Pare un castigo “divino”, ma quelle morti pesano solo sui potenti del mondo

Un profugo siriano porta suo figlio in braccio mentre nuota al largo dell’isola di Lesbo, in Grecia, dopo che il gommone su cui viaggiavano è naufragato

Un profugo siriano nuota con suo figlio piccolissimo in braccio al largo dell’isola di Lesbo, in Grecia, dopo che il gommone su cui viaggiavano è naufragato

 

di Luca SOLDI

Ancora morti, mentre ognuno di loro cullava la speranza di arrivare in Europa.
Questa volta quarantacinque esistenze distrutte in tre naufragi avvenuti nelle ultime ore.
E fra di loro ben venti bambini, sono morti.

Il primo naufragio è avvenuto nella notte, intorno all’1.30.
Un’imbarcazione si era arenata sugli scogli al largo dell’isola di Farmakonissi: 48 le persone tratte in salvo dalla Guardia costiera che però ha recuperato i corpi di sei bambini e di una donna.

Qualche ora più tardi, è avvenuto il secondo naufragio, al largo dell’isola Kalolimnos.
La polizia portuale ha recuperato 14 corpi (due bambini, 9 donne e 3 uomini); sono state salvate 26 persone. Continua a leggere

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Colpire l’ISIS nel loro punto debole. Accoglienza e integrazione

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di Antonio DITARANTO

Quello che forse non è ancora del tutto chiaro dello scenario terroristico cui assistiamo negli ultimi tempi è il fatto che non ci troviamo di fronte a gruppi armati classici che usavano l’arma del terrore per minare dall’interno il sistema statutario di una nazione. Quello che poteva valere per le BR in Italia, o per l’IRA in Irlanda, gruppi “terroristici” percepiti e ritenuti dalle rispettive intelligenze nazionali bande delinquenziali da combattere con le normali strutture poliziesche e non militari, ha continuato ad avere un senso anche con Al Qaeda e il suo leader storico Osama Bin Laden, che – se pure in uno scenario diverso ed allargato con interventi anche oltre confine – , era rimasto circoscritto ad azioni mirate contro poteri di Stati costituiti al solo scopo di innescare momenti di panico e di tensione o di colpire per ritorsione quegli Stati ritenuti colpevoli di aver in qualche modo defraudato dei loro averi le popolazione arabe.

Le azioni di natura terroristica odierne si innescano in un contesto molto più raccapricciante e pericoloso, in quanto non sono semplicemente concepite  a colpire per ritorsione, ma hanno come obiettivo primario quello di mandare il messaggio di una grande potenza di fuoco ai musulmani sparsi nel mondo che faticano nell’avviamento di un vero processo di integrazione culturale con i paesi ospitanti e quindi possibili adepti dello stato islamico che si intende costituire.

Appunto lo stato islamico, o per meglio dire la riproposizione del califfato del settimo-ottavo secolo dopo Cristo, fondato da Maometto e cessato di esistere nel 1924 con il dissolvimento dell’Impero Ottomano.

Gli stessi protagonisti di questo progetto tanto velleitario quanto pazzesco per gli obiettivi che si propone in un mondo di natura completamente diversa rispetto a quello di alcuni secoli fa, non a caso sono due personaggi, uno giordano, il primo, Al Zarqawi che dopo un periodo di addestramento nei campi di Al Qaeda in Afghanistan si trasferisce in Iraq e fonda il primo stato islamico definito ISI (stato islamico dell’Iraq) proprio perché in contrapposizione con l’idea di Bin Laden che preferiva la guerra agli USA mentre il giordano era per la guerra agli stati sciiti del medio oriente, e Abu Bakr al Baghdadi che divenuto capo del gruppo terroristico armato alla morte di Al Zarqawi, approfitta del caos lasciato dal ritiro degli americani dall’Iraq e della guerra settaria tra sunniti e sciiti per proclamarsi califfo del nuovo stato islamico di Iraq e Siria, dando cosi inizio ad una vera e propria guerra di conquista territoriale cominciata con la conquista di Fallujah e continuata con l’occupazione dell’intera area della cintura di Baghdad allo scopo di isolare il Governo della fragile democrazia imposta dagli americani.

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Analisi di una strage

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di Alice CARELLA

Sono passati alcuni giorni dall’attentato di Parigi ed io ancora mi sento confusa e frastornata. Mi sono limitata a condividere post su Facebook e fare copia e incolla di pensieri altrui ma non sono riuscita a scrivere un mio pensiero.

Forse perché non ne ho. O forse perché ne ho troppi. Non sono riuscita nemmeno a commentare quei post superficiali e xenofobi condivisi e scritti da alcuni miei contatti.

Questa mattina mi sono resa conto che era arrivato il momento di riordinare le mie idee e cercare di fare un’analisi personale ma il più possibile obiettiva dei fatti avvenuti. Sono una psicologa. Come tale non posso permettermi di dare un parere che non faccia riferimento a fatti precisi e condivisi. Mi devo attenere alla verità. Ma qual è la verità? Non ne esiste una sola.

I francesi hanno la loro ma anche i terroristi ne hanno una che, seppur difficile da capire, è meritevole di essere considerata.

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Usa: un debito lungo 70 anni. Ormai scaduto

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di Vincenzo G. PALIOTTI

Siamo “quasi” tutti d’accordo: nella seconda guerra mondiale l’intervento degli americani fu determinante per combattere e vincere il nazifascismo, molto di più del loro intervento nella prima guerra mondiale dove la partecipazione fu di scarso rilievo per le sorti della guerra.

I motivi erano diversi, nel secondo conflitto mondiale a furono trascinati in guerra dai Giapponesi e fino all’attacco subito a Pearl Harbour la maggioranza degli americani era contro l’intervento. Dal Dicembre 1941 quindi gli USA entrano in guerra al fianco degli inglesi e dei francesi contro l’asse Roma, Berlino, Tokyo.

Questo risultò determinante per le sorti del conflitto che volsero a favore degli alleati anche per la strategia sbagliata di Hitler che si trovò ad aprire troppi fronti contemporaneamente, Europa, Africa, Balcani e Russia: strategia che nonostante la sua potenza non poteva reggere. Si arrivò quindi alla sconfitta del nazifascismo e l’Italia fu liberata dagli alleati, con il contributo determinante – è bene non dimenticarlo mai – della Resistenza, contributo riconosciuto dagli stessi Alleati.

Nacque allora un senso, giusto, di riconoscenza verso gli alleati, in particolar modo verso gli Usa che divenne con il tempo una vera e propria dipendenza e che portò ad influire anche nelle scelte politiche del nostro Paese, governato per questo e per tanti anni da coalizioni di centro–destra per lo più con l’egemonia della Democrazia Cristiana fedele al debito contratto con gli USA, debito contratto in cambio appunto della liberazione e del piano Marshall.

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Ma stavolta, chi è il nemico?

siria

di Vincenzo PALIOTTI

E’ accaduto anche in passato che l’Italia abbia scelto un partner sbagliato pagandone poi dure conseguenze perché sconfitta. Non sono bastati due tragici precedenti per farci riflettere. Ci mettiamo sempre in mani sbagliate, salvo poi cambiare schieramento – cosa che gli altri chiamano “tradire” – e passare alla parte opposta. Lo abbiamo fatto nelle due guerre mondiali: un “cambiaverso ante litteram”.

Oggi nella questione della Siria e dell’ISIS, ed il ritorno sullo scenario ormai distrutto dell’Iraq, ci troviamo a “scegliere” tra la politica dei russi di Vladimir Putin e quella americana di Barack Obama e ancora una volta ci mettiamo, a parere mio, con l’alleato sbagliato. Gli USA a differenza dei russi, sono piuttosto restii ad intervenire contro l’ISIS (e vorrebbero solo colpire il governo di Assad) forse perché hanno già degli uomini tra i “ribelli” impegnati su quel territorio e temono per la loro incolumità, come hanno “candidamente” confessato/accusato: “I caccia con la stella rossa «hanno colpito i ribelli dell’Esercito libero siriano, armati e addestrati dalla Cia», ha denunciato il presidente della commissione Difesa al Senato americano, il repubblicano John McCain” (di Si.Spe. – Il Sole 24 Ore).

E questo significa anche che hanno un disegno diverso dai russi. E’ probabile che abbiano deciso di esportare la democrazia come in Iraq anche in Siria, facendo cadere Assad alla faccia dell’autodeterminazione dei popoli che è scritto anche nella loro Costituzione. E noi? Noi scodinzoliamo dietro di loro che ci chiedono anche più impegno militare, e non vediamo l’ora, come governo, di “menare le mani” per dimostrare all’alleato, ed agli altri, la nostra “potenza militare”, naturalmente in spregio alla nostra Costituzione, articolo 11 che dice: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

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L’albero delle sigarette

illegal

di Francesco GENTILINI GIANNELLI

C’è un albero che fiorisce mozziconi di sigarette. L’ho visto, giuro che esiste.
Si trova in un paesino a pochi chilometri da Bruxelles, in direzione di Louvain-la-Neuve, nel cortile di un centro per richiedenti asilo.
Ho lavorato per un anno in quel centro, ma ho notato quella strana fioritura nicotinica solo di recente, in una mia visita da ormai ex-lavoratore.

L’albero si trova proprio sotto ad una terrazza dove alcuni rifugiati armeni (che di sigarette ne fumano tante) passano il tempo a conversare con una bevanda calda, e intercetta quindi quasi tutti i lanci dei mozziconi ormai terminati che volano oltre la ringhiera.

Il corollario di filtri arancioni che addobba il platano, un po’ come fosse sempre il natale dei tabagisti, è visibile solo dall’alto, da sopra la terrazza.

Una pianta che inconsapevolmente diventa il monumento delle infinite ore attese in non-luoghi che da transito diventano precarietà permanente per centinaia di migliaia di migranti. Tempi eterni tramortiti ma non del tutto ammazzati che comunque precludono spesso altri problemi futuri, e a volte definitivi.

IL TREND DEL RIFUGIATO

In questi giorni il tema della migrazione e dei rifugiati è assurto a “trending”, ovvero è diventato uno di quei temi che non solo compare sulle prime pagine di tutto il mondo, ma sfonda pesantemente anche nei social network, spinto dall’onda di una massa di utenti che pubblica, commenta, condivide notizie e video.

Come mai adesso? Perché non prima, quando le immagini di migranti accampati intorno alla Stazione Centrale di Milano, annegati o recuperati nel Mediterraneo, lasciati morire nel deserto o respinti da muri illegali (già, Orbàn, il primo ministro ungherese, non s’è inventato niente) riuscivano comunque ad arrivare sui nostri telegiornali?

Non può essere grazie alle migliaia di volontari e operatori dei vari servizi che dedicano le loro giornate (spesso sottopagati, i secondi) a queste opere di soccorso e di bene. Quelli c’erano già, da anni e decenni.
Ma adesso sono molti di più. O meglio, a loro si affiancano molti cittadini che cercano di fare la loro parte in quella che concepiscono essere una battaglia di civiltà.

Come mai, quindi, questo sviluppo?

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Odio e paura generano solo mostri

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di Luca SOLDI

Un nuovo esempio della peggiore specie arriva dall’Ungeria. A testimonianza del clima di odio, paura e terrore che viene montato scientemente e che penetra in tutti.
E genera nuovi “mostri”.

Questa volta il “carnefice” e’ una cinereporter, di una televisione ungherese vicina alla destra che sarebbe poi stata licenziata dopo essere stata filmata mentre deliberatamente faceva lo sgambetto a un migrante con un bimbo in collo.
La reporter prima aveva scalciato contro la marea umana dei profughi che cercava di proseguire la sua fuga malgrado il freno delle forze di polizia ungheresi.

ungheria
L’incredibile e triste vicenda è avvenuta vicino al confine con la Serbia.

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La mia è una solidarietà militante. Contro i guerrafondai. Contro i razzisti. Sempre

solidarity

di Vincenzo G. PALIOTTI

Ho atteso qualche giorno per dire la mia sulla foto del piccolo Aylan raccolto senza vita sulla spiaggia di Bodrum in Turchia, che scappava dalla Siria per raggiungere il Canada dove il padre aveva deciso di trovare rifugio con tutta la famiglia.
La foto ha fatto il giro del mondo ed è stato tema di discussione l’opportunità di averla pubblicata.

Dico subito che io sono d’accordo, io voglio vedere queste scene, come quelle che ho impresse nella mente di donne anziane che rovistavano nella spazzatura per cercare qualcosa da riciclare e da mangiare. Non è scappando o chiudendo gli occhi che si risolvono queste questioni, non è evitando di vederle certe scene che se ne sminuisce la tragicità.

Contestualmente a questi pensieri mi sono detto che è tempo di “chiarire” il concetto di solidarietà, perchè c’è chi lo limita, lo ingabbia nei distinguo per giustificarne l’avversione ed è per questo che non dobbiamo accettare, da nessuno, che si discuta su quanti ne arrivano, se sono troppi o sono pochi, o peggio ancora se vanno “concentrati”: questa parola mi fa orrore, perchè sono un uomo di sinistra.

Come tanti altri valori anche la solidarietà è diventata qualcosa che certi personaggi, anche taluni che si definiscono di sinistra, credono di poter contestualizzare.

Io credo invece che su questi concetti, su questi principi primi, non ci sia nulla da relativizzare o contestualizzare. Non si deve concedere niente al nemico: al razzista, allo xenofobo. E qui non si tratta di opinioni diverse, qui si tratta di accettare senza riserve un concetto, nel nostro caso quello di essere dalla parte di chi fugge da guerre, dittature, colpi di Stato, fame e povertà, senza contestualizzare, senza trovare i ma, o i però, o i perché. Qui viene fuori una questione ideologica, che è anche di ordine pratico. Chi è contro questi “disperati” infatti, ricorre ad ogni genere di scusa, e/o di menzogna, per giustificare l’odio, per dimostrare a tutti quanto sia sbagliata questa solidarietà e quanto invece si debba fare per tenerli lontani da noi, dal nostro territorio. In questo caso, contestualizzare e permettere distinguo è come aprirsi alla discussione, che significa aprire dei varchi pericolosi per dare loro anche un briciolo di ragione.

Si. La mia è una guerra contro i guerrafondai. Sono intollerante contro gli intolleranti.

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La ciclicità storica delle tragedie

aylan

di Marcello COLASANTI

Studiando la storia e le sue tragedie, penso che ognuno di noi avrà pensato almeno una volta:
“Ma com’è possibile che sia accaduto tutto ciò?”
“Le persone come hanno fatto a non rendersi conto di quello che stava succedendo?”
“Perchè l’hanno permesso?”

Le tragedie storiche vengono sempre approcciate con lontananza, magari anche con un coinvolgimento emotivo in alcuni soggetti, ma come qualcosa temporalmente e mentalmente distante; cose “di tanto tempo fa”, cose di quando “c’era un’altra mentalità”.

Ma le persone di “tanto tempo fa”, con la loro “altra” mentalità, non sono in realtà cosi distanti e diversi da noi e non si accorsero meno di quanto noi, oggi, ci accorgiamo di ciò che sta accadendo; non furono più complici e colpevoli di quanto lo siamo noi.

Gli avvenimenti odierni ci suggeriscono proprio questo; la “massa” non comprende la pericolosità di ciò che sta accadendo, ma non solo nella morte stessa che già basterebbe, ma nelle menti, nelle reazioni, nelle “soluzioni” che la gente pensa e vorrebbe.

Poco importa che una data situazione si sia creata anche per colpa loro, che qualcuno fugge da qualcosa che lui ha creato, l’attaccare e destabilizzare continuamente aree per il mantenimento di un’egemonia forzata; soprusi antichi, ma sempre uguali…

Ma chiaramente questo non è stato creato “da lui”, il cittadino tedesco, ungherese, italiano, francese, che si sveglia la mattina per lavorare, ma da chi lo rappresenta, o meglio, comanda. Una persona pensante che comprende e ricorda le azioni di chi lo comanda, non attaccherebbe il disgraziato, chi è dietro di lui, chi è costretto a scappare, ma se la prenderebbe con chi ha costretto quel qualcuno a scappare… Ma se questa “massa” non conosce la realtà, perchè l’unica di cui dispone è quella misitificata, oppure non la ricorda (per sua colpa), ecco l’occasione d’oro da parte dei veri colpevoli di rafforzare la propria posizione, girando le colpe dall’alto, verso il basso. Quando un operaio se la prende per la propria condizione con un poveraccio, è il capolavoro delle classi dominanti.

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Julian Assange: siamo sommersi dai materiali. Con Wikileaks cerchiamo di educare e di far comprendere

julianassange

[E’ stato pubblicato ai primi di Settembre il volume “The WikiLeaks Files:The World According to US Empire” che raccoglie i vari documenti pubblicati da Wikileaks sulla politica estera americana. In quest’intervista di Luglio al settimanale tedesco Der Spiegel, Julian Assange parla dell’attività di informazione e analisi svolta dalla sua organizzazione e dei rischi di quest’attività, delle accuse che gli sono state mosse per fermarlo, del ruolo degli Stati Uniti nei media e nelle attività di spionaggio, della colonizzazione culturale creata da Google, Facebook e Apple e del quadro dei rapporti internazionali. Una profonda e chiara testimonianza per comprendere il mondo in cui viviamo]

Intervista di Michael Sontheimer a Julian Assange.

SPIEGEL: Mr. Assange, WikiLeaks è tornato – rilasciando documenti che provano la sorveglianza degli Stati Uniti sul governo francese, documenti diplomatici sauditi e le prove di una massiccia sorveglianza sul governo tedesco da parte dei servizi segreti americani. Quali sono le ragioni di questo ritorno?

Julian Assange: Sì, Wikileaks sta pubblicando un sacco di materiale in questi ultimi mesi. Stiamo pubblicando proprio quelle notizie , e anche quelle, molto significative,  che non riguardano l’Occidente e i media occidentali – documenti sulla Siria, per esempio. Ma bisogna considerare che c’è stato, e c’è tuttora, un conflitto con il governo degli Stati Uniti il quale è iniziato seriamente nel 2010 dopo che abbiamo iniziato la pubblicazione di una serie di documenti statunitensi riservati.

SPIEGEL: Che cosa significa per lei e per Wikileaks?

Assange: Il risultato è stato una serie di cause legali, blocchi, attacchi nelle relazioni pubbliche e così via. Con un blocco bancario, Wikileaks ha visto tagliare di oltre il 90 per cento le sue finanze. Il blocco è avvenuto in una maniera completamente stragiudiziale. Abbiamo preso misure legali contro il blocco e abbiamo vinto le cause nei tribunali, così la gente ci può inviare nuovamente donazioni.

SPIEGEL: Quali difficoltà avete dovuto superare?

Assange: C’erano stati attacchi alla nostra infrastruttura informatica. E il nostro personale ha dovuto subire un taglio del 40% sugli stipendi, ma siamo stati in grado di mantenere le cose insieme senza dover licenziare nessuno, cosa di cui sono molto orgoglioso. Siamo diventati un po’ come Cuba, trovando soluzioni esterne per aggirare questo blocco. Vari gruppi come la Wau Holland Foundation tedesca hanno raccolto donazioni per noi durante il blocco.

SPIEGEL: Che cosa ha fatto con le donazioni che avete ottenuto?

Assange: Ci hanno permesso di pagare le nuove infrastrutture tecnologiche, che erano necessarie. Abbiamo materiale da pubblicare sulla NSA per quasi 20 anni ormai, quindi ero consapevole della sorveglianza di massa della NSA e del GCHQAbbiamo richiesto un sistema di inserimento articoli di nuova generazione al fine di proteggere le nostre fonti.

SPIEGEL: Ed è in linea ora?

Assange: Sì, qualche mese fa abbiamo lanciato un sistema di inserimento di nuova generazione e lo abbiamo integrato anche con le nostre pubblicazioni.

SPIEGEL: Così, ci dobbiamo aspettare nuove pubblicazioni?

Assange: Siamo sommersi di materiale, adesso. Economicamente, la sfida per Wikileaks è come aumentare gli stipendi in rapporto alla mole di materiale da analizzare e pubblicare.

SPIEGEL: Nove anni fa, quando WikiLeaks è stata fondata, si poteva leggere sul suo sito web: “L’obiettivo è la giustizia Il metodo è la trasparenza.”. Questa è la vecchia idea dei Lumi nata nel 18° secolo. Ma se si guarda ai regimi politici brutali e alla spietatezza delle grandi società, non è troppo idealista questo slogan? È sufficiente la trasparenza?

Assange: A essere onesti, non mi piace la parola trasparenza: un vetro freddo senza vita è trasparente. Io preferisco i termini istruzione o comprensione, che sono più umani.

SPIEGEL: Il lavoro di Wikileaks sembra essere cambiato. All’inizio venivano pubblicati solamente documenti segreti. Più di recente, è stato anche fornita un’analisi di contesto per questi documenti.

Assange:  Abbiamo sempre fatto questo. Personalmente ho scritto migliaia di pagine di analisi. Wikileaks è una gigantesca biblioteca di documenti più perseguitati e oggetto di censura del mondo. Diamo asilo a questi documenti, li analizziamo, li promuoviamo e di averne di più. WikiLeaks ha più di 10 milioni di documenti e di analisi associati ad esse, ora.

SPIEGEL: Al personale del governo e dell’esercito degli Stati Uniti è ancora impedito tecnicamente di utilizzare il vostro archivio?

Assange:  Wikileaks è ancora un oggetto tabù per alcune componenti del governo. Sono stati creati firewall. Ogni dipendente del governo federale e ogni imprenditore ha ricevuto una e-mail dove si indica che se leggono qualcosa da Wikileaks anche attraverso il sito web del New York Times, devono rimuovere questo dal proprio computer immediatamente e autodenunciarlo. Devono ripulire e confessare. Questa è una nuova isteria come ai tempi di McCarthy.

SPIEGEL: Sapete qualcosa riguardo ai vostri lettori?

Assange:  Non molto, noi non li spiamo. Ma quello che sappiamo è che la maggior parte dei nostri lettori provengono dall’ India, seguita a ruota dagli Stati Uniti. Abbiamo anche un buon numero di lettori che cercano persone. La sorella si sposa e qualcuno vuole controllare lo sposo. O qualcuno sta negoziando un affare e vuole sapere qualcosa circa il suo potenziale partner o un burocrate con cui deve negoziare.

SPIEGEL: E’ cambiato qualcosa nel modo di cooperare di Wikileaks con i giornalisti e i media nel corso degli anni?

Assange:  Usiamo molto di più i contratti ora.

SPIEGEL: Perché?

Assange:  E’ a causa di un paio di esperienze negative, principalmente a Londra. Ora abbiamo contratti con le organizzazioni di più di un centinaio di media di tutto il mondo. Abbiamo un quadro prospettico unico sui media globali. Abbiamo messo insieme i vari consorzi di giornalisti e organi di stampa su diversi livelli per cercare di massimizzare l’impatto delle nostre fonti. Ora abbiamo sei anni di esperienza con i media occidentali europei, i media americani, i media indiani, i media arabi per analizzare cosa fanno con lo stesso materiale. I loro risultati sono incredibilmente diversi.

SPIEGEL: Edward Snowden ha detto che molti giornalisti hanno preso storie interessanti dai suoi documenti, ma l’unica organizzazione che veramente si è preso cura di lui e lo ha aiutato a fuggire da Hong Kong è stata WikiLeaks.

Assange: La maggior parte delle organizzazioni dei media “bruciano” le fonti. Edward Snowden è stato abbandonato a Hong Kong, in particolare dal Guardian, che aveva gestito in modo esclusivo i suoi racconti. Ma abbiamo pensato che era molto importante che una fonte di prima importanza come Edward Snowden non fosse messo in prigione. Perché avrebbe creato un tremendo effetto che avrebbe annichilito altre fonti che volevano farsi avanti.

SPIEGEL: Sarebbe sicuramente stato un deterrente per altre fonti. Ma la maggior parte dei giornalisti insistono di essere indipendenti ed obiettivi. A loro, inoltre, piace sottolineare che non sono attivisti politici.

Assange:  Tutto quello che mostrano è che sono attivisti per come stanno le cose.

SPIEGEL: Non avete incontrato anche i giornalisti che scavano in profondità questioni complesse e lavorano duramente per fornire un’analisi corretta?

Assange:  Nel Regno Unito in varie fasi, il giornalismo è stata la professione di gentleman dilettanti. E alcuni di loro addirittura si vantano di essere dilettanti. La loro qualità non è paragonabile con la qualità dei servizi di intelligence, e la maggior parte di loro presentano un notevole grado di corruzione e incompetenza. Ma hanno ancora un certo ideale di professionalità. Al fine di proteggere le fonti ora, è necessaria estrema diligenza e professionalità.

SPIEGEL: Nel mese di Settembre sarà pubblicato un libro  chiamato “Wikileaks-Files. Il mondo secondo l’impero degli Stati Uniti”,  per il quale hai scritto la prefazione. Tentate di sviluppare la contestualizzazione, l’analisi e la contro-narrativa che i documenti forniti da WikiLeaks hanno bisogno?

Assange: Generalmente non c’è abbastanza comprensione sistemica. Questo ha a che fare con l’economia dei media, i cicli di notizie a breve termine, ma in realtà io non biasimo i media per questo fallimento. C’è una terribile mancanza nel mondo accademico in relazione al comprendere gli attuali sviluppi geopolitici e tecnici e l’intersezione tra queste due aree. Wikileaks ha un conflitto molto evidente con gli Stati Uniti, che è ancora in corso e in cui molti giovani sono stati coinvolti. Improvvisamente hanno visto Internet come un luogo in cui la politica e la geopolitica accade.

Non è solo un luogo dove si fanno pettegolezzi su quello che è successo a scuola.

Ma dove sono stati i giovani professori che abbiano fatto un passo in avanti cercando di dare un senso a tutto questo? Dove si trova il nuovo Michel Foucault che cerca di spiegare come il potere moderno si esercita? Assurdamente, è Noam Chomski che sta facendo alcuni tra i migliori commenti ed ora è un ottantaseienne.

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