Sinistra: ultima fermata

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di Roberto RIZZARDI

Un anno fa, quando già si poteva presagire per il PD e il paese quello che è poi effettivamente accaduto, svolgevo alcune considerazioni.
La necessità di una sinistra vera, di un attore politico che brilla per la sua assenza, nel frattempo è diventata ancora più pressante.
Qualcosa si sta muovendo, ed è ancora ai primi passi e potrebbe finire col fornire la “risposta mancante”.
Una strada lunga, difficile e irta di ostacoli, di rischi ideologici e passibile di vecchie e perniciose “abitudini comportamentali”, ma intanto il MovES muove i suoi primi passi.

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Dopo aver visto i risultati delle elezioni regionali in Emilia Romagna, ritengo che una forte astensione del popolo di sinistra fosse un passo imprescindibile, un messaggio inequivocabile e necessario per segnalare alla direzione PD che la misura è colma.  Sono dunque soddisfatto che il segnale sia partito.

Ora i casi sono due, o il PD trae le debite conseguenze oppure continua a “renzare” (mi si perdoni l’azzardato neologismo) e diventa definitivamente quella strana creatura liberal-centrista tanto cara a Squinzi e al blocco sociale da cui questi proviene. La seconda è, a mio parere, l’ipotesi al momento più probabile.

Ecco allora che si apre uno spazio potenziale a sinistra che però non potrà essere adeguatamente sfruttato dai litigiosi epigoni di svariate ortodossie più o meno virtuose e insofferenti.
Finora tutti gli esperimenti di costituzione di una qualsivoglia formazione a sinistra del sempre più mutato PD hanno perfino faticato a spiccare il volo, non parliamo della possibilità di svilupparsi e incidere, funestati da accuse incrociate di tradimento ideologico, di deviazionismi di ogni tipo e qualità, di collusione col nemico e dalla pratica devastante delle mene egemoniche più viete e controproducenti, dimentichi di quanto queste ultime siano storicamente costate care al movimento operaio nel suo complesso.

La sinistra e le istanze operaie, del lavoro e delle classi popolari non sono più adeguatamente rappresentate e difese a livello politico, ed anche il sindacato fatica a sviluppare una efficace azione di protezione, costretto com’è a subire l’iniziativa di una classe padronale arrembante e ben ammanigliata.

 

I tempi sono veramente maturi per la nascita di una rappresentanza politica realmente di sinistra e con una certa capacità di incidere.  Gli elettori hanno chiaramente detto che “vincere” (che suono mussoliniano ha questa parola) non è sufficiente, che l’occupazione delle giuste poltrone non può ripagare dello scempio dei diritti così duramente conquistati e garantiti da quella che fu “la più bella Costituzione del mondo”.

Una Costituzione ora sconciata, disattesa e in procinto di essere ancor più disinnescata da sconsiderate, opportunistiche e presunte “riforme costituzionali” che, in realtà, sono una autentica restaurazione di uno status quo ante che ci riporta ai primi del ‘900.

Il PD è occupato da una dirigenza che non presenta elementi di continuità con quello che fu il partito che univa le istanze socialiste a quelle della sinistra democristiana. La situazione, italiana, europea e mondiale vira sempre di più verso un assetto iperliberista, dove la mercificazione e la sostituzione dei diritti con privilegi esclusivi avanzano sempre più incontenibili.  Una situazione che crea scompensi e disuguaglianze, che acutizza disagi e risentimenti. Una vera pacchia per il populismo e per la rozzezza della destra xenofoba e classista.

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La solidarietà è la nostra arma. Sul terzo memorandum in Grecia

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di Francesca COIN

Un reportage da Atene, da Pedio tou Aeros, per capire che aria tira in Grecia e per conoscere la lezione di civiltà che la solidarietà greca sta impartendo all’Europa.

[Pubblicato l’11 agosto 2015 su Effimera]

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Atene, Grecia.

Una lastra di cemento bagnata dal sole.

Cemento e asfalto, sopra e sotto, file di condomini costruiti durante la dittatura, identici e ossessivi, sempre sole, dentro e fuori i condomini, sempre sole sull’asfalto, sempre sole senz’aria.

Siamo a Pedio tou Areos, oramai da diversi giorni. Pedio tou Areos è un parco nel centro città in cui decine di tende sono diventate casa per centinaia di rifugiati in arrivo dall’Afghanistan e dalla Siria. Ci sono quaranta gradi anche dentro le tende, forse di più, ci sono quaranta gradi nel parco. Ci sono quaranta gradi nei bagni, di quelli di plastica che sanno di formaldeide, sei per cinquecento persone, ci sono quaranta gradi nella tenda per l’assistenza medica, quaranta gradi nei furgoncini che portano il cibo, quaranta gradi e centinaia di persone, anzitutto donne e bambini ma anche uomini giovani, e poi turisti politici come li chiamano, joggers, giornalisti e fotografi, tossici e spacciatori, anziani finiti sulle strade, ex carcerati, accattoni, prostitute e pastori.

I numeri li ha dati in questi giorni l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati: un quarto di milione di profughi sono arrivati in Europa dall’inizio del 2015 e di questi più della metà sono arrivati in Grecia, anzitutto nelle isole di Lesvos, Chios, Kos, Samos e Leros. Un aumento del 750% rispetto allo scorso anno – tale è l’effetto non tanto di un cambio nelle rotte migratorie ma della guerra diffusa in Siria, Afghanistan, Libia e ora Turchia.
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite parla di crisi umanitaria e chiede al governo ellenico di porle soluzione.

Evidentemente all’Alto Commissariato sono stati in vacanza negli ultimi cinque anni e nessuno gli ha detto che la Grecia è in bancarotta – la Grecia è stata strangolata e addirittura secondo la testata Ekathimerini nel mese di Agosto sarà in grado di pagare solo il 10% dei beni importati. In Grecia nessuna crisi umanitaria troverà soluzione: laddove il debito si avvita le crisi non finiscono ma proliferano e si moltiplicano come le malattie.

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Tre brevi racconti greci d’estate

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di Yanis VAROUFAKIS

[traduzione dal suo blog di Three brief Greeck summer tales. Agosto 2013]

Da bambino, ero affascinato dai racconti di mia madre, e di sua madre, del 1940, e in particolare dalle loro storie di vita sotto l’occupazione nazista. Forse non è un caso che i libri per bambini di una volta sono pieni di racconti macabri di omicidi, smembramenti e orrori assortiti.

La maggior parte di quei racconti erano disperati tentativi da parte delle donne della mia famiglia di trasmettere a un giovane, bambino viziato l’orrore  delle loro esperienze, il valore del pane, la memoria della solidarietà e della capacità di resistenza in un ambiente di schifo e paura opprimente.

L’inverno del 1941 era così impresso nella mia mente, quasi completamente con le immagini in bianco e nero, che il racconto di mia madre aveva prodotto, di carri trainati da cavalli che facevano il loro giro mattutino per le strade di Atene, raccogliendo i cadaveri di coloro che erano morti di fame la notte prima. Fuori da questo drappo di dolore, spuntava un racconto.

Ciò che rendeva questo particolare racconto un qualcosa che si conficcava nella mia mente non era un atto di eroismo poco appariscente o un tradimento indicibile (ce ne erano un sacco in quelli delle altre storie), né una tragedia che la mia mente giovane aveva trovato particolarmente atroce.

No, era un semplice racconto di una settimana passata su qualche spiaggia del Peloponneso, nell’estate del 1943. Mia madre era stata malata di tubercolosi e mia nonna pensava che sarebbe d’aiuto se avesse trascorso qualche tempo vicino l’acqua di mare, lontano dal pozzo nero di dolore e malattia che era Atene occupata. Le storie liriche di mia madre dei piccoli piaceri che hanno apprezzato su quella spiaggia soleggiata, nonostante le loro pance vuote e il buio che avvolgeva la nazione, ha assunto un significato immaginario della mia infanzia che è ancora con me.

Agosto 2013. Sto trascorrendo, mentre scrivo questo, gli ultimi giorni di estate, prima di tornare negli Stati Uniti, a Egina – la nostra isola santuario greco. Non è il 1941, non è il 1943. Il ronzio dei ristoranti è il consueto ronzio di mezza estate, il mare è blu come non mai, i traghetti trasportano i turisti fugaci. E tuttavia, la Grecia è nella morsa di una calamità che chi ha vissuto il 1940 pensava che non avrebbe mai dovuto vivere di nuovo. Ma devo desistere. Questo non è il posto per analisi e argomentazioni in relazione alla nostra catastrofe greca contemporanea. Questo è un pezzo di brevi racconti estivi. Quindi, mi permetto di raccontarvi tre storie del genere.

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Credo che per essere di sinistra…

rivoluzione

Maurizio SANTAROSSA

Valori di sinistra?

Il valore della giustizia sociale, di una Società che non imponga una uguaglianza artificiale ma che dia a tutti eguali opportunità. Una Società che creda nella condivisione di questi valori e nel sostegno ai deboli e questa si chiama solidarietà. Solidarietà che non si esaurisce nelle idee e negli atteggiamenti ma che si concretizza nei fatti e questo significa welfare e stato sociale.

Libertà, che deve dissociarsi dal significato distorto imposto oggi dalla globalizzazione , perché non significa liberismo anarcoide, ma mantiene il suo antico significato che prevede la libertà propria sempre in relazione con la libertà degli altri. Quella libertà all’interno di precise regole che costituisce la base della democrazia. Democrazia che significa governo del popolo mediante le partecipazione ed il controllo e non solamente mediante la delega.

Credo che essere di sinistra significa credere che i diritti debbano essere quali per tutti e che debbano essere stabiliti da Leggi e regole e non concessi dal paternalismo di oligarchie basate su una gestione distorta del potere. Credere che non vi possa essere sviluppo se esso non comporta un miglioramento della esistenza per l’intera Società, che non vi possa essere vero sviluppo senza giustizia sociale.

E che non vi possa essere libertà in un Paese nel quale vi sono uomini e donne in vendita e chi ha il denaro per comperarli.

E che non vi possa essere speranza di futuro in un Paese nel quale il dieci per cento delle famiglie detiene l’ottanta per cento della ricchezza del paese, ed a pagare le tasse sono soltanto il restante novanta per cento di famiglie che tutte insieme si debbono accontentare di dividersi il restante venti per cento.

E che non si può pensare di cominciare a ricostruire un futuro per i nostri figli in un Paese nel quale la criminalità organizzata è talmente collusa con il suo Governo che alcuni suoi esponenti siedono sugli scranni del Parlamento.

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I bambini ci guardano

bimbi

di Ivana FABRIS

In questo ultimo periodo molti sipari si stanno alzando lasciando definitivamente intravvedere la realtà. Una realtà ormai completamente nuda. E cruda.
Crudo è guardare il treno ungherese, quel treno carico di dolore, di disperazione, di umiliazione di povere genti, brutalizzate dalla civile e moderna Europa che ancora una volta si è macchiata le mani di un crimine contro l’Umanità.

Umanità, che bellissima parola…
Una parola che in sè racchiude un mondo di immagini e di sensazioni calde e pacificanti, rassicuranti e luminose se pensiamo ad essa come al sentimento che dovrebbe connotare i popoli della Terra, tutti, senza distinzione di pelle, di religione di sesso e di censo.
Una parola che dovrebbe evocare esclusivamente sentimenti di dolcezza, di solidarietà e di affettività perchè racconta la fratellanza, quando la riferiamo al genere umano.

Eppure il tempo che viviamo ha svilito tutto il suo senso più alto e nobile.
Siamo sempre più isolati, sempre più guardinghi e sempre più afflitti da comportamenti che sfiorano la patologia quando addirittura non la esplicitano completamente.
L’anaffettività ci circonda e impregna sempre più ogni fascia sociale. Il conflitto non è più tra classe borghese e classe lavoratrice ma soprattutto tra tutti i ceti che costituiscono la società partendo dalla base della piramide, spesso solo per invidia e per una competitività mutuata, come comportamento, dalle classi più agiate.
Il solidarismo è quasi sparito persino nelle classi meno abbienti che lottano fra loro per avere un frammento in più di vivibilità ed è sgomitato di lato dal familismo amorale che permea con pervicacia quei ceti che ancora pensano di essersi salvati da soli.
E, l’unica verità, è che nessuno si è salvato da solo, unicamente siamo tutti più soli.

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I migranti siamo noi

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di Ivana FABRIS

Quando penso ai migranti, mi vengono sempre in mente le parole di Primo Levi in “Se questo è un uomo”, là dove dice “Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case…“.
Le case…il tepore…la sicurezza.
Già, la sicurezza, eccolo qui il problema: i migranti ci tolgono la nostra sicurezza, la famosa sicurezza tutta italiana.
Quella del posto di lavoro garantito (certo, perchè la crisi economica l’hanno provocata i migranti), delle strade da percorrere la notte senza paura (certo, perchè la delinquenza comune in Italia non esisteva prima di loro, così come quella organizzata, difatti Vallanzasca era maghrebino o nigeriano), quella del non avere malattie (certo, perchè le epidemie o le parassitosi non sapevamo cosa fossero prima del loro arrivo qui).

Grottesco questo paese praticamente popolato da credenti che ‘ama il prossimo tuo come te stesso‘ salvo che non bussi alla tua porta, ma questo non c’era nelle avvertenze per l’uso, quindi possiamo autoassolverci senza nemmeno rivolgerci al confessore.
Non ho niente contro chi crede, sia chiaro, ma mi risulta davvero problematico accettare quello ‘scambiatevi un segno di pace‘ con la ferocia con cui si difende il proprio orticello.

Altro punto fondamentale: l’orticello.
Eh sì, siamo un paese di orticelli e non un grande e unico campo perchè qualcuno ci ha convinto che rinchiuderci nelle nostre tiepide case fosse la risposta giusta per la difesa di quel poco di illusoria sicurezza economica che ci eravamo conquistati.

Poco conta che una larghissima parte del popolo italiano se la sia guadagnata andando con la valigia di cartone in ognidove, a fare l’extracomunitario di altri e per altri nel mondo, navigando nelle carrette del mare, nelle stive e nelle III e IV classi di quelle bagnarole e andando ad ingrossare la conta dei morti inghiottiti da un mare che non era il loro.
Poco conta che fossimo additati come gente sporca, rozza, ignorante, brutale e di malaffare.
Conta, invece, dimenticarsi del proprio passato, delle proprie origini e delle proprie radici, quando invece SIAMO quel passato e quel passato è in ognuno di noi.
Conta, quindi, SEMBRARE ciò che non si è mai stati, ossia un popolo NATO ricco.

Nata negli anni ’60 e vissuta da tutta la vita a Milano, io me li ricordo quei volti dei migranti del sud, con lo sguardo perso nel freddo e nella nostra nebbia, che tanto erano invisi a molti milanesi ma che tanta ricchezza hanno portato in tutto il nord, attraverso lo sfruttamento della forza delle loro braccia.
E oggi vedo come il popolo africano e quello dell’est europeo, stanno, ancora una volta, portando ricchezza e non solo in termini economici, sempre permettendo, per necessità e bisogno, di essere sfruttati.
Per giunta, la nostra memoria, labile a fasi alterne e secondo convenienza, non ci fa ricordare che se il popolo africano è alla fame, la responsabilità è di tutti noi.

Quindi questa è la verità, che ci piaccia o no: i migranti fanno comodo solo che vorremmo ce ne facessero esclusivamente a nostro piacimento, decidendo sulla loro pelle di volta in volta, di caso in caso.

La cosa paradossale, è che uno come Salvini è consapevole di tutto ciò, ma in pasto al popolo leghista butta quei corpi senza vita da sbranare insieme a quelli di chi è sopravissuto al mare, pur di evocare una paura ancestrale, insita nell’uomo, come quella dell’essere invasi.

Questa, per me, è la vergogna più grande perchè l’abuso e la violenza contro i migranti, si moltiplicano esponenzialmente partendo da una menzogna che fa comodo e da una verità negata, amplificandole all’infinito.
Menzogna e verità negata, tra l’altro, buone per un popolo come quello italiano, che non ha mai smesso di essere usato e sfruttato, da chi lo governava e governa. Se non è essere sullo stesso barcone, tutto questo…

Eppure quello italiano è un popolo che nelle emergenze sa trovare le risposte giuste da dare all’altro che è in difficoltà.
La riprova sta nei siciliani che si adoperano in ogni modo possibile per offrire aiuti a queste genti disperate che approdano sulle nostre coste dopo viaggi a dir poco sconvolgenti.
Sta nel mobilitarsi all’Isola del Giglio per trarre in salvo quanta più gente possibile in occasione del naufragio della Costa Concordia senza badare se ogni vita umana salvata avesse i tratti di un africano o di un asiatico anzichè quelli di un caucasico.
Sta nel profondo senso di solidarietà e calore che dimostrano i nostri militari durante le missioni umanitarie, sta nel prodigarsi volontariamente quando accade una calamità naturale o nel mettersi quotidianamente e senza clamori al servizio di chi è in difficoltà.

Ma di questi non si parla mai abbastanza, sembra sempre che umanamente abbia più valore tutto il peggio che ci riguarda, che il popolo italiano sia complessivamente costituito da nichilisti, individualisti, approfittatori, cinici e anaffettivi.

Mi viene sempre da domandarmi perchè preferiamo ricordare ciò che una parte di noi è diventato senza invece dare mai risalto a tutti quelli che ogni giorno scelgono di rimanere umani.
Un’idea me la sono fatta nel rendermi conto che è la propaganda stessa a spingerci ad utilizzare questa dinamica, perchè alla fine questa lavora in favore di chi vuole metterci gli uni contro gli altri: perchè se non credo più nell’uomo, come valore imprescindibile, non farò nessuna fatica a combatterlo.

E’ vero, una parte di italiani si è chiusa nella strenua difesa di ciò che ha ottenuto, ma noi, invece, che sosteniamo gli ultimi della terra e lo facciamo con convinzione, pur affermando che il problema esista e che vada gestito alla radice e non con iniziative lasciate a quella generosità che ancora rimane in un’altra fetta di italiani, dovremmo avere più coraggio nel continuare a veicolare soprattutto un messaggio: i migranti siamo noi, perchè quella è anche la nostra storia e sta tornando ad esserlo.

Perchè con la crisi economica che, a differenza di quanto vuol farci credere la propaganda, non solo non è passata ma morderà ancora e ancora più in profondità, presto saremo noi il popolo greco e, per molti aspetti, anche il popolo nordafricano.
Anzi, in alcune parti del paese lo siamo già.

Il senso di quello che cerco di dire, è che sta a noi capire che dobbiamo con forza ritrovare la nostra storia e non solo dobbiamo smettere di rinnegarla ma, anzi, dobbiamo proprio farne una bandiera.
Dobbiamo smettere di vergognarci di provare sentimenti di solidarietà con chi è già totalmente alla disperazione, dobbiamo schierarci, essere partigiani anche in questo e dire ovunque che questa presunta e illusoria sicurezza per la quale si vuole scatenare una guerra fra poveri, serve solo a chi ci vuole affamare TUTTI.

Se solo capissimo l’importanza di diffondere capillarmente questo messaggio, incuranti delle risposte ingiuriose, già avremmo messo un granello di sabbia nell’ingranaggio.
Una cultura distruttiva non si cambia in un giorno e nemmeno in un mese tantomeno si cambia con gesti plateali bensì si modifica con i piccoli gesti e i piccoli passi quotidiani che ciascuno di noi può ed ha il dovere di compiere.

Perchè non sono le rivoluzioni armate a realizzare cambiamenti stabili e definitivi ma sono le rivoluzioni culturali a determinarli e la cultura è anche la cognizione di ciò che siamo stati un tempo, quando la povertà non era una vergogna ma uno stato che riguardava tutti. Quando sapevamo trasmettere la dignità della nostra condizione ai nostri figli insieme alla consapevolezza di ciò che questa rappresentasse.

Perchè la nostra cultura è un bene che, come il pane, va spezzato giorno per giorno, dividendolo giorno per giorno sia col nostro vicino di casa sia col migrante dai tratti somatici diversi dai nostri per comprendere che è dello stesso pane che abbiamo tutti bisogno e altrettanto della stessa condivisione.

Perchè nessuno è primo ma tutti possiamo essere ultimi, su questa terra.
Ricordiamocelo sempre.

 

 

 

(immagine dal web)

Trafficanti di parole e spacciatori di menzogne

trafficanti

di Luca SOLDI

Paese strano il nostro, attraversato di continuo, da un capo all’altro, da destra e ora da quella che si credeva – e purtroppo qualcuno vuole continuare a credere – sinistra, da correnti continue che favoriscono non solo il propagarsi di batteri killer ma anche nuove categorie del genere umano che a quanto pare, sembra che non abbiano ancora ben chiara la storia recente del Paese.

Veri e propri trafficanti di parole. Ad alto valore aggiunto, come quelle dei pubblicitari. Più probabilmente veri e propri spacciatori di menzogne che mirano ad accreditare la tesi della “pericolosità” del Sindacato in Italia.

Distinte e graziose figure senza remore, senza rispetto che si accalorano, appunto, caldeggiando la tesi che vede, oggi, il movimento sindacale utile solo come dispensatore di un’accozzaglia di servizi per pensionati, e poco altro.
Pieno di tutori solo per chi ha diritti acquisiti e di centurioni pronti al sacrificio ed al sostegno solo per il pubblico impiego.
Magari, una congrega dispensatrice di sostegno ai “vagabondi” di ogni genere.
Elemento fastidioso per un’economia che, ormai risulta chiaro, trova la sua strada, solo lasciandola andare dove vuole.
Dopo la resa incondizionata, favorita dalla globalizzazione ( e dal ventennio berlusconiano) verso tutto quello che veniva espresso come inevitabile declino del settore manifatturiero.

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28 marzo 2015 – Unions

unionslandini

di Nello BALZANO

Questa manifestazione partecipata al di là di ogni aspettativa è stata, a mio giudizio, la rappresentazione di ciò che noi immaginiamo, quando pensiamo alla nostra Costituzione, il fondamento, la grammatica della libertà e della cittadinanza politica e sociale.

IL LAVORO

Inteso come completamento della persona, nella sua dignità, nel rispetto dei diritti, con una giusta remunerazione, protagonista della società nella crescita del Paese, nel lasciare a chi viene dopo il solco tracciato per migliorare giorno per giorno le condizioni.
Oggi invece viviamo un continuo degrado e cancellazioni di conquiste importanti, di esaltazione dell’individualismo a discapito di una giusta forza da contrapporre a chi intende servirsi della tua opera per i suoi scopi personali o di un sistema malato di “finanza”, ma un individualismo monco e sterile, perché pur se ti sbatti contro il tuo collega per conservare ciò che è un tuo diritto, rimani povero.

LA LIBERTÀ

La libertà di poter manifestare la tua idea, il tuo pensiero, il tuo sogno, la tua speranza, per un giorno sei protagonista di te stesso. Anche chi viene deriso ironicamente dai commenti di “piccolo”- opinionisti, che vedono la presenza di quei simboli come la “falce e martello“, come qualcosa di vetusto ed inutile, non comprendendo che anche lì c’è una parte importante della nostra storia, che si condividano o no i loro ideali, pacificamente e civilmente, queste persone hanno la possibilità senza vergogna e con tanto orgoglio, di camminare al fianco di chi magari la pensa diversamente da loro. E questo non è altro che il senso condiviso di comunità e di unione dei lavoratori.

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L’occidentale senza significato alla riscoperta di un senso

uomoccidentale

di Cosima DI TOMMASO

Ma dove sta andando a parare l’”essere umano” dell’Occidente con le sue istituzioni?
Dove crede di andare, ammantato dietro al drappo della retorica, della parola svuotata di significato?

Mi pare evidente che si sia creata una singolare cesura tra significante e significato che va aldilà della Linguistica.
L’uomo, è dotato di ragione e si muove per dare basi economiche alla vita fisica.
Ma questo, lo sanno fare anche gli animali.
L’uomo è molto di più della sola realtà fisica, vi è in lui una sostanza immensa che è in primis, quella del suo senso storico – lo spirito umano – e, prima porterà a coscienza tale concetto, meglio sarà.
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Fermiamoci

metronomo

di Nello BALZANO

Qualsiasi cosa tu debba fare richiede l’utilizzo di uno strumento, il progresso serve a questo: a creare gli strumenti per rendere più semplice ogni operazione, non a renderti un ingranaggio dell’operazione stessa

Se sei un imprenditore e vuoi far crescere la tua attività, hai bisogno degli opportuni investimenti, il tuo lavoro e quello dei tuoi dipendenti è importante, non serve solo a gonfiare il tuo portafoglio, ma è utile alla società e ognuno dei singoli protagonisti della tua attività è fondamentale, oggi chi ti nega ciò, non crea un danno solo agli interessi aziendali, ma all’intera comunità, perché toglie la possibilità ad ognuno di noi di poter usufruire di ciò che produci. In poche parole il tuo lavoro era una forma di solidarietà, ma è diventato solo una parte dell’ingranaggio speculativo del “mordi e fuggi” sempre più avido, bulimico ed immediato.
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