La tua banca è indifferente

bancacappio

di Roberto RIZZARDI

In questi giorni si parla molto del “salvataggio” delle quattro banche, di quanto la manovra possa essere un assist al padre di una “ministra” del governo e sul fatto che questo salvataggio sia avvenuto a spese di azionisti e obbligazionisti.

Il fatto da analizzare, però, è che quando una banca “va a remengo” non ci sono molte cose da fare e tutte quante, comunque, sono per qualche verso opinabili.

Per il salvataggio si sarebbe potuto ricorrere alla fiscalità generale, come con le banche francesi e tedesche, caricando sul groppone di tutti i relativi costi.
Si sarebbe potuto utilizzare il bail-in, come si è fatto, e far pagare azionisti, obbligazionisti e correntisti sopra i 100mila Euro.
Si sarebbe potuto fare un bel niente, lasciando fallire le banche facendo pagare ancora azionisti, obbligazionisti, correntisti (tutti, anche quelli con pochi Euro sul conto) e le vecchine con il libretto di risparmio, per non parlare di alcune migliaia di dipendenti messi in mezzo alla strada.
Qualsiasi cosa si fosse fatta sarebbe stata discutibile sotto qualche aspetto.
Il vero problema è come impedire che il management di una banca combini disastri come questo senza che nessuno vigili preventivamente.

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Occasioni perse e treni da prendere

di Roberto RIZZARDI

Ho commentato, in un social network, un post relativo alle “furbizie” del PD milanese, in ordine allo psicodramma dell’individuazione di un candidato di “sinistra” per le prossime elezioni comunali. Il post è stato scritto da un esponente di SEL, che stimo e apprezzo, ma col quale da un po’ di tempo mi ritrovo a battibeccare, essendo lui coinvolto, col suo partito, in un tentativo di salvataggio di “capra e cavoli” che a me sembra del tutto impraticabile.
Il post recita:

Ieri sera il PD ha fatto saltare la riunione del Comitato di Coalizione garante delle primarie milanesi… Non presentandosi.
Sembra che questo impedisca la partenza, il 7 dicembre, della raccolta firme per le candidature e di seguito lo slittamento delle primarie, cosa che il PD cittadino aveva fino all’altro ieri spergiurato non avrebbe fatto.

Bussolati cerca ora di attribuire a SEL e alle sue resistenze sulla candidatura Sala la colpa.

Al di là del metodo infantile pre-politico del segretario cittadino del PD questo inizia a comportare una sfaldamento nel suo gruppo dirigente cittadino.

C’è già qualche dimissione e l’ipotesi di una “sindrome Paita” si sta presentando anche nel capoluogo lombardo.

Il mio primo commento si riferiva in realtà alla domanda – retorica – che un altro interlocutore poneva relativamente al bisogno di mantenere una difficilissima collaborazione con compagni di strada riottosi (il PD), i quali in tutta evidenza vogliono imboccare altri sentieri. Forse ci si è già dimenticati che Pisapia venne eletto da un fronte di elettori che trascendeva abbondantemente lo storicamente minoritario elettorato di sinistra lombardo, lettura che comprendo bene possa disgustare alcune persone.

L’impressione che ebbi ai tempi della sua elezione, infatti, fu che Pisapia fosse il “farmaco sintomatico” che la borghesia milanese applicò per allontanare le esperienze fallimentari di Moratti e Albertini, cosa che io collego al coinvolgimento, assolutamente risolutivo, di Assolombarda nella campagna elettorale.
 Io credo che questi anni non siano stati ben spesi, non essendo riuscita la Coalizione Arancione a creare e cementare un’aggregazione meno occasionale e contingente, meno dipendente dall’appoggio moderato e meno esposta alle nefaste influenze di un PD renziano spregiudicato e, alla fine di tutto, animato da pregiudiziali sostanzialmente “anticomuniste”.

A differenza di quanto appare ipotizzabile per Roma Capitale, a Milano non è probabile un travolgente successo pentastellato e dunque a mio parere la città tornerà in mano al centrodestra. Un’occasione preziosa, unica e malamente persa, senza dubbio.

Le mie critiche non sono state ben accolte e mi è stato opposto un bilancio tutto sommato positivo dell’operato dell’amministrazione in carica, all’insegna del “ha ben operato, con alcuni limiti” e, argomentazione che si vorrebbe definitiva, giustificando certe convulsioni con l’esigenza primaria di essere responsabili verso i milanesi, cercando in tutti i modi di impedire un governo della destra eversiva (una declinazione dell’assai logoro principio del “voto utile”).

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Sinistra: ultima fermata

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di Roberto RIZZARDI

Un anno fa, quando già si poteva presagire per il PD e il paese quello che è poi effettivamente accaduto, svolgevo alcune considerazioni.
La necessità di una sinistra vera, di un attore politico che brilla per la sua assenza, nel frattempo è diventata ancora più pressante.
Qualcosa si sta muovendo, ed è ancora ai primi passi e potrebbe finire col fornire la “risposta mancante”.
Una strada lunga, difficile e irta di ostacoli, di rischi ideologici e passibile di vecchie e perniciose “abitudini comportamentali”, ma intanto il MovES muove i suoi primi passi.

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Dopo aver visto i risultati delle elezioni regionali in Emilia Romagna, ritengo che una forte astensione del popolo di sinistra fosse un passo imprescindibile, un messaggio inequivocabile e necessario per segnalare alla direzione PD che la misura è colma.  Sono dunque soddisfatto che il segnale sia partito.

Ora i casi sono due, o il PD trae le debite conseguenze oppure continua a “renzare” (mi si perdoni l’azzardato neologismo) e diventa definitivamente quella strana creatura liberal-centrista tanto cara a Squinzi e al blocco sociale da cui questi proviene. La seconda è, a mio parere, l’ipotesi al momento più probabile.

Ecco allora che si apre uno spazio potenziale a sinistra che però non potrà essere adeguatamente sfruttato dai litigiosi epigoni di svariate ortodossie più o meno virtuose e insofferenti.
Finora tutti gli esperimenti di costituzione di una qualsivoglia formazione a sinistra del sempre più mutato PD hanno perfino faticato a spiccare il volo, non parliamo della possibilità di svilupparsi e incidere, funestati da accuse incrociate di tradimento ideologico, di deviazionismi di ogni tipo e qualità, di collusione col nemico e dalla pratica devastante delle mene egemoniche più viete e controproducenti, dimentichi di quanto queste ultime siano storicamente costate care al movimento operaio nel suo complesso.

La sinistra e le istanze operaie, del lavoro e delle classi popolari non sono più adeguatamente rappresentate e difese a livello politico, ed anche il sindacato fatica a sviluppare una efficace azione di protezione, costretto com’è a subire l’iniziativa di una classe padronale arrembante e ben ammanigliata.

 

I tempi sono veramente maturi per la nascita di una rappresentanza politica realmente di sinistra e con una certa capacità di incidere.  Gli elettori hanno chiaramente detto che “vincere” (che suono mussoliniano ha questa parola) non è sufficiente, che l’occupazione delle giuste poltrone non può ripagare dello scempio dei diritti così duramente conquistati e garantiti da quella che fu “la più bella Costituzione del mondo”.

Una Costituzione ora sconciata, disattesa e in procinto di essere ancor più disinnescata da sconsiderate, opportunistiche e presunte “riforme costituzionali” che, in realtà, sono una autentica restaurazione di uno status quo ante che ci riporta ai primi del ‘900.

Il PD è occupato da una dirigenza che non presenta elementi di continuità con quello che fu il partito che univa le istanze socialiste a quelle della sinistra democristiana. La situazione, italiana, europea e mondiale vira sempre di più verso un assetto iperliberista, dove la mercificazione e la sostituzione dei diritti con privilegi esclusivi avanzano sempre più incontenibili.  Una situazione che crea scompensi e disuguaglianze, che acutizza disagi e risentimenti. Una vera pacchia per il populismo e per la rozzezza della destra xenofoba e classista.

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Un futuro grilliano ci attende

Vignetta M5S

di Roberto RIZZARDI

Non credo sia un mistero il fatto che non nutro nei confronti di M5S aspettative di segno positivo. Le ragioni della mia diffidenza sono di natura eminentemente politica e vanno un pochino oltre gli aspetti di coerenza fin qui rivendicata (dimostrata?) dal movimento.

Quello che intendo è che, al di fuori della puntuale condanna del malcostume e oltre gli esercizi di “presentabilità” morale, non riesco a intravedere un programma che vada oltre la sconfitta dell’orrido PD, peraltro necessaria.

Inoltre il mantra del superamento di “destra e sinistra”, insieme ad alcuni discutibili, a mio parere, pronunciamenti positivi nei confronti di Casa Pound e certe esternazioni su mafia e fenomeno profughi confliggono irreparabilmente con il mio personale sistema di valori.
Date queste premesse, la comune aspirazione ad un maggior rigore etico e morale nella cosa pubblica non basta a farmi superare questa distonia.

Detto questo io semplicemente credo che il profilo e l’esperienza professionale, sia di Grillo che di Casaleggio, abbiano loro consentito di attenuare in maniera determinante la cattiva stampa che, almeno inizialmente, accolse il movimento, fino a riuscire addirittura a ribaltare la situazione e a creare un vero e proprio fenomeno mediatico di straordinario successo.

E’ quella che, con un termine caricato di un’aura negativa, ma non per questo tecnicamente inesatto, possiamo definire una manipolazione ben riuscita, e il fatto che i pifferai che vennero per suonare alla fine furono suonati non aggiunge altro che una nota di beffarda soddisfazione.

Un ulteriore successo propagandistico è costituito dal fatto che il movimento si è messo lucidamente nella condizione di non poter influire su nulla, dato che non ha i numeri per farlo e che si guarda bene dallo stringere alleanze (avendo in questo buon gioco), riuscendo a far passare questa perseguita impotenza quale elemento di discriminazione a suo danno.

Il movimento, intendiamoci, è effettivamente discriminato ma questo, nonostante il vittimismo attivamente sbandierato, è voluto e profondamente funzionale alla strategia politica grilliana, la quale si sta dimostrando straordinariamente efficace (grazie anche all’attiva collaborazione di un PD sempre più inqualificabile).

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Quando serve, l’Europa non c’è mai

mentone

di Roberto RIZZARDI

Ascoltando le prime battute di Omnibus sul problema immigrazione (volevo ascoltare Corradino Mineo, ma il tracimante interventismo oratorio di Osvaldo Napoli mi ha convinto a spegnere il televisore) io e mia moglie abbiamo tratto una conclusione collaterale al dramma umano dei profughi.

In Europa non è esisitito un “problema immigrazione” fino a quando il flusso di persone non è diventato folla ai confini francesi prima e a quelli britannici poi, e la “rotta balcanica”, vera e propria autostrada per la mitteleuropa, non è divenuta cronaca.

Per due anni Italia, Grecia e Spagna, le “cicale” europee con finanze già sfibrate, hanno dovuto gestire il problema.
Lo hanno fatto con accenti diversi e investite da consistenze di flussi differenti, ma in solitudine e con crescente affanno, nell’indifferenza generale.

Siamo Europa quando si deve aderire ai dogmi finanziari ed economici di una BCE che è filiale a Bruxelles della Bundesbank, quando si richiede la rimozione di leggi nazionali che escludono il latte in polvere nella lavorazione del formaggio, ma non quando c’è qualche problema che dovrebbe rimanere confinato nelle “marche esterne” dell’impero, dato che questo è il destino delle zone di frontiera.

Ora il profugo è un problema di tutti, ma ognuno lo affronta come gli pare, incolpando altri, e quando l’esecutivo europeo prova a emanare linee guida e provvedimenti, ma solo perché la cosa ha raggiunto il cuore dell’impero, emerge chiaramente la verità: l’Europa, semplicemente, non c’è.

Ne avremmo un gran bisogno, ma si è fermata da qualche parte, smistata su qualche binario di parcheggio dove non può danneggiare i maneggi dell’ideologia neoliberista.

Ne avrebbero un gran bisogno anche i profughi, ma questi non lo sanno ancora, paghi, per il momento, di non essere più sotto le bombe.

Non aiutiamo Grillo lasciando l’Italia senza alternative credibili

votiinutili

di Roberto RIZZARDI

In questa tornata elettorale, così ricca di implicazioni, tra i tanti registri di lettura emerge che l’elettorato piddino di sinistra, così sbertucciato da Renzi, ha fatto tre scelte differenti, tutte dipendenti da quella, principale, di non votare più PD.

Dunque, ha optato per qualche proposta di sinistra-sinistra oppure ha evitato di votare, ma non pochi elettori, alla fine, hanno votato il M5S il che, a mio avviso, denuncia un chiaro stato di disperazione e prostrazione.

Il movimento infatti, nonostante un’apparentemente condivisibile attenzione alla questione morale, accoglie troppo facilmente istanze e gradimento dichiaratamente di destra o beceramente populiste.

Forse l’appeal proviene dalle caratteristiche di alcuni esponenti dei Cinquestelle.

È relativamente facile considerare come interlocutore un Di Maio, perché è concreto, determinato, ma pacato, e anche se raramente mi trovo d’accordo con lui, per varie ragioni che qui non hanno importanza, ho sempre l’impressione di avere a che fare con uno che va un pochino oltre le battaglie di facciata e il sanculottismo piacione raccoglivoti “ammatula” (siculo per “inutile”), che è invece la cifra media del movimento.

Di Maio, Toninelli, Morra (Nicola, non Carmelo) sono persone serie, ma purtroppo non rappresentano il “benchmark” del movimento, che è funestato dai vari Di Battista, quello che addebita agli altri i rimborsi che pure lui prende, dalla “simpatica” Lombardi, la “supplente di matematica” nella sapida definizione di Vaime e da quell’orrida Taverna, che corre a destra e a manca, ma più a destra in verità, per mettere il cappello su ogni lucroso nido di malcontento, anche su una merda di vacca, se le fa gioco.

Non è che se il PD è la Spectre della corruzione e del malaffare, e lo è intendiamoci, tutto quello che sta fuori deve essere necessariamente la giusta risposta.
Intanto però, mancando alternative, si ingrassano con il malcontento che attraversa tutta l’opinione pubblica.

Ragione di più per costruirla, questa alternativa.

Una proposta per la Sinistra, la Democrazia e la Repubblica. Per l’unità popolare

laproposta

 

La Redazione

Questo potrebbe essere l’ultimo 2 giugno della nostra Repubblica democratica, rappresentativa, costituzionale.

Il tentativo di trasformarla in Repubblica presidenziale plebiscitaria è in stato di avanzata realizzazione, con la complicità di coloro il cui consenso popolare – i voti che hanno preso, con cui sono stati eletti – sono riferiti a valori politici contro l’assolutismo, il potere del singolo, il plebiscito della folla verso il Capo.

I parlamentari del Partito Democratico stanno modificando, approvando l’Italicum e apprestandosi a votare la riforma definitiva del Senato, un presidenzialismo monocamerale senza garanzie per le minoranze. Un presidenzialismo autoritario.

E’ questa la forma di governo, la costruzione giuridica, che ha permesso la vittoria delle dittature in tutto il mondo.

E’ stupido non voler sentire parlare di fascismo.
Quando si eliminano i poteri di intermediazione dei corpi sociali, quando si instaura una cultura che vede nel Capo il fulcro delle soluzioni politiche con scarico di tutte le responsabilità verso di lui e verso la sua corte, ci troviamo in un’area che non è più quella della democrazia occidentale.

Il popolo sceglie un padrone, non un rappresentante dei suoi interessi, bisogni, idealità.

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Podemos è come la sora Camilla. Tutti la vogliono, ma…

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di Roberto RIZZARDI

Io, a questo giro, non sono chiamato a votare, ma se lo fossi, o quando dovrò farlo, selezionerei la lista di sinistra che più si avvicina al mio sentire. Astenermi o votare scheda bianca sarebbe per me una sconfitta morale insopportabile.
Lo farei per non “convalidare” un partito stravolto da una deriva autoritaria e peronista e per non reggere il sacco ai diligenti sicari di un potere finanziario e sovranazionale, non sottoposto al vaglio di consultazioni democratiche, ma non coltiverei certo il sogno di aver trovato la giusta risposta ad un popolo di sinistra orfano di rappresentanza.

Tutte le formazioni di “sinistra-sinistra”, al momento votabili, non sono ancora uscite dal ghetto autoreferenziale e identitario delle innumerevoli schegge che hanno frammentato la sinistra, aprendo la strada al Partito della Nazione di Renzi.

Tutti si fregiano di una gloria spuria per il buon risultato elettorale di Podemos, ma nessuno dei precipitosi estimatori ha mostrato di capire la natura profondamente innovativa di quella formazione tranne, forse, Landini con la sua proposta in laboriosa e ancora non definita gestazione. Vedremo alla fine della prossima settimana cosà ci dirà la sua assemblea riunita a Roma.

Nessuno ha capito che Podemos è un movimento che parte dalla volontà/capacità di semplici cittadini a farsi coinvolgere in un processo fondativo e con la prospettiva, credibile, di poter poi partecipare al governo delle iniziative individuate. Pochissimi si sono accorti che i promotori del fenomeno Podemos sono certamente esperti di scienze sociali e con pregresse esperienze di impegno politico, di base in genere, che però non si sono proposti, assiomaticamente, quale gruppo dirigente.

Si sono messi al servizio della elaborazione di una linea e di un percorso, dopo aver fornito le premesse organizzative e facilitato l’acquisizione degli strumenti di base, lasciando poi alla gente il compito, e l’onere, di sviluppare, gestire, verificare e manutenere un progetto politico.

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La messa in scena di una democrazia senza popolo

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di Roberto RIZZARDI

[dal suo blog http://ilbloggerstagionato.blogspot.it/ ]

La confutazione più efficace alla pretesa renziana, e del PD da lui colonizzato, di essere di “sinistra” consiste nella constatazione che i cardini strategici del suo operato, anche senza voler scomodare agghiaccianti contiguità col famigerato “piano di rinascita democratica” di gelliana memoria, sono esattamente quelli che Berlusconi, dopo aver sistemato le sue più impellenti “necessità” personali, si provò a promuovere, senza mai riuscire a finalizzarli.

La sostanza della manovra renziana è abbastanza evidente, una volta sollevata la pesante coltre di mistificazioni copiosamente prodotte del nostro Primo Ministro. Si tratta delle tre “gambe” che sorreggono il suo ridisegno dello scenario:

  • sterilizzazione dello Statuto dei lavoratori ed arretramento di perlomeno cinquant’anni delle condizioni di confronto tra lavoratore ed imprenditore.

Missione compiuta tramite l’approvazione del mortale “job act”. Al di là, infatti, della ormai risibile definizione di rapporto di lavoro a tempo indeterminato (nel senso che non è determinabile a priori quando si verrà licenziati liberamente e senza ambasce – per il datore di lavoro si intende) è del tutto evidente che chi vive, o cerca di vivere, di lavoro dipendente ora non è più sottoposto unicamente alle variazioni delle condizioni di mercato, ma anche alla valutazione del suo grado di “mansuetudine”. Il necessario prerequisito di instaurazione di una massiva forma di controllo e contenimento del dissenso popolare è così assicurato in maniera ottimale;

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