Sono in ruolo e sciopero!

insegnanti

di Matteo SAUDINO

“Ma come prof, è appena entrato in ruolo e domani sciopera?”

Certamente ragazzi e vi spiego anche il perché.
1. Venerdi 13 novembre sciopero perché i docenti neo-immessi in ruolo finiranno in albi territoriali da cui saranno scelti, in modo arbitrario, dai dirigenti scolastici senza nessuna graduatoria dai criteri chiari e razionali. Ciò favorirà clientelismo e servilismo.

2. Venerdì 13 sciopero perché i neo-immessi in ruolo rischiano di diventare tappabuchi al servizio di una scuola progettificio, dove studiare, leggere, confrontarsi e discutere sembra essere ormai una vetusta eccezione.

3. Venerdì 13 sciopero perché la scuola gelmin-renziana si sta trasformando velocemente in una succursale di supermercati, fondazioni bancarie e imprese che vogliono plasmare lavoratori e consumatori e non formare uomini liberi e cittadini critici.

4. Venerdi 13 sciopero come atto di solidarietà nei confronti di tutti quei docenti precari di seconda fascia, che la buona scuola ha abbandonato a se stessi.

5. Venerdì 13 sciopero perché la lotta contro la pessima scuola azienda-autoritaria deve continuare, per il diritto allo studio, per il bene della democrazia e della nostra Costituzione.

presidesceriffo

Per questo spero di vedere in piazza anche voi.

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8 domande sulla scuola. #Gianninirispondi

giannini-stefania

di Claudia BALDINI

La scuola pubblica italiana è stata stravolta. La responsabile di questa riforma, in quanto ministro dell’Istruzione, è Stefania Giannini. A lei chiediamo delle risposte per tutti i cittadini sia nel metodo con il quale si è arrivati a questa riforma, sia nel merito delle scelte fatte.

Sul metodo:
1) Perchè non sono stati ascoltati gli insegnanti, gli studenti, le loro famiglie, che pure sulla scuola avevano tanto da dire?

2) Perchè sono stati presi in giro i docenti precari, illusi di ottenere un contratto stabile prima delle elezioni di maggio e poi abbandonati al loro destino?

3) Perchè non c’è stata una reale discussione parlamentare?

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I miserabili

Les-Misérables

di Claudia BALDINI

Seguendo un poco la storia e gli avvenimenti del Bel Paese, alla fine quello che mi sono detta è proprio questo: siamo un paese di miserabili. Nel senso del grande capolavoro di Victor Hugo? Non soltanto: anche in quello del vocabolario.

1 Degno di compassione per le sue condizioni, per la sua sorte, ecc.;
2 estens. Degno del massimo disprezzo; spregevole dal punto di vista morale;
3 Insufficiente, scarso, del tutto inadeguato.

(Ho scelto il Sabatini-Coletti).

Ci siamo tutti? Beh, sì, tutti, in diversa misura, ma con una comune grande responsabilità. Escluderei da questa riedizione italiana della Restaurazione solamente i ciechi, i sordi e gli analfabeti.

Gli altri possono essere distribuiti in sottocategorie: da quelle di interessati a restare miserabili, a quelli che non vorrebbero esserlo (ci sono anche io), a quelli che ‘tanto io faccio ugualmente quello che mi serve’, a quelli che ‘tanto sono tutti uguali’, a quelli che è ‘tutto inutile tanto siamo un Paese di destra’. Poi ci sono due sottocategorie speciali quelli che ‘speriamo CI facciano un Partito davvero di sinistra’ e quelli che è ‘inutile che cerchiamo di costruircelo un partito’, perché tanto litigheremmo subito.

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Viva la scuola! Abbasso Renzi

vivalascuola

Articolo 33 della Costituzione Italiana

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.
E` prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale.
Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.

di Claudia BALDINI

Da tempo in questo Paese succede che ogni governo, ogni ministro dell’Istruzione, dice che la scuola è il primo pensiero, la priorità nel proprio programma. E questa priorità la concretizzano, oltre che con visite d’immagine e “batti il cinque” con i bambini delle scuole, con una nuova Riforma. Tutti i governi l’hanno fatto. E non si preoccupano certamente di non avere ancora applicato completamente la precedente. Già questo la dice lunga: sia sulla priorità , sia sulla competenza. Così non si concorda la riforma con gli insegnanti , ma ad esempio si applicano i modelli Marchionne alla scuola.

La mentalità che affiora è chiara: punire gli insegnanti scarsi. Come? Lo decide il Preside. Pochi fondi per la gestione sia ordinaria (manutenzione compresa)? Le scuole si cerchino sponsor. Come si assume? Ci pensa il Preside. E tutti i docenti che già hanno fatto abilitazione, concorsi, speso soldi per stare in graduatoria supplenze? Vabbè dai, a settembre assumiamo quelli che hanno già cattedre a giugno , circa 100.000 e buona lì. Di programmi ? Non è affar loro. Scuole professionali “ghetto”? Non è affar loro.

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Ma dove andiamo?

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di Vincenzo G. PALIOTTI

L’argomento del giorno è la norma contenuta nel Jobs Act riguardante il controllo a distanza del lavoratore da parte dell’azienda. Così, sic et simpliciter, sembra che sia una pesante limitazione della libertà dell’individuo, cosa già grave, ma va al di là di tutto questo perché getta le basi su una serie di considerazioni di dove stia andando la società. Perché la cosa oggi riguarda solo il mondo del lavoro, ma domani potrebbe degenerare.

Come ha spiegato efficacemente Alessandro Gilioli, “In altri termini, se ti viene assegnato sul lavoro uno strumento elettronico aziendale (un computer o anche un telefonino, tipicamente) questo può essere usato con funzioni di controllo anche senza alcun accordo sindacale, a pieno arbitrio del datore di lavoro, e senza bisogno di alcuna motivazione. Non c’è molto da aggiungere: è il Grande Fratello aziendale legalizzato. Ed è una norma limpidamente e schiettamente propria della destra economica”.

In una società moderna, pulita, onesta c’è un fattore che si viene a determinare per disciplinare ogni genere di rapporto sia esso lavorativo, amichevole, sentimentale: questo è la fiducia reciproca. Fiducia reciproca che significa anche senso di responsabilità, senso civico, lealtà e quindi onestà.

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Il mito della Valutazione nell’età del Conformismo

conformismo

di Maria MORIGI

Sono un’insegnante pensionata che aspetta di essere risarcita. Quindi fortunata due volte, primo per aver potuto andare in pensione prima del fatale scioglimento del cervello, secondo perché – esente da sensi di colpa nei confronti dei giovani – riceverò ancora uno stipendio.

Non mi spetta, quindi, ma parlerò lo stesso di MERITOCRAZIA e di VALUTAZIONE, termini su cui si regge il sistematico lavaggio del cervello del popolo italico. Ogni giorno infatti viene proclamata la giustezza del Merito (rispetto alla raccomandazione o all’automatismo dello scatto di carriera) e in modo altrettanto convinto viene proclamata la necessità, ormai vissuta come inderogabile, di valutare l’insegnante per l’efficacia della sua azione educativa.

Sulla Meritocrazia affermo che chi ne parla tanto sembra ignorare:

1- il significato della parola Merito, cioè “Diritto alla stima, alla riconoscenza, alla giusta ricompensa acquisito in virtù delle proprie  capacità, impegno, opere, prestazioni, qualità, valore…”

2- Bisogna che ci sia qualcuno a riconoscerli pubblicamente, questi meriti. In caso contrario è un esercizio autoreferenziale di ipertrofia dell’ego. Insomma non bastano i fans che cliccano mi piace.  

3- Chi ha dei meriti reali o potenziali, forse non desidera affatto esercitare un potere, così come suggerisce “…crazìa”.

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L’orgoglio di essere un insegnante

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di Luca SOLDI

Sono i giorni dell’orgoglio degli insegnanti. Della ritrovata passione per la formazione. Della presa di coscienza che quanto impegna, ed occupa, i nostri maestri ed i nostri professori, non è il semplice mestiere, la fonte di uno stipendio, da modesto impiegato pubblico. Si, perché quello di cui abbiamo compreso, letto ed ascoltato è tutto fuorché un risveglio che nasce dalla necessità di rivendicazioni economiche.

Quello dei soldi, in busta paga, non è assolutamente il tema del momento. Quello economico è un argomento, è una rivendicazione che probabilmente arriverà in un secondo tempo. Oggi, c’è un’emergenza che sembra causata dal tradimento di quella sinistra che si credeva ancora presente nel PD, ed era considerata da sempre portatrice principale dei valori primari legati alla didattica, all’insegnamento, alla cultura libera da fini particolari.

Oggi, quello che preme trasmettere e portare alla conoscenza del Paese, è l’assunto che le persone curano i nostri figli, non sono dei semplici dispensatori di giudizi. Non sono e non devono essere, i freddi esecutori del “programma didattico”. Così, quello che muove il ritrovato orgoglio del mondo dell’insegnamento è dunque la considerazione che si stia compiendo un’assurda previcaricazione, in nome dell’aziendalizzazione della scuola, della politica, di ogni funzione che deve restare pubblica. Ispirata a valori generali, e non soffocata dal mero calcolo economico.

La scuola non è “profit”.

Un forzatura che ha risvegliato un sentimento che sembrava dimenticato. Allentato dalle frenesie di un mondo che sembrava voler trasformare gli insegnanti in semplici burocrati che timbrato il cartellino e poi assolvono alla corretta “procedura” – standardizzata – di formazione dei giovani affidati a loro.

Va reso così merito [sic!] al premier ed al Ministro Giannini, che con il loro tentativo di azione “riformatrice”, se non altro hanno risvegliato l’animo nobile di un corpo insegnante che si sarebbe voluto prono ai voleri del più cupo dirigismo verticistico.

Ottenendo, peraltro, una reazione decisamente forte ed unitaria come mai era accaduto. In un risultato decisamente opposto a quello che si sarebbe voluto da parte del governo. Il quale ora, tenta maldestramente, un’operazione di comunicazione diversa, confondendo le acque. Cercando soprattutto la strada di non perdere la faccia. Mentre la vera anima della scuola, il corpo (ed il cuore) degli insegnanti, trovano, ritornando alla radice della loro missione, la forza per andare avanti.

Renzi e il dialogo sulla scuola che non c’è

nonsente

di Vincenzo SODDU

Insomma, Renzi una cosa finalmente l’ha fatta, dopo lo sciopero degli insegnanti, anzi due…
Ha mandato una mail a tutti gli insegnanti e ha scritto alla lavagna, sì, avete capito bene, ha scritto alla lavagna, mica una lavagna multimediale, una LIM, uno di quei mostri tecnologici di cui ci hanno dotato senza insegnarci come usarle… ma una vecchia lavagna d’ardesia… una lavagna a righe con dei gessetti colorati.

I politici, si sa, ormai sono uomini di spettacolo, e Renzi non poteva certo perdere un’occasione come questa.

Parlare agli insegnanti sostituendosi a loro, però facendo loro da maestro, perché come diceva il “suo” maestro Berlusconi bisogna parlare all’elettorato come a degli ipotetici bambini di 11 anni, magari anche scemi…

Dare lezioni e darle su un supporto vecchio, per lui che è solito usare mezzi all’avanguardia tecnologica, significa in realtà scendere al loro livello… magari gli insegnanti non capiranno, ma gli altri, quelli che la scuola l’identificano con le lavagne in ardesia, genitori in prima fila, sì, e infatti il gradimento, assoluto, allo show del Presidente del Consiglio, c’è stato. Insomma, alla fine niente di nuovo.

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5 maggio 2015. Uno sciopero PER la scuola. Per il futuro degli studenti

scuola

di Luca SOLDI

La rivoluzione copernicana della scuola imposta da Matteo Renzi, per bocca del Ministro Giannini, ha almeno il merito per ridare consapevolezza del ruolo a tutti coloro che operano nel mondo dell’istruzione.
Le aspre critiche verso una riforma che di buono sembra abbia solo qualche proclama, dopo aver attraversato platealmente con forti contestazioni la Festa dell’Unita’ di Bologna, arrivano domani alla prova di forza dello sciopero generale del 5 maggio, mai promosso e sentito, da tempo, in maniera così unitaria.
Contro le proposte del governo che impongono soluzioni solo a metà o addirittura peggiorative.
Infatti, su uno dei punti fondamentali come quelli del piano occupazionale, resterebbero fuori gli idonei all’ultimo concorso, in un primo momento assunti anche questi, e migliaia – forse più di 50mila – precari d’istituto, che dopo aver prestato servizio per anni, verrebbe dato il benservito. Inoltre il governo, al momento, non darebbe nessuna risposta alla sentenza che a novembre ha condannato l’Italia per abuso di precariato nella scuola.
Anzi, avverrebbe proprio il contrario, stabilendo che dopo tre anni di supplenze si verrebbe “licenziati”.

Un’altra novità sarebbe, nel nome di un efficienza da impresa manifatturiera, sarebbe quella di trasformare i dirigenti, i presidi in indiscussi ed indiscutibili manager.
Una novità che spaventerebbe perfino alcuni diretti interessati e terrorizza gli insegnanti che già immaginano una scuola con un deus ex machina o meglio di un “sindaco” che avrà il potere di fare il bello e il cattivo tempo.

Questo rappresenta, nelle prospettive di attuazione, uno dei pericoli maggiori in quanto molti degli insegnanti ritengono i loro dirigenti spesso non pronti, non adatti al ruolo di guida autonoma ed illuminata.
Ponendo così in risalto uno dei vecchi mali della scuola italiana cioè quello della formazione e del riconoscimento dei meriti nel mondo dell’insegnamento. Si cerca di risolvere i problemi proprio con la loro causa più virulenta.

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Vacanze scolastiche. Le assurdità del Ministro Poletti

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di Chiara CASASOLA

Le parole del Ministro del Lavoro Giuliano Poletti, sulla scuola e le vacanze estive, mi hanno lasciato sbigottita.
Quello che trovo allucinante non è tanto la proposta di accorciare le vacanze estive, o meglio di impiegare parte delle stesse per essere occupati in qualche lavoretto, è piuttosto il contesto in cui tale proposta si inserisce.

Ormai le orecchie si rizzano alla sola parola “attività formativa”, che troppo spesso ha assunto la funzione di involucro dorato allo sfruttamento.
Se è vero che è necessario un collegamento più diretto tra scuola e lavoro, questo non può essere limitato a un periodo di lavoro gratuito nel periodo estivo, ma necessita di un lavoro organico che anzi è proprio nel ciclo di attività scolastica che dovrebbe trovare spazio, in quei momenti in cui si contribuisce a formare la coscienza dei ragazzi, in quei momenti in cui si vedono effettivamente le loro inclinazioni e si scoprono le loro passioni al netto del loro futuro impoverimento dato dal fatto che dovranno accantonarne buona parte per accontentarsi di qualche lavoro dettato più dalla necessità che da altro.

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