Giuseppe Pinelli. Anarchico. Innocente

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di Maria CAPURRO

Ignoro – sempre che ci sia – il disegno sotteso alla pressoché totale rimozione di ogni ricordo delle vittime della strage di piazza Fontana dai media ufficiali, in questi giorni.

Si tratta di un bilanciamento al ribasso della notizia –comunque positiva- di un interessamento dell’attuale prefetto di Milano a conoscere la famiglia di Giuseppe Pinelli: un atto dovuto, ma ritardato di quarantasei anni?

Oppure, della paura che lo spettatore medio confonda questa strage con quella del Bataclan, anzi, che non la confonda ma gli suggerisca di scendere in piazza per reclamare dal governo italiano la cessazione di ogni vendita d’armi all’Arabia Saudita finanziatrice del Daesh e quindi dei terroristi del Bataclan.

Si potrebbe trattare anche di una fanfara – per omissione – aggiunta alla marcia trionfale del figlio del responsabile istituzionale della morte di Pinelli – il commissario Calabresi – verso la direzione di Repubblica (superfluo rivangare un passato così poco assimilato e digerito, come dimostra lo spazio qualitativamente modesto dedicato dal direttore in pectore alla vittima del proprio padre nel suo memorabile saggio Spingendo la notte più in là!).

Quel che ci resta – quel che i media ci restituiscono – è la politica ridotta a Leopolda: ammantata di un nuovo isterico e ormai già rappezzato, un nuovo che si è fatto largo grazie ai denari sporchi del vecchio, del vecchio ancor più stantio.

Il nuovo, per me, resta sempre un uomo gettato innocente, in un inverno milanese di più di quarant’anni fa, dalla finestra della questura; diversamente da altre povere vittime della polizia di stato, ucciso non per una declinazione di debolezza, non per l’errore di un momento, perdonabile ma risultato fatale; ucciso, invece, proprio per la sua innocenza, per la sua forza morale e per la dignità impeccabile della sua rivolta – modello imprescindibile e indimenticato di ogni rivolta futura.

 


 

L’Italia del 12 dicembre. L’Italia che resiste.

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1969. Un vento di libertà, fantasia e progresso proveniva, durante tutti gli anni ’60 dagli Stati Uniti, dall’Europa, soprattutto dalla Francia, dall’Italia. Il fermento dei “tempi nuovi” prodotti dalla progressiva emancipazione delle masse dagli orrori della guerra e dell’ignoranza era una forza propulsiva che sembrava inarrestabile. Diritti civili e sociali richiesti, pretesi come sacri ed inviolabili in tutto l’Occidente. Si voleva finalmente attraversare la nuova frontiera per tutta l’umanità. Attraverso la democrazia e non sotto il potere tirannico dei partiti unici.
Ma a Dallas (dove fu ucciso John F. Kennedy) e Los Angeles (dove morì suo fratello Robert), si iniziò a reprimere, nel sangue, tutto. Il ’68 era stato spontaneo, fantasioso e disordinato. La volontà di repressione, calcolata, fredda e metodica.
Arrivò il 1969, in Italia. E la “fabbrica dell’obbedienza”, la forza del moderatismo reazionario si colluse, ancora, con il fascismo.
Uno dei più chiari e analitici documenti di quell’epoca, fu il libro “La Strage di Stato” dal quale riprendiamo alcuni passi per dimostrare quale clima si voleva costruire per condurre ad un modello presidenziale forte ed autoritario.
Vi viene in mente qualche attinenza coi giorni d’oggi?

Non state sbagliando.
Ma non ci fu isteria. L’Italia seppe resistere. W l’Italia, del 12 dicembre e del 25 Aprile.

La Redazione di ESSERE SINISTRA


Venerdì 12 dicembre

Le bombe scoppiano venerdì 12 dicembre tra le ore 16,37 e le 17,24 a Milano e a Roma. La strage è a Milano, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana affollata come tutti i venerdì, giorno di mercato. L’attentatore ha deposto la borsa di similpelle nera che contiene la cassetta metallica dell’esplosivo sotto il tavolo al centro dell’atrio dove si svolgono le contrattazioni. I morti sono dieci, molti dei novanta feriti hanno gli arti amputati dalle schegge. L’esplosione ferma gli orologi di piazza Fontana sulle 16.37: poco dopo in un’altra banca distante poche centinaia di metri, in piazza della Scala, un impiegato trova una borsa nera e la consegna alla direzione. E’ la seconda bomba milanese, quella della Banca Commerciale Italiana. Non è esplosa forse perché il “timer” del congegno d’innesco non ha funzionato. Ma viene fatta esplodere in tutta fretta alle 21,30 di quella stessa sera dagli artificieri della polizia che l’hanno prima sotterrata nel cortile interno della banca.

E’ una decisione inspiegabile: distruggendo questa bomba così precipitosamente si sono distrutti preziosissimi indizi, forse addirittura la firma degli attentatori. In mano alla polizia rimangono solo la borsa di similpelle nera uguale a quella di piazza Fontana, il “timer” di fabbricazione tedesca Diehl Junghans, e la certezza che la cassetta metallica contenente l’esplosivo è anch’essa simile a quella usata per la prima bomba. Il perito balistico Teonesto Cerri è sicuro che ci si trova davanti all’operazione di un dinamitardo esperto.

Le bombe di Roma sono tre. La prima esplode alle 16,45 in un corridoio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro, tra via Veneto e via San Basilio. Tredici feriti tra gli impiegati, uno gravemente. Ma anche questa poteva essere una strage. Alle 17,16 scoppia un ordigno sulla seconda terrazza dell’Altare della Patria, dalla parte di via dei Fori Imperiali. Otto minuti dopo la terza esplosione, ancora sulla seconda terrazza ma dalla parte della scalinata dell’Ara Coeli. Frammenti di cornicione, cadendo, feriscono due passanti. Ma questi due ultimi ordigni sono molto più rudimentali e meno potenti degli altri.

La reazione del Paese è di sdegno per gli attentati, di dolore per le vittime. Ma non si assiste a nessun fenomeno di isteria collettiva. La strage non ha sbocco politico immediato a livello di massa, e soprattutto non contro la sinistra, anche se immediatamente dopo la bomba di piazza Fontana le indagini e le relative dichiarazioni ufficiali puntano solo in questa direzione nella ricerca dei colpevoli.

Italia 1969, un attentato ogni tre giorni

Le bombe del 12 dicembre sconvolgono e sorprendono, soprattutto per la loro ferocia, ma sarebbe inesatto dire che giungono inattese. Rappresentano il momento culminante di una escalation di fatti noti e ignoti che avvengono durante l’intero 1969 e che fanno parte di un preciso disegno politico. Alcuni di essi riconsiderati oggi nella loro sinistra successione acquistano un significato molto chiaro.

Le bombe del 12 dicembre scoppiano in un Paese dove, a partire dal 3 gennaio 1969, ci sono stati 145 attentati: dodici al mese, uno ogni tre giorni, e la stima forse è per difetto. Continua a leggere

Piazza Fontana, 45 anni dopo

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di Ivana FABRIS

Avevo 8 anni, quel pomeriggio del 12 dicembre 1969. Un pomeriggio invernale come tanti altri, freddo e altrettanto sicuro nel tepore della mia casa, a Milano.

Poi la notizia: è scoppiata una caldaia in una banca, è morta tanta gente. Solo più tardi non era più una caldaia, era stata una bomba, una bomba in una banca in Piazza Fontana, a pochi passi dal Duomo.

Ero piccola in una famiglia di adulti e questo, oltre alla mia innata curiosità di sapere e capire, mi spingeva sempre ad ascoltare attentamente, a scrutare i volti per comprendere gli accadimenti e per capire quali fossero i sentimenti che esprimevano al di là delle parole.

E poi c’erano le domande, quelle che mi era consentito porre senza alcun problema e a cui una risposta arrivava sempre, da mio padre, soprattutto e alla mia domanda su chi fosse stato, lui rispose: “Ivana, sono stati i fascisti”. Continua a leggere