Giuseppe Pinelli. Anarchico. Innocente

Giuseppe-Pinelli

di Maria CAPURRO

Ignoro – sempre che ci sia – il disegno sotteso alla pressoché totale rimozione di ogni ricordo delle vittime della strage di piazza Fontana dai media ufficiali, in questi giorni.

Si tratta di un bilanciamento al ribasso della notizia –comunque positiva- di un interessamento dell’attuale prefetto di Milano a conoscere la famiglia di Giuseppe Pinelli: un atto dovuto, ma ritardato di quarantasei anni?

Oppure, della paura che lo spettatore medio confonda questa strage con quella del Bataclan, anzi, che non la confonda ma gli suggerisca di scendere in piazza per reclamare dal governo italiano la cessazione di ogni vendita d’armi all’Arabia Saudita finanziatrice del Daesh e quindi dei terroristi del Bataclan.

Si potrebbe trattare anche di una fanfara – per omissione – aggiunta alla marcia trionfale del figlio del responsabile istituzionale della morte di Pinelli – il commissario Calabresi – verso la direzione di Repubblica (superfluo rivangare un passato così poco assimilato e digerito, come dimostra lo spazio qualitativamente modesto dedicato dal direttore in pectore alla vittima del proprio padre nel suo memorabile saggio Spingendo la notte più in là!).

Quel che ci resta – quel che i media ci restituiscono – è la politica ridotta a Leopolda: ammantata di un nuovo isterico e ormai già rappezzato, un nuovo che si è fatto largo grazie ai denari sporchi del vecchio, del vecchio ancor più stantio.

Il nuovo, per me, resta sempre un uomo gettato innocente, in un inverno milanese di più di quarant’anni fa, dalla finestra della questura; diversamente da altre povere vittime della polizia di stato, ucciso non per una declinazione di debolezza, non per l’errore di un momento, perdonabile ma risultato fatale; ucciso, invece, proprio per la sua innocenza, per la sua forza morale e per la dignità impeccabile della sua rivolta – modello imprescindibile e indimenticato di ogni rivolta futura.

 


 

Perchè a Brescia?

brescia

 

di Essere Sinistra

E’ bello sapere la verità, si dice.
Per fare cosa? Per cambiare scelte? Per conoscere i meccanismi che hanno coinvolto le nostre vite in un patto tra economia industriale e potere che oggi ci lascia tutti senza alternative e futuro?
Per sapere come si è svolta la guerra fredda tra fascisti e operai nel dopoguerra?
E dopo averlo saputo, cosa faremo?

Diventeremo migliori, più consapevoli e attenti?
Domande.

Ecco il ricordo della strage di Piazza della Loggia a Brescia, il prof. Giuseppe Casadio, insegnante e sindacalista al tempo della strage, e membro del CNEL. Dal suo discorso di commemorazione all’Università di Bologna nel 2012, gentilmente inviatoci da sua moglie, Milena Garoia, che ringraziamo.

Io, per ragioni fortuite, stavo entrando nella piazza, di fianco al Comune, proprio nel momento in cui la bomba esplodeva.
Ma non intendo raccontare quello che si vide in quella piazza, perché questo ciascuno lo può immaginare. Chi è meno giovane, anche fra i presenti, di certo avrà visto tante documentazioni – televisive, cinematografiche-, avrà letto tante cose utili a capire la violenza che lì si manifestò.
Non è di questo che voglio parlare: invito ciascuno di voi a immaginare.
Lo scenario che fa da fondale anche ad un arco di anni: avanzamento di conquiste sociali, di conquiste civili, sostenute da una parte dal movimento studentesco (il ’68) e dall’altra dal movimento operaio in grande crescita.

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