La verità detta ai lavoratori (e a quelli che non possono esserlo per colpa di questo sistema economico)

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di Pierluigi Vuillermin

Premessa

In questo saggio mi propongo di rileggere, e in un certo senso riattualizzare, un famoso testo brechtiano degli anni Trenta. Si tratta di uno scritto politico-letterario che Brecht pubblica nel 1935, dopo l’avvento di Hitler al potere, in cui il drammaturgo tedesco, ormai in esilio, rivolgendosi agli artisti e agli intellettuali, enuncia le regole programmatiche (quasi un manuale di strategia militare) per dire la verità ai deboli e combattere la menzogna dei potenti.

Il 1935 è un anno importante nella storia d’Europa e anche nella vita di Brecht. Il Komintern inaugura la stagione dei fronti popolari, l’alleanza tra le forze democratiche e il comunismo, per contrastare l’avanzata del nazi-fascismo, in marcia verso la guerra. Nello stesso anno, lo scrittore viene ufficialmente privato della cittadinanza tedesca e costretto a peregrinare per diversi paesi europei, prima del definitivo approdo negli Stati Uniti. In questo contesto drammatico, mentre si dedica allo studio sistematico delle opere di Marx, Brecht si pone il problema dell’impegno e della responsabilità dell’intellettuale nella lotta contro il terrore del nazismo.

Dopo aver criticato la cultura borghese per la sua assenza di valore pratico, egli si interroga su come l’intellettuale debba rivolgersi al popolo, alla luce soprattutto delle nuove forme dell’industria culturale e dei mass media, per smascherare l’inganno del potere e spingere le masse ad agire efficacemente per cambiare la realtà sociale. Questo argomento troverà poi formulazione completa, alcuni anni dopo, nel drammaVita di Galileo, il capolavoro della maturità.

Sempre nel 1935, Brecht partecipa a Parigi al Primo Congresso degli scrittori per la Difesa della Cultura. In una perorazione lucida e polemica, egli denuncia le carenze di ogni critica moralistica del potere (oggi parleremmo di indignazione), che non investiga i rapporti materiali che sono alla base della realtà storica e sociale. Il messaggio è esplicito: solo una verità concreta può diventare un’arma efficace, nelle mani del popolo, per contrastare la barbarie del nazismo (e del capitalismo). Come si vedrà, il testo brechtiano presenta, ancora oggi, grandi elementi di attualità. Molte sono le somiglianze tra la crisi economica e sociale degli anni Trenta e quella in corso in questi anni, come hanno messo in luce diversi studiosi. Siamo in guerra, è stato autorevolmente detto. Verissimo. Ma forse non siamo tutti sulla stessa barca. Ne sa qualcosa il popolo greco, a cui sono rivolte le seguenti riflessioni.

Per quel che concerne il metodo, nella stesura del presente scritto, faccio chiaro riferimento al noto saggio in cui Benjamin, commentando alcune liriche brechtiane, afferma che il commento si occupa esclusivamente della bellezza e del contenuto positivo del testo a cui si applica. Da questo punto di vista, ritengo che le Cinque difficoltà sia un testo fondamentale in cui Brecht, ben al di là dell’occasione, enuncia la dottrina marxista nella forma epica di un classico. D’ora in avanti i brani in corsivo sono estratti dal saggio di Brecht (in Scritti sulla letteratura e sull’arte, a cura di Cesare Cases, Einaudi, Torino 1973), facilmente reperibile anche su Internet e tradotto in diverse lingue.

Introduzione

Chi ai nostri giorni voglia combattere la menzogna e l’ignoranza e scrivere la verità, deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avereil coraggio di scrivere la verità, benché essa venga ovunque soffocata; l’accortezza di riconoscerla, benché venga ovunque travisata, l’arte di renderla maneggevole come un’arma;l’avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l’astuzia di divulgarla fra questi ultimi. Tali difficoltà sono grandi per coloro che scrivono sotto il fascismo, ma esistono anche per coloro che sono stati cacciati o sono fuggiti, anzi addirittura per coloro che scrivono nei paesi della libertà borghese.

Con questa introduzione, Brecht presenta la sua tesi in cinque punti, che verranno di seguito sviluppati. Chi vuole scrivere la verità (cioè l’intellettuale impegnato e organico al proletariato) deve superare la menzogna (dei potenti) e l’ignoranza (dei deboli). I requisiti necessari sono: coraggio, accortezza, arte, avvedutezza e astuzia. Le cinque difficoltà per scrivere la verità sono operanti non soltanto nei regimi totalitari (e per gli oppositori e dissidenti in esilio), ma anche nelle democrazie, dove regna la libertà borghese. Per questa ragione, l’intellettuale deve saper camuffare bene la verità (perciò occorrono pragmatismo e buona tattica, attenzione per i nuovi media messi a disposizione dall’industria, interesse per le forme inferiori dell’arte e della cultura, persino il nemico può essere un buon insegnante), in modo da sottrarre la verità alla censura e alla manipolazione del potere, e consegnarla al popolo, affinché possa utilizzarla come un’arma maneggevole, per abbattere i (pochi) potenti che dominano sui (molti) deboli.

1. Il coraggio di scrivere la verità

Sembra cosa ovvia che colui che scrive scriva la verità, vale a dire che non la soffochi o la taccia e non dica cose non vere. Che non si pieghi dinanzi ai potenti e non inganni i deboli. Certo, è assai difficile non piegarsi dinanzi ai potenti ed è assai vantaggioso ingannare i deboli. Dispiacere ai possidenti significa rinunciare al possesso. Rinunciare ad essere pagati per il lavoro prestato può voler dire rinunciare al lavoro e rifiutare la fama presso i potenti significa spesso rinunciare ad ogni fama. Per farlo, ci vuole coraggio.

Per prima cosa bisogna avere coraggio. Ma non è sempre facile. Da un punto di vista storico, gli intellettuali non sono che servi dei potenti, nelle figure del cortigiano e del consigliere, ovvero del consulente. Sono avidi e vanitosi, vogliono essere acclamati e riconosciuti, pertanto non devono dispiacere ai loro padroni, generosi committenti e finanziatori; altrimenti rischierebbero di perdere la fama e il lavoro. La maggioranza degli intellettuali (quell’intellettualità diffusa che oggi in troppi, superficialmente, celebrano come lavoratori autonomi, riflessivi e creativi di terza generazione) non ha coraggio. Sono degli intellettuali vili, docili servitori e disciplinati impiegati. Perennemente sotto ricatto, eppure compiacenti camerieri. Tali o per mancanza di carattere e senso della dignità (i più), o per bieco calcolo opportunistico, nell’avanguardia più cinica e culturalmente attrezzata.

Le epoche di massima oppressione sono quasi sempre epoche in cui si discorre molto di cose grandi ed elevate. In epoche simili ci vuole coraggio per parlare di cose basse e meschine come il vitto e l’alloggio dei lavoratori, mentre tutt’intorno si va strepitando che ciò che conta è lo spirito di sacrificio.

Nelle epoche di crisi e cambiamento, l’intellettuale vile, che non ha coraggio, spesso veste i panni dell’umanista che si interessa alle sorti (generalissime) del genere umano. Soprattutto quando l’oppressione è grandissima, egli ha il compito, ben remunerato dai potenti, di distrarre e intrattenere il popolo, attraverso la conduzione di infuocati dibattiti sui massimi sistemi (diritti, cultura, genere). L’importante è evitare di parlare di ciò che viene a mancare (lavoro, casa, scuola, salute); e indicare ai deboli i nomi dei responsabili del furto perpetrato ai loro danni.

Quando il malumore delle masse non s’acquieta e diventa pericoloso, l’intellettuale vile, umanista e generalista, fa appello a concetti nobili ed elevati (nazione, patria, civiltà), ostentando una commovente abilità retorica e mitologica, al fine di impedire che il popolo chieda il conto dell’ingiustizia subita. In un coro unanime di inviti e proclami, tutti quanti (i deboli) devono remare nella stessa direzione, decisa dai potenti e illustrata e spiegata al popolo dagli intellettuali vili, stipendiati e vezzeggiati dai potenti.

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La realtà e i sogni. La lettera di Fidel Castro ai cubani e al mondo

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[Traduzione della lettera di Fidel Castro Ruz nel giorno del suo compleanno. 13 Agosto 2015]

Scrivere è un modo di essere utile se si pensa che la nostra martoriata umanità debba essere migliore e più pienamente istruita, data l’incredibile ignoranza in cui siamo tutti avvolti, fatta eccezione per i ricercatori che, nelle scienze, cercano risposte soddisfacenti.
È una parola che implica in poche lettere il suo infinito contenuto.

Tutti noi nella nostra gioventù abbiamo sentito parlare a un certo punto di Einstein, in particolare dopo l’esplosione delle bombe atomiche che hanno polverizzato Hiroshima e Nagasaki, ponendo fine alla crudele guerra tra Stati Uniti e il Giappone.
Quando le bombe sono state lanciate, dopo la guerra scatenata dall’attacco sulla base degli Stati Uniti a Pearl Harbor, l’impero Giapponese fu conquistato. Gli Stati Uniti, un paese il cui territorio e le sue industrie sono rimaste al di fuori della guerra, è diventato il paese con la più grande ricchezza e il miglior armamento sulla terra, in un mondo lacerato, pieno di morti, feriti e affamati.

Insieme, l’Urss e la Cina avevano perso più di 50 milioni di morti, con enormi danni materiali.

Quasi tutto l’oro del mondo è andato nelle casse degli Stati Uniti. Oggi si stima che tutte le riserve auree e valutarie di quella nazione raggiungono gli otto milioni 133,5 tonnellate di metallo.

Tuttavia, strappando unilateralmente gli impegni assunti a Bretton Woods, gli Stati Uniti, dichiararono di non voler onorare l’obbligo di sostenere l’oncia di oro per il valore della loro carta moneta. Tale misura decretata da Nixon ha violato gli impegni assunti dal Presidente Franklin Delano Roosevelt.

Secondo un gran numero di esperti del settore, questo ha creato le basi di una crisi che, tra le altre calamità, minaccia con forza il modello di economia di quel paese.

Nel frattempo, è dovuta a Cuba un’indennità pari ai danni, che ammontano a diversi milioni di dollari, come riportato dal nostro paese, con argomentazioni e dati inconfutabili in tutti i suoi interventi presso le Nazioni Unite.

Come è stato chiaramente espresso dal partito e il Governo di Cuba, come pegno di buona volontà e per la pace tra tutti i paesi in questo emisfero, e l’assemblea dei popoli che formano la famiglia umana, e per contribuire in tal modo a garantire la sopravvivenza della nostra specie nel modesto spazio che ci appartiene nell’universo, noi non smetteremo mai di lottare per la pace e il benessere di tutti gli esseri umani, indipendentemente dal colore della pelle, e il paese di origine di ogni abitante del pianeta, nonché per il pieno diritto di tutti di possedere o no una credenza religiosa.

L’eguale diritto di tutti i cittadini alla salute, educazione, lavoro, cibo, sicurezza, cultura, scienza e benessere, vale a dire, agli stessi diritti che abbiamo proclamato quando abbiamo iniziato la nostra lotta, oltre a quelli che emergono dai nostri sogni di giustizia e uguaglianza per tutti gli abitanti del nostro mondo, è quello che auguro a tutti; che per la comunione in tutto o in parte con le stesse idee, o molto più elevate ma nella stessa direzione, io vi ringrazio, cari compatrioti.

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Waterboarding mentale e la pratica di hackerare e sorvegliare i PC

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di Massimo RIBAUDO

Mentre abbiamo gli occhi fissati sulla drammatica situazione greca e sulla constatazione che in Europa la democrazia viene sospesa se uno Stato ha un debito con le banche di un altro Stato, credo che si debba fare attenzione su due notizie che dovrebbero far suonare più di un campanello d’allarme.

In primo luogo, mi riferisco al caso Hacking team, una società italiana, un’eccellenza del nostro settore informatico, leader della produzione di software di intrusione e sorveglianza che vendeva a governi di tutto il mondo. Sì. Anche a quelli dittatoriali. I suoi server sono stati hackerati e si è scoperto, tra l’altro, che l’azienda vende software “in grado di penetrare le difese di Facebook, Twitter, Skype, Whatsapp, WeChat, Line e perfino la app per conversazioni cifrate Telegram“.

Non a caso Fabio Chiusi, giornalista attento ed esperto della relazione tra diritti umani, privacy e utilizzo delle tecnologie digitali, ci rivela che l’attività di Hacking Team permetteva a diversi governi un’attività di sorveglianza individuale così approfondita da costituire una forma di controllo totale sulle attività in rete degli individui.

Poi c’è la notizia delle intercettazioni delle conversazioni tra il Generale della Guardia di Finanza Adinolfi, l’attuale sindaco di Firenze Nardella, e il Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Sembra trapelare, da queste conversazioni, una capacità di fare pressioni sull’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano attraverso la conoscenza di informazioni sulla sua famiglia.

Non entro nei dettagli. Mi interessa di più collegare questi due fatti all’attività politica democratica, la quale, vista la forza delle banche e della capacità di spionaggio dei governi è messa, a questo punto, in stato di coma profondo.

Così mi chiedo: a fronte di questo intreccio senza precedenti tra possibilità di violare la privacy degli individui nelle loro comunicazioni private – non in relazione a attività pubbliche, ma per opinioni e comportamenti legati alla propria sfera personale non aventi rilevanza penale e giuridica – è ancora possibile fare politica senza subire ricatti su qualcosa di inconfessabile che provocherebbe riprovazione sociale, o una vera e propria crisi psicologica individuale?

Esiste ancora una sfera interna di libertà per nevrosi, gusti sessuali non conformi, giudizi o comportamenti immorali ma non lesivi di nessun diritto altrui, oppure vogliamo politici-sacerdoti purissimi?

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La nube nera del Maccartismo

Marcia di protesta contro il Maccartismo degli attori di Hollywood

Marcia di protesta contro il Maccartismo degli attori di Hollywood

 


Mentre partecipavano alla sconfitta del nazifascismo, a casa loro gli americani preparavano i nuovi scenari politici nazionali e internazionali attraverso quella che comunemente veniva definita “la caccia alle streghe”: il Maccartismo.
Come leggerete, si attuò tra la fine degli anni ’40 e negli anni ’50 e fu un feroce modello di propaganda che propugnava un anticomunismo viscerale che gli USA esportarono in tutto il mondo occidentale, per sopprimere o contenere la sinistra che in buona parte dell’Europa otteneva sempre più consensi.
Quello diffuso con il Maccartismo, fu un anticomunismo che attecchì profondamente ovunque tanto che, anche se in modo velato, immotivatamente ancora residua nella coscienza del nostro Paese.
Berlusconi se ne è scientemente avvalso per evocare nella mente degli italiani, quei fantasmi che, come allora, hanno avuto un ruolo determinante nell’ascesa delle destre.

La Redazione di ESSERE SINISTRA


 

 

«È stata una vera e propria ondata di fascismo, la più violenta e dannosa che questo paese abbia mai avuto.»
(Eleanor Roosevelt)

Il Maccartismo, conosciuto anche come la “seconda paura rossa”, fu un periodo della storia degli Stati Uniti caratterizzato dall’intenso sospetto anticomunista, tra la fine degli anni ’40 e gli anni ’50.
Prende il nome da Joseph McCarthy, senatore Repubblicano del Wisconsin, e fu ideato dal disegnatore satirico Herbert Lock (Herblock).

In questi anni vi furono crescenti timori di “influenze comuniste” sulle istituzioni statunitensi, favorite anche dalla scoperta di clamorosi casi di spionaggio a favore dell’Unione Sovietica, dall’aumento della tensione dovuta al consolidarsi del potere sovietico in Europa, dal successo della rivoluzione culturale cinese nel ’49, ad opera di Mao Tzedong, e dalla Guerra di Corea (1950-1953).
Si considera che il maccartismo abbia avuto termine nel ’54, quando una commissione del Senato votò la censura contro Joe McCarthy, in seguito ad una campagna che il senatore aveva condotto contro personaggi di rilievo nell’esercito, accusate di simpatie comuniste.

I CONTROLLI
Mezzo usato per scovare le presunte spie “comuniste” fu una fitta rete i controlli di sicurezza interni sugli impiegati del governo federale, condotti dall’FBI di J. Edgar Hoover.
Questa dettagliata rete portava a galla eventuali connessioni comuniste, ed impiegava testimonianze fornite da fonti anonime che i sospettati non erano in grado di identificare.
Dal ’51, il programma richiese un certo grado di dimostrazione per licenziare un impiegato federale: doveva esistere un “ragionevole dubbio” sulla sua lealtà, mentre in precedenza era richiesto un “ragionevole motivo” per ritenerli sleali.
Le audizioni condotte dal Senatore Joseph McCarthy diedero alla “paura rossa” (Red Scare) il nome che è entrato nell’uso comune, ma essa precedette la vertiginosa ascesa di McCarthy nel ’50 e continuò dopo che venne screditato, dalla censura del Senato, nel ’54, dopo la sua disastrosa investigazione sull’esercito statunitense, che iniziò il 22 aprile di quell’anno.
Il nome di McCarthy venne associato al fenomeno principalmente a causa del suo predominio nei mass-media; la sua natura franca e imprevedibile lo rese la figura rappresentativa ideale dell’anticomunismo, anche se probabilmente non fu il più importante tra i suoi esponenti. Continua a leggere