Sinistra è amore

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di Antonio DITARANTO

Carissimi compagni,

è un mondo strano quello che stiamo vivendo: alla temuta vigilia di una guerra globale che potrebbe segnare in modo irreversibile il destino di questo nostro straordinario pianeta. E non solo per il disastro e le distruzioni che essa inevitabilmente causerebbe, ma anche per il progressivo imbruttimento, veramente già in atto da tempo, dei rapporti tra i popoli del mondo, tra le differenti culture e il divario sempre più incolmabile tra i ricchi e i poveri della terra.

Sembra quasi che tutti, e con tutti intendo anche noi che crediamo in valori universali di fratellanza e solidarietà, abbiamo perso la bussola della speranza che un mondo migliore possa essere possibile.

Ecco, la speranza, ossia quella grande forza interiore che ha spinto sempre milioni di uomini a guardare oltre i propri confini, verso un infinito dove l’amore per le cose belle della vita possa in qualche modo costituire quell’eden dove sia finalmente possibile una coesistenza armoniosa tra tutti gli esseri viventi, la natura e le infinite cose belle che ci è stato consentito poter ammirare durante questa nostra vita. Il più bel regalo che il destino potesse farci: consentirci di ammirare questo interminabile insieme di cose di straordinaria bellezza.

La speranza appunto, cosa se non la speranza spinge ancora oggi i migranti di terre martoriate dalla fame e dalle distruzioni ad affrontare viaggi senza una meta, viaggi che si perdono nel tempo e che per tanti, per troppi purtroppo, alla fine del viaggio altro premio non c’è se non il crudele destino della morte?

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Combattere il caporalato, che è una vera mafia

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di Luca SOLDI

Le indagini sulla morte della povera Paola Clemente, come dei tanti migranti, devono andare avanti perché nascondono i segni dello sfruttamento e delle mafie. Se le cause sono naturali queste non possono l’alibi per fare di finta di niente di fronte a quello che succede nel mondo della terra, dell’agricoltura.

A maggior ragione quando questo avviene nell’anno in cui il Paese ospita l’Expo e giustamente eleva la qualità e l’eccellenza dei prodotti della sua terra. Anzi, proprio dall’opportunità data dall’esposizione internazionale, l‘attenzione, la cura, la tutela di chi vive su quella terra, vive e lavora deve essere maggiore e non può essere quantificata da un valore che si riflette in pochi centesimi. Si, perché deve essere chiaro, la linea sottile e feroce che separa la tutela dei diritti e della qualità, rispetto a quello che i consumatori pagano ai banchi del mercato o del supermercato, è fatta davvero di centesimi, di millesimi di euro. Soldi, elemosine, ininfluenti se guardiamo il prezzo corrisposto al già misero valore spesso “imposto” agli stessi produttori.

Essere consapevoli di ciò è un primo riconoscimento al rispetto dei diritti che va’ dall’ultimo dei braccianti fino al proprietario di quelle terre, di quei campi coltivati e che poi si riflette su quello che arriva sulle nostre tavole.

Nel segno di una cultura del cibo che si faccia anche carico di non utilizzare fitofarmaci, o prodotti chimici dannosi o utilizzati in modo improprio.

E così s’impone, se volessimo imparare la lezione più importante data dall’occasione dell’Expo, un’attenzione, una cura a quel mondo che mancando spesso dello Stato e delle istituzioni è da sempre oggetto di altre mire.

Interessi criminali che vengono dal mondo delle mafie. Da quelle mafie sempre presenti nel mondo contadino, malgrado abbiano trovato nel tempo nuove evoluzioni citando solo quelle dei “colletti bianchi”, oppure delle tante “mafie capitale”.

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Delle cose della natura e della politica

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di Ivana FABRIS


“Se riesci ad avere chiaro tutto questo,
la natura ti apparirà improvvisamente libera e priva di superbi padroni,
capace di realizzare ogni cosa spontaneamente da se stessa, senza interventi divini.”
(Lucrezio, De Rerum Natura)

Progettando giardini, se c’è una cosa che ho imparato e imparato bene, è che la stragrande maggioranza delle persone, ormai abituate alla velocità, al non saper aspettare, all’avere tutto e subito, al non conoscere la pazienza del rispetto dei cicli della vita, al consumare smisuratamente, vorrebbe un giardino nato oggi e adulto domani, dove domani significa esattamente domani.
Questo, spesso, obbliga chi progetta, quando non riesce a far capire al cliente che un giardino così non esista in natura, ad utilizzare il sistema del giardino di pronto effetto.
Non è una diavoleria o chissà quale arcano metodo, semplicemente si mettono a dimora più piante già cresciute, si riempie lo spazio che normalmente rimarrebbe vuoto a causa delle dimensioni delle giovani piantine, con un sovrannumero di essenze e di solito già adulte, così da far sembrare il giardino creato bell’è pronto, come avesse già qualche anno di vita. Continua a leggere

Primo Maggio 1947. Strage di Portella della Ginestra.

Il 1º maggio 1947, nell’immediato dopoguerra, si tornava a festeggiare la festa dei lavoratori, spostata al 21 aprile, ossia al Natale di Roma, durante il regime fascista. Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, in prevalenza contadini, si riunirono nella vallata di Portella della Ginestra per manifestare contro il latifondismo, a favore dell’occupazione delle terre incolte e per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo nelle recenti elezioni per l’Assemblea Regionale Siciliana, svoltesi il 20 aprile di quell’anno e nelle quali la coalizione PSI – PCI aveva conquistato 29 rappresentanti (con il 29% circa dei voti) contro i soli 21 della DC (crollata al 20% circa).

Improvvisamente dalle colline circostanti partirono sulla gente in festa numerose raffiche di mitra che lasciarono sul terreno, secondo le fonti ufficiali, 11 morti (9 adulti e 2 bambini) e 27 feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate. La CGIL proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler “soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori”. Solo quattro mesi dopo si seppe che a sparare materialmente erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano, colonnello dell’E.V.I.S.. Il rapporto dei carabinieri sulla strage faceva chiaramente riferimento ad “elementi reazionari in combutta con i mafiosi”.

Nel 1949 Giuliano scrisse una lettera ai giornali, in cui affermava lo scopo politico della strage. Questa tesi fu smentita dall’allora ministro degli Interni Mario Scelba. Nel 1950, il bandito Giuliano fu trovato assassinato, presumibilmente ucciso dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta, il quale morì avvelenato in carcere quattro anni più tardi, dopo aver affermato di voler rivelare i nomi dei mandanti della strage.

« Coloro che ci avevano fatto le promesse si chiamavano così: L’onorevole deputato democristiano on. Bernardo Mattarella, l’onorevole deputato regionale Giacomo Cusumano Geloso, il principe Giovanni Alliata di Montereale, l’onorevole monarchico Tommaso Leone Marchesano e anche il signor Scelba. Furono Marchesano, il principe Alliata, l’onorevole Mattarella a ordinare la strage di Portella della Ginestra. Dopo le elezioni del 18 aprile 1948, Giuliano mi ha mandato a chiamare e ci siamo incontrati con Mattarella e Cusumano; l’incontro tra noi e i due mandanti è avvenuto in contrada Parrino, dove Giuliano ha chiesto che le promesse fatte prima del 18 aprile fossero mantenute. I due tornarono allora da Roma e ci hanno fatto sapere che Scelba non era d’accordo con loro, che egli non voleva avere contatti con i banditi. »

In seguito ai riscontri emersi dal processo, diversi parlamentari socialisti e comunisti denunciarono i rapporti tra esponenti delle istituzioni, mafia e banditi. Intervenendo alla seduta della Camera dei deputati del 26 ottobre 1951, lo stesso Li Causi affermava:

« Tutti sanno che i miei colloqui col bandito Giuliano sono stati pubblici e che preferivo parlargli da Portella della Ginestra nell’anniversario della strage. Nel 1949 dissi al bandito: “ma lo capisci che Scelba ti farà ammazzare? Perché non ti affidi alla giustizia, perché continui ad ammazzare i carabinieri che sono figli del popolo come te?”. Risposta autografa di Giuliano, allegata agli atti del processo di Viterbo: “Lo so che Scelba vuol farmi uccidere perché lo tengo nell’incubo di fargli gravare grandi responsabilità che possono distruggere la sua carriera politica e finirne la vita”. È Giuliano che parla. Il nome di Scelba circolava tra i banditi e Pisciotta ha preteso, per l’attestato di benemerenza, la firma di Scelba; questo nome doveva essere smerciato fra i banditi, da quegli uomini politici che hanno dato malleverie a Giuliano. C’è chi ha detto a Giuliano: sta tranquillo perché Scelba è con noi; Tanto è vero che Luca portava seco Pisciotta a Roma, non a Partinico, e poi magari ammiccava: hai visto che a Roma sono d’accordo con noi? »

(fonte : Wikipedia)