Sel a Bologna. Nessuna credibilità

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di Claudio BAZZOCCHI

Come in altre parti d’Italia, anche a Bologna l’esperienza di Sinistra Ecologia e Libertà vide la marginalizzazione di tutti quelli che provenivano dal PCI o dai DS. Li si accusò di non capire il nuovo avanzante e persino di essere vecchi non solo ideologicamente, ma proprio di età, con quella retorica generazionale che connotava il vendolismo che procedeva dalla Puglia.

A quel punto, successe che tanti cosiddetti vecchi si accodarono al nuovo verbo per stare con la parte vincente, con il capo e il suo cerchio magico pugliese, e altri, invece, caparbiamente provarono a opporsi a quella retorica della modernizzazione in nome di una cultura che ancora voleva parlare di capitale e di lavoro, di liberazione del lavoro, di socialismo, di corpi intermedi, ecc…

Fu una resistenza che non ebbe grandi risultati, schiacciata dai sondaggi che dicevano che il capo di Bari poteva addirittura scalare il PD con le primarie (strategia sostanzialmente approvata al Congresso di Firenze, quello per cui non contava il partito ma la partita, cioè la scalata al PD).

Ora, succede che quel gruppo dirigente che seguiva il capo e le sue retoriche si spacca al proprio interno, dal momento che non ci sono più partite e neppure più il capo carismatico accreditato dai sondaggi. Ognuno prova a mettersi ai ripari come può: chi più a sinistra, chi più a destra.

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Grecia: riflessioni dopo la battaglia

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di Pablo Bustinduy AMADOR

[traduzione dell’articolo – del 1 settembre 2015 – del Segretario delle relazioni internazionali di Podemos a cura di Serena Corti]

La risoluzione della crisi greca ha gettato nella disperazione molti di coloro che lavorano per il cambiamento democratico in Europa. Va detto senza mezzi termini : il terzo memorandum è una grave battuta d’arresto, il cui prezzo continuerà a venir pagato dal popolo greco con anni di sofferenze e di austerità, e comporta una disillusione in coloro che credono e sperano nella costruzione di un’Europa democratica e sociale.

Si tratta di un accordo dannoso frutto dell’ideologia politica e finanziaria dei creditori che non cercano di difendere gli interessi generali della Grecia né dell’ Europa, ma di rafforzare il controllo politico e finanziario della Germania e neutralizzare ogni possibilità di alternativa politica nella periferia europea. Tuttavia, una volta espresse queste premesse, penso che sia necessario elencare una serie di osservazioni sul contesto europeo attuale e sulle prospettive che si aprono per tutte le battaglie successive.

1- In Europa c’è un conflitto globale tra austerità e democrazia, che colpisce tutti i settori della vita politica e sociale e che determinerà gli orizzonti, le capacità e le possibilità di una azione politica di trasformazione per i decenni a venire. È essenziale rendersene conto e comprenderlo: Alexis Tsipras non si è scontrato con le forze conservatrici dell’ordine costituito, ma con uno status quo dinamico, che è in fase di ridefinizione e trasformazione. Siamo in un periodo di profonda, complessa transizione geopolitica e a seconda dell’entità del quadro, della scala del tempo e dello spazio che adotteremo per spiegarla, la prospettiva di quanto è successo in Grecia cambia notevolmente.

La lettura specifica della situazione – una dolorosa sconfitta – può far cadere nel fatalismo, che offusca la comprensione ed è nemico dell’analisi: in una lunga prospettiva, sistemica, le forze della democrazia devono riorganizzarsi, riconoscere i progressi – che sono molti – e le battute d’arresto di questi ultimi sei mesi, e muoversi in direzioni che possono costituire le prossime battaglie, nelle condizioni più favorevoli. L’ordine stabilito è in movimento, e rimane aperta la possibilità di una profonda trasformazione politica che ponga fine all’ austerità e aumenti la democratizzazione della nostra vita economica, politica e sociale. Basta guardare a quello che sta succedendo nelle primarie laburiste e democratiche, o quanto è successo nelle elezioni turche, in Scozia o nelle città spagnole: la prospettiva di un cambiamento, grazie in gran parte al processo greco, è oggi più aperto rispetto a un anno fa.

2 – La maggior parte delle reazioni e dei commenti sulla risoluzione della crisi greca si sono sviluppati da un punto di vista morale: tradimenti, capitolazioni, coraggio, declinazioni di volontà . Si tratta di una tendenza logica e istintiva, ma è anche la causa della povertà strategica della maggior parte delle analisi compiute sul caso. Occorre essere gelidamente materialisti adesso: pensare allo scenario, pesare le forze, capire cosa è successo, e analizzare quali sono i margini che rimangono aperti, e quali sono quelli che sono stati chiusi, quelli che possono essere aperti o meno. Tutto il resto è letteratura, drammatizzazione, ed è inutile per la politica (o almeno non la politica che ci interessa).

3 – E’ inutile analizzare la sconfitta del governo greco in termini di ” volontà”, come se Tsipras non avesse voluto andare al di là di quanto ha realizzato, come se gli fosse mancato il coraggio di attuare un piano B che nessuno conosce a fondo nè può definire esattamente. In un paese che importa una parte sostanziale di cibo e medicinali consumati, e più di due terzi dell’energia, un paese in rovina che ha perso due terzi del proprio sistema produttivo nei lunghi anni di austerità, in un paese con il sistema bancario soffocato dalla BCE, senza riserve in valuta estera, e senza possibilità di finanziarsi da soli nei mercati o nelle istituzioni internazionali, il margine di trattativa nell’ora X delle decisioni purtroppo ha rivelato tutti i suoi limiti strutturali.

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Per ricordare Pietro Ingrao

Pietro-Ingrao

Intervento al XI Congresso – 27 gennaio 1966

Pietro Ingrao

delegato di Firenze

Compagne e compagni, il rapporto del compagno Longo ha richiamato con forza l’attenzione nostra e del partito sulla crisi di governo che è in atto.

Siamo tutti consapevoli che tale crisi non è un qualsiasi incidente e trae origini da questioni non marginali.

Certo: essa è legata alla lotta di potere nella DC, e ha visto scendere in campo, nella vicenda della scuola materna, soprattutto la destra clericale, ma non solo essa: e la stessa destra clericale è scesa in campo perché sapeva che esistevano altri problemi ed altre dissidenze, collegate a fatti  di  vasta portata.

Quali sono questi fatti?  1) L’unificazione fra PSI e PSDI, che apre alla DC, su terreni non ancora  definiti, problemi  di  concorrenza con la nuova forza socialdemocratica nei riguardi  di  determinati strati e gruppi sociali. 2) Le modificazioni avvenute negli orientamenti  della  Chiesa che indeboliscono,  oggi,  la  componente  sanfedista  e  più  direttamente  confessionale,  di  cui  la DC  si  è  servita  in  questi  anni  come  uno  degli  strumenti di collegamento e di imbrigliamento delle masse;   modificazioni che spingono la DC  a  difendere  la  sua presa sullo  Stato,  ricercando in una sua propria « efficienza » un titolo nuovo ed altrettanto solido al monopolio  di  potere: alludo insomma  a  tutta  la  tematica  del  convegno  d Sorrento. 3)  Infine l’insofferenza  sempre più forte della  sinistra  democristiana che minaccia, ormai,  sovente, di  scavalcare a  sinistra i  socialisti e che, quindi, a giudizio degli alfieri del centrosinistra, deve essere o assorbita o emarginata.

Tali questioni sono la sostanza su cui poi si innesta lo scontro delle fazioni, reso più complicato per il fatto che oggi esso si svolge in un situazione sociale difficile, che offre margini ristretti di giuoco e in cui agisce una grande forza di opposizione al sistema quale è la nostra.

La crisi, dunque, ravvicina determinate scadenze e acutizza, molti problemi: il processo di unificazione socialdemocratica, la  questione dei rapporti interni e  della collocazione  stessa  della  DC, la  non  semplice  definizione  di  priorità programmatiche  di  governo.

È, dunque, una crisi che sconsiglia ogni attesa; e proprio la consapevolezza della instabilità del momento politico ci sollecita ad intervenire oggi, quando una serie di processi sono tuttora in corso e sul loro esito si può seriamente influire. Ma come intervenire? Con quali lotte, con quali scelte e con quale discorso? Ecco il problema politico immediato, che  coinvolge  questioni  di  fondo.

Nel progetto di tesi noi abbiamo affermato che non è possibile una riedizione del centrosinistra su basi più avanzate e abbiamo detto che noi combattiamo questa politica e questa formula in radice. Le ragioni di questo giudizio e di questa linea politica sono chiaramente espresse nelle tesi ed io non ho bisogno di ricordarle.

Dobbiamo, dunque, rendere chiaro alle masse e alle forze socialiste e cattoliche che una riedizione del centrosinistra comporta una ulteriore accelerazione dei fenomeni negativi oggi in atto: riorganizzazione monopolistica con le gravi conseguenze già in corso sui livelli di occupazione e sul tenore di vita delle masse; integrazione accresciuta nel sistema dei monopoli internazionali; svuotamento delle istituzioni democratiche; logoramento del tessuto unitario.

Dobbiamo spingere le masse e le forze politiche democratiche, ad una lotta contro questa prospettiva, che parta dalla crisi e si prolunghi nel futuro. In altre parole la nostra azione deve far avanzare nel corso di questa crisi la lotta per contenuti programmatici nuovi ed insieme la maturazione di un’alternativa generale alla situazione  attuale,  le condizioni  per  una  nuova maggioranza.

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Pablo Iglesias: benvenuto Jeremy Corbyn. Camminiamo insieme!

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di Pablo Iglesias

[Il leader di Podemos, Pablo Iglesias, saluta la vittoria alle primarie del partito laburista di Jeremy Corbyn. E si affianca a lui nella lotta contro il modello ideologico e politico del capitalismo finanziario. Traduzione dal suo articolo su The Guardian]

Risulta sorprendente, paradossale, e anche ironico, che gran parte dei media stiano confrontando il veterano laburista Jeremy Corbyn a noi di Podemos. E, senza dubbio, hanno tutte le ragioni per farlo. Ma cosa può avere in comune il nuovo leader del vecchio partito politico fondato dai sindacati britannici con un movimento nato appena 18 mesi fa in Spagna? In sostanza una cosa: il fallimento della “terza via” liberal-socialista.

Si è spesso detto del mio partito che rappresentiamo gli indignati, gli oltraggiati.
Questo non è sbagliato, ma è solo la metà di una spiegazione. Questo movimento in Spagna è l’espressione del fallimento del neoliberismo, l’ideologia politica che ha distrutto le protezioni sociali, l’industria e i sindacati, ha prodotto le bolle peculative e il consumo basato sul credito, e non si è dimostrato in grado di fornire soluzioni accettabili quando la crisi finanziaria ha accelerato la distruzione dei servizi pubblici impoverendo i lavoratori e la classe media. Quando la crisi ha colpito la Spagna, il PSOE partito socialista, tradizionalmente identificato con lo stato sociale, era al governo e non è riuscito a fornire un’alternativa.

Non solo il partito socialista spagnolo non ha saputo reagire come socialista, ma non ha neanche avuto il coraggio di rifiutare le politiche di austerità e di riduzione della spesa pubblica o di offrire un minimo di programma keynesiano di salvataggio. Il primo ministro José Luis Rodriguez Zapatero, semplicemente, si è arreso alla crisi, accettando le stesse misure che avrebbe approvato un governo conservatore. Lui stesso ha ammesso in un suo libro di memorie che sapeva che le misure che ha preso gli sarebbero costate le elezioni e la leadership del suo partito.

Questo fallimento ha contribuito a una percezione pubblica dei due maggiori partiti spagnoli come quasi identici; essi incarnavano l’élite politica privilegiata, mentre i tagli imposti al welfare hanno impoverito la maggioranza della popolazione. La più grande espressione sociale della conseguente disaffezione del popolo è stato 15-M, un movimento il cui messaggio principale è stato il rigetto per l’élite politica ed economica. Podemos è diventato solo l’espressione politico-elettorale di quel movimento perché il partito socialista spagnolo è apparso a molti elettori come i conservatori del partito popolare.

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Quando Engels scriveva a Turati. Una lettura che farebbe bene a tutti. Anche ai sostenitori di Syriza

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Federico Engels – Lettera a Filippo Turati, 26 gennaio 1894.

Premessa redazionale

Il Partito socialista italiano (così dopo il Congresso di Reggio Emilia del 1893 fu denominato il precedente Partito socialista dei lavoratori italiani), pur non avendo avuta alcuna responsabilità diretta nei moti dei Fasci siciliani del 1894, per aver espresso la sua solidarietà ai lavoratori siciliani in lotta fu messo al bando e i suoi massimi rappresentanti denunciati alle autorità giudiziarie, mentre il governo Crispi provvedeva a sciogliere i circoli, le associazioni operaie e le Camere del Lavoro.

Lo scatenarsi della reazione e la nuova situazione politica venutasi a creare, posero ai socialisti il problema dell’opportunità dell’alleanza con i partiti democratici, che miravano al ristabilimento e al consolidamento delle libertà nell’ambito del sistema borghese.

Nel momento culminante della repressione dei fasci siciliani, il problema fu posto da Anna Kuliscioff e da Turati a Engels, il quale rispose con la famosa lettera, che qui pubblichiamo, a Turati del 26 gennaio 1894, consigliandolo di evitare una critica puramente negativa nei riguardi dei partiti “affini” e prospettando la possibilità di una alleanza dei socialisti con i radicali e i repubblicani per l’instaurazione di un regime democratico borghese possibilmente repubblicano.

Era però necessario, secondo Engels, che i socialisti entrassero nell’alleanza come “partito indipendente”, ben distinto dagli altri e pronto a riprendere l’opposizione all’indomani della vittoria della democrazia.

Tuttavia, nel gennaio del 1895, al III Congresso nazionale del Partito socialista italiano, tenutosi clandestinamente a Parma, si ribadì, con 34 voti favorevoli, 20 contrari e 2 astenuti, la tattica intransigente e settaria che fu approvata al Congresso di Reggio Emilia e criticata dallo stesso Engels.

Stranamente la lettera non è compresa nelle Opere Complete di Marx – Engels [avrebbe dovuto essere nel vol. 50, 1977] pubblicate da Editori Riuniti sulla scorta dell’edizione tedesca (Dietz) 1968). È però compresa nella raccolta Lenin, Sul movimento operaio italiano, Editori Riuniti, Le Idee 117, dicembre 1976. La lettera venne pubblicata sulla rivista di Turati, Critica sociale n. 3, 1° febbraio 1894.

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Londra, 26 gennaio 1894

Caro Turati,

la situazione in Italia, a mio parere, è questa.

La borghesia, giunta al potere durante e dopo l’emancipazione nazionale, non seppe né volle completare la sua vittoria. Non ha distrutto i residui della feudalità né ha riorganizzato la produzione nazionale sul modello borghese moderno. Incapace di far partecipare il paese ai relativi e temporanei vantaggi del regime capitalista, essa gliene impose tutti i carichi, tutti gli inconvenienti. Non contenta di ciò, perdette per sempre, in ignobili speculazioni e truffe bancarie, quel che le restava di rispettabilità e di credito.

Il popolo lavoratore – contadini, artigiani, operai agricoli e industriali – si trova dunque schiacciato, da una parte, da antichi abusi, eredità non solo dei tempi feudali, ma perfino dell’antichità (mezzadria, latifondi del meridione ove il bestiame prende il posto dell’uomo); dall’altra parte, dalla più vorace fiscalità che mai sistema borghese abbia inventato.

È ben il caso di dire con Marx che “noi siamo afflitti, come tutto l’occidente continentale europeo, sia dallo sviluppo della produzione capitalista, sia ancora dalla mancanza di codesto sviluppo. Oltre i mali dell’epoca presente, pesano su di noi anche una lunga serie di mali ereditari, derivanti dalla vegetazione continua dei sopravvissuti modi di produzione del passato, con la conseguenza dei rapporti politici e sociali anacronistici che essi producono. Abbiamo a soffrire non solo dai vivi, ma anche dai morti. Le mort saisit le vif” [Il morto tiene stretto a sé il vivo].

Questa situazione spinge a una crisi. Dappertutto la massa produttrice è in fermento; qua e là si solleva. Dove ci condurrà questa crisi?

Evidentemente il partito socialista è troppo giovane e, per effetto della situazione economica, troppo debole per contare su una vittoria immediata del socialismo. Nel paese la popolazione agricola prevale, e di gran lunga, sulla urbana; poche, nella città, le industrie sviluppate, scarso quindi il proletariato tipico; la maggioranza è composta di artigiani, di piccoli bottegai, di spostati, massa fluttuante fra la piccola borghesia e il proletariato. È la piccola e media borghesia del medioevo in decadenza e disintegrazione, la più parte proletari futuri, non ancora proletari dell’oggi. È questa classe, sempre faccia a faccia con la rovina economica ed ora spinta alla disperazione, che sola potrà fornire e la massa dei combattenti e i capi di un movimento rivoluzionario. Su questa via la asseconderanno i contadini, ai quali il loro stesso sparpagliamento sul territorio e il loro analfabetismo vietano ogni iniziativa efficace, ma che saranno ad ogni modo ausiliari potenti e indispensabili.

Nel caso di un successo più o meno pacifico, si avrà un cambiamento di governo, con l’arrivo al potere dei repubblicani “convertiti” [alla monarchia, ndr], i Cavallotti e compagnia; nel caso di una rivoluzione si avrà la repubblica borghese.

Di fronte a queste eventualità, quale sarà il ruolo del partito socialista?

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Poveri, ma tanti

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di Nello BALZANO

I ricchi sono pochi, ma contano. In questo periodo di vacanze loro non vanno nei posti esclusivi (che, appunto, escludono) per ostentare, ma per non mischiarsi con i “poveri”.

Quello che fanno non è poi tanto diverso da ciò che si potrebbe fare in un altro posto alla portata di molti, ma è riservato solo ad essi. I ricchi non si fanno la guerra tra di loro, ma riescono sempre a trovare l’unità di intenti. Loro non hanno il problema da che parte stare, scelgono sempre la parte giusta, quella che tutela i loro privilegi.

Non hanno bisogno di tessere, ma basta partecipare ad una cena di finanziamento da 1000 euro. Non invocano le “ruspe”, te le comprano, perché le possa guidare tu: loro le mani non se le sporcano. Non è un problema se il cammello passa dalla cruna dell’ago e il ricco no perché sanno che a dirglielo è chi vive in un attico da 800 metri quadrati nel centro di Roma e non si riferisce a loro, ma a chi sogna di diventare come loro.

Non si informano, ma passano le notizie ai poveri, perché possano distogliersi dal problema che rappresentano i ricchi – la concentrazione delle risorse in poche mani – e concentrarsi meglio sulla guerra tra poveri, dichiarata dai ricchi.

Leggevo un commento sotto un articolo di economia, che spiegava la situazione di crisi che si sta vivendo. Il tono era più o meno il seguente: la crisi non è altro che un riportare la realtà indietro di 70 anni, quando le masse dovevano solo lavorare e non concedersi nulla, chi oggi si lamenta sbaglia perché certi stili di vita non si adattavano a determinati classi sociali.

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Due secoli e mezzo di lotte passati invano?

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di Turi COMITO

La sentenza della Corte europea dei diritti umani che invita lo Stato italiano a legiferare in materia di unioni civili è, ovviamente, una notizia ottima. E le polemiche del “Ruspini” leghista o della Cei fondate sul “benaltrismo” (sono “ben altri” i problemi degli italiani) fanno solo un poco pena: è altrettanto ovvio. Ché lo sappiamo tutti benissimo, senza bisogno del loro interessato contributo, che c’è gente che rovista nei cassonetti, che perde il lavoro e non lo trova più, che non ha i soldi per farsi curare adeguatamente e via dicendo.
Solo che la Corte non si occupa di queste cose.
La Corte si occupa di “Diritti umani”.

E cioè, per la precisione, di garantire l’applicazione di alcuni diritti fondamentali dentro una comunità – chiamata Consiglio d’Europa (che non è l’Unione europea, ma un’altra cosa) – specificatamente previsti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Tali diritti sono:
1) il diritto alla vita (proibizione della pena di morte)
2) diritto a non essere sottoposti a tortura (proibizione della tortura)
3) diritto a non essere sottoposti a schiavitù (proibizione della schiavitù)
4) diritto alla libertà e alla sicurezza (inteso nel senso che la detenzione è fortemente regolamentata)
5) diritto ad un processo equo
6) diritto a non essere condannato senza una legge che preveda un certo reato
7) diritto al rispetto della vita privata e familiare (nessuna intromissione dello Stato nella vita privata dei cittadini)
8) diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione
9) diritto alla libertà di espressione
10) diritto alla libertà di riunione e di associazione
11) diritto al matrimonio
12) diritto a un ricorso effettivo
13) diritto di non essere discriminati (per sesso, razza, religione, ecc.)
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Pablo Iglesias: sinistra o cambiamento?

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di Pablo IGLESIAS

[traduzione di Gianni Fabbris dell’articolo pubblicato sul quotidiano spagnolo El Pais dove Pablo Iglesias, leader di Podemos, spiega le ragioni dello scontro tra il suo partito e Izquierda Unida]

Sono cresciuto in una famiglia con la memoria, nella quale mia nonna non ha mai smesso di parlare dell’esecuzione di suo fratello, socialista, nel 1939. Sono nipote di un condannato a morte, anche lui socialista, la cui condanna è stata poi commutata a 30 anni dei quali ne ha scontati cinque. I miei genitori erano militanti comunisti, quando in Spagna era un crimine esserlo e mio padre ha conosciuto Carabanchel (ndt. Carabanchel è stato il carcere tristemente noto del regime franchista a Madrid chiuso dopo 55 anni nell’88) per aver distribuito materiale di propaganda. Nei miei primi ricordi d’infanzia mi vedo nella mano dei miei genitori nelle manifestazioni e raduni di Isquierda Unida contro la NATO a Soria, nel 1986, quando mio padre fu candidato provinciale al Congresso (si può immaginare con quale risultato) . A 14 anni mi sono iscritto ai Giovani Comunisti ed ho militato per anni nel movimento studentesco e nei movimenti contro la globalizzazione e la guerra. Quando ho finito il mio dottorato e ho vinto una cattedra, ero uno di quegli insegnanti non ortodossi che vanno alle manifestazioni con gli studenti e che inseriscono nelle bibliografie anche autori marxisti . Diversamente dalla maggior parte dei cittadini del mio paese, so a memoria l’Internazionale. Porto la sinistra tatuata nelle viscere con orgoglio e mi riconosco in essa, ma, forse per questo, conosco bene la sua miseria e,soprattutto, le sue incapacità.

In politica la forma e il tono contano più della sostanza e in una recente intervista mi sono sbagliato nella forma e nel tono, offendendo molte persone.Chiedo scusa ma chiedo anche che venga posta attenzione alla sostanza che, con tono e forma migliori, espongo qui.

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Per una proposta. Per la Sinistra

uniti

 

di La Redazione

Se continueremo a pensare alle elezioni come unico momento di partecipazione politica, se continueremo a farci dettare l’agenda da un Presidente del Consiglio che cambia idea come cambia il vento, se inseguiremo il flusso di notizie facendoci investire da queste, senza organizzare una reazione e un progetto politico, non sapremo e non potremo cambiare nulla.

Di cosa fa il Partito Democratico, delle dichiarazioni di Renzi, della Lega, di Grillo non deve interessarci più di tanto.
Lo diciamo con orgoglio. E’ un vecchio mondo che gira sulla sua ruota come un criceto. Non ha offerto nulla, non ha progetto, né proposta.

Il 2 Giugno abbiamo iniziato un percorso formando un gruppo su Facebook. E vi chiediamo ancora di partecipare.
Il risultato è bello, piacevole, interessante. Si parla e ci si confronta in modo aperto e leale.

Ora è tempo di passare concretamente a stendere una proposta politica che sia sinistra. Che rappresenti, tuteli e promuova gli interessi di chi ha paura e di chi ha coraggio.
Di chi ha paura che questo sistema lo impoverisca sempre di più, di chi ha paura di non poter aiutare chi ha più paura di lui, di chi ha paura di non riuscire a trovare soluzioni.
Di chi ha il coraggio di cercarle. Insieme. Per una nuova storia.

Venite a dare il vostro contributo su Facebook nel Gruppo pubblico PROPOSTA di Essere Sinistra.
Leggete il nostro MANIFESTO. Il video sottostante ne presenta una sintesi.

E cominciamo a partire verso una certezza. Possiamo creare insieme un programma di sinistra. Vera e unita.

Piketty e Renzi su due strade che non s’incontreranno mai

piketty

di Luca SOLDI

C’è un economista francese che ormai da tempo risulta indiscutibilmente quello di riferimento in una Sinistra che pare aver perso le certezze delle sue radici.

Questo studioso è Thomas Piketty.
Il suo lavoro fondamentale è “Il Capitale nel XXI° secolo”, un autentico best seller nel genere che è diventato il volume dell’anno negli Stati Uniti, dopo che in patria, nella sua Francia, aveva generato, inizialmente, minori entusiasmi.

Probabilmente anche per certe tiepidezze nei sui confronti da parte del Presidente Hollande. Tiepidezze che erano sfociate in aperte contrarietà che lo avevano portato a rinunciare alla prestigiosa carica di Cavaliere della Legione d’Onore.

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