta di associazione dei sindacati aziendali e di categoria che eroga servizi e fa un pò di studi, esattamente come avviene negli USA.

Sulla base del criterio della produttività, i lavoratori saranno messi l’uno contro l’altro, per cui alla fine avremo, da stalimento a stabilimento della stessa azienda, differenze salariali e di condizioni lavorative anche rilevanti.

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Portogallo: pochi fatti, veloci, veloci

bloco

di Riccardo ACHILLI:

Alcune brevi note per comprendere la situazione in Portogallo.

Punto primo. Non è vero, come si affrettano a dire i media mainstream, che il Portogallo abbia “premiato” gli autori dell’austerity: le due forze politiche responsabili dell’austerità, il Partito socialista (dal 2009 al 2011) e la Coalizione di Centro Destra (dal 2011 ad oggi), prendono complessivamente poco meno di 4 milioni di voti, circa il 41% del totale dei voti abilitati. Il grande vincitore è l’astensionismo, come oramai avviene un pò ovunque.
Il 43% degli elettori non vota nemmeno più, ed al netto di quel 10-15% di astensionismo fisiologico, si tratta di un enorme messaggio di sfiducia per la politica, e di un segnale, pericoloso perché foriero di potenziali nascite di nuovi caporali austriaci, di disperazione;
Secondo. Non è del tutto esatto dire che il Bloco de Esquerda, che fa un eccellente risutato, raddoppiando il suo consenso rispetto alle Politiche del 2011 ed alle Europee del 2014, sia la Syriza portoghese. Sebbene nato anche esso come fusione di diversi movimenti della sinistra radicale (trotzkisti, maoisti e socialdemocratici radicali) non ha affatto commesso la cazzata di Tsipras di andare in giro a professare il suo assoluto europeismo.
Una dei due coordinatori nazionali, l’ottima compagna Catarina Martins, ha detto con estrema chiarezza, alla vigilia del voto, che: “sebbene noi non difendiamo una uscita dall’euro, il Portogallo deve essere praparato a tutti i ricatti e le minacce. Il Portogallo deve essere preparato ad uscire dall’euro, se vuole evitare i ricatti del signor Schaeuble. Se dobbiamo vivere con dignità o con l’euro, scegliamo di vivere con dignità”. Cos’è? E’ il piano B.

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Unità per cosa, unità di chi?

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di Riccardo ACHILLI

L’unità è un valore molto sbandierato, e da sempre, a sinistra. In particolare, la tradizione comunista ha esaltato, sempre, la priorità unitaria, per cui in un centralismo democratico ben applicato si discute, ma poi si sostiene lealmente la tesi maggioritaria, anche quando non si è d’accordo. Ma, per l’appunto, questa priorità dell’unità, anche a costo di sacrificare un pò la diversità delle opinioni (un elemento che per esempio è difficile da digerire per chi viene da una cultura libertaria e socialista), avveniva dentro un contesto in cui, con lealtà e franchezza, ci si misurava dentro congressi pluralistici, dove tutte le mozioni avevano pari dignità, e dove a tutti, sottolineo a tutti, da Amendola fino a Secchia, era ben chiara l’idea di rappresentare gli interessi di una classe sociale ben precisa, i lavoratori e chi doveva entrare dentro il mercato del lavoro, e chi ne doveva uscire con la dignità di una pensione e di un welfare. In questa chiarezza di politica di classe e di rispetto reciproco, l’idea dell’unità al di sopra delle diversità poteva avere un senso, una nobiltà e una ragione anche tattica.

Oggi il Pd non rappresenta il mondo del lavoro. Il Jobs Act è solo uno, forse il più clamoroso, tra gli esempi. Non è nemmeno equiparabile al blairismo, perché Blair accettò di guidare un partito che, nel suo statuto, si autodichiarava ancora “socialista”. E che con la vittoria di Corbyn dimostra quanti anticorpi di sinistra abbia ancora.

Oggi il Pd è una associazione politica di tipo anfibio, interclassista, che si adatta camaleonticamente ai cambiamenti della società italiana, indotti da forze esterne, essenzialmente di tipo finanziario e geopolitico, proponendosi come forza di “gestione” di tali cambiamenti, e non di governo, perché, per parafrasare Juan Bautista Alberdi, “governare è indirizzare”, e non adeguarsi e gestire.

Una metamorfosi che passa per un ruolo necessariamente rafforzato del leaderismo personalistico, alle spese del dibattito interno (inutile, se ci si acconcia ad input di cambiamento esogeni) e quindi della struttura di un partito (che serve essenzialmente per sintetizzare un dibattito e tradurlo in una strategia d’azione) che si liquefà.

Facendo del male anche all’opposizione: se la maggioranza da forza di governo divente forza di gestione di input esterni, l’opposizione diventa, per contrappasso, forza di distruzione cieca e di contrapposizione, senza idee, alla “casta”. Donde i grilismi.

Per cui lo scenario politico non si divide più in interessi di classe, ma in due fronti: i “responsabili” che gestiscono e gli “irresponsabili” che distruggono. Un ritorno indietro ad assetti pre-1789: un Primo Stato che governa con il suo partito-tecnocratico che si occupa della gestione, come fosse una sorta di Colbert collettivo, ed un Tiers Etat indistinto, privo di guida illuministica, che coltiva il rancore dell’antipolitica come riflesso della sua esclusione.

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Senato: era possibile fare peggio di Renzi? Ci sono riusciti i sinistri-Dem

minoranza

di Riccardo ACHILLI

Gli emendamenti sui quali la minoranza del partito democratico ha fatto la lotta della vita (la sua vita) sono addirittura peggiorativi rispetto al testo-base della riforma del Senato. Non è vero che i senatori saranno eletti dai cittadini. Essi saranno infatti designati dai consigli regionali fra i propri membri, tenendo conto degli esiti elettorali.

Tradotto, saranno presi da quelli che hanno preso il maggior numero di preferenze alle amministrative, aumentando il fenomeno del mercato delle vacche sul territorio. Cioè esattamente lo stesso esito voluto dal duo Renzi-Boschi, espresso con parole diverse. Tra l’altro, questi incapaci della sinistra Dem, perché difficilmente si possono qualificare diversamente, per farsi eleggere al Senato adesso dovranno candidarsi alle amministrative, cioè farsi paracadutare nelle regioni “sicure”, dove il Pd può prendere la maggioranza nel Consiglio regionale, e farsi dare una montagna di preferenze, combattendo contro i baroni del voto locali, che sul territorio sono molto forti.

Vedremo torme di disperati aspiranti senatori della sinistra Dem paracadutarsi in regioni nelle quali non necessariamente sono residenti, su territori che non conoscono affatto, come avveniva con il mattarellum.

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