La sinistra deve mettere l’uscita della Gran Bretagna dalla UE all’ordine del giorno

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di Owen JONES

[traduzione dell’articolo apparso sul The Guardian “The left must put Britain’s EU withdrawal on the agenda]

I progressisti dovrebbero essere sconvolti dalla rovina della Grecia nell’Unione Europea. E’ tempo di reclamare per noi la causa euroscettica.

All’inizio, solo pochi hanno immerso le dita dei piedi nell’acqua; poi gli altri, esitanti, hanno seguito l’esempio, tutto il tempo a guardare gli altri in cerca di rassicurazione. Per come è stata imposta l’austerità che ha devastato la Grecia, nei termini che Yanis Varoufakis ha definito come una “occupazione postmoderna”, per come è stata rovesciata la sua sovranità, costringendola ad attuare ancora delle politiche che non hanno ottenuto nulla, se non la rovina economica, a sinistra in Gran Bretagna si stanno rivoltando contro l’Unione europea, e in fretta.

“Tutto bene se l’Unione europea si ritira; tutto il male se diventa egemonica con violenza”, scrive George Monbiot, spiegando il suo voltafaccia. “Tutta la mia vita sono stata pro-Europa”, dice Caitlin Moran, “ma vedendo come la Germania sta trattando la Grecia, la sto trovando sempre più sgradevole.” Nick Cohen ritiene che l’Unione europea viene rappresentata “con una parte di verità, come una crudele, fanatica e stupida istituzione”. “Come può supportare la sinistra ciò che è stato fatto?” Chiede Suzanne Moore. “L’Unione europea. Non nel mio nome “. Ci sono anche autorevoli esponenti del Labour a Westminster e Holyrood privatamente in movimento per una “posizione di uscita”.
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Varoufakis: l’accordo sul piano di salvataggio permette agli oligarchi greci di mantenere la loro morsa sul paese

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[Traduzione dell’articolo su The Guardian “Yanis Varoufakis: bailout deal allows Greek oligarchs to maintain grip”, di Phillip Inman]

L’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis ha accusato i leader europei di permettere agli oligarchi di mantenere la loro morsa sulla società greca mentre si punisce la gente comune in una critica riga per riga dell’accordo di salvataggio per il suo paese di € 86Mld (£ 61Mld).

Varoufakis ha affermato che il parlamento greco ha spinto per il raggiungimento di un accordo con i creditori internazionali che permetterebbe alle oligarchie economiche presenti nel Paese, quelle che dominano settori dell’economia, di generare enormi profitti e di continuare a non pagare le tasse.

Il chiaro e diretto economista ha pubblicato una versione annotata del memorandum d’intesa sul suo sito, Lunedi scorso, sostenendo in tutto il documento di 62 pagine che la maggior parte delle misure imposte alla Grecia potrebbe peggiorare la già disastrosa situazione economica del Paese.

La sua prima annotazione chiarisce il suo sgomento per i drammatici eventi dello scorso mese, quando il primo ministro greco, Alexis Tsipras, è stato costretto ad accettare condizioni capestro per un nuovo piano di salvataggio, tra le richieste dalla Germania per l’uscita temporanea della Grecia dalla zona euro.

Varoufakis, che si è dimesso dal suo incarico nel mese di giugno, ha dichiarato: “Questo protocollo d’intesa [Memorandum of Understanding] è articolato in modo da dimostrare la capitolazione umiliante del governo greco del 12 luglio, sotto la minaccia di Grexit a cui è stato sottoposto Tsipras dal vertice euro.”

Dopo il vertice di Luglio, Atene ha approvato un memorandum triennale d’intesa la scorsa settimana che rilascerà € 86 Mld di fondi, in gran parte destinati a ripagare i debiti relativi ai due accordi di salvataggio precedenti. In cambio, Atene attuerà le riforme, tra cui modifiche al sistema pensionistico e la svendita di beni pubblici dello Stato.

Ma Varoufakis ha detto che il programma di riforme supervisionato dalla troika dei creditori – la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca centrale europea – porterà solamente in schiavitù i lavoratori comuni e le famiglie imponendo incisivi tagli al welfare mentre lascia alle imprese straniere la possibilità di prendersi attività imprednitoriali locali a basso costo attraverso le privatizzazioni. Ha detto che i proprietari di affari miliardari in Grecia sono stati anche messi in grado di sfuggire a ogni controllo.

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Sostiene Varoufakis. Le vere ragioni del no di Berlino alle offerte di accordo di Atene

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Yanis Varoufakis si è dimesso da ministro del governo greco. Ora è ancora più libero di dire la verità. Come ha sempre fatto. Nel suo blog ha introdotto così il suo articolo pubblicato sul quotidiano inglese The Guardian:

Il Vertice UE di domani porrà il suo sigillo sul destino della Grecia nell’Eurozona. Mentre scrivo queste righe, Euclid Tsakalotos, mio ​​grande amico, compagno e successore come Ministro greco delle Finanze si sta dirigendo verso una riunione dell’Eurogruppo che determinerà se sia possibile raggiungere un ultimo accordo per superare la trincea tra la Grecia ed i nostri creditori e se questo accordo contiene il grado di riduzione del debito che potrebbe rendere l’economia greca praticabile all’interno dell’Area Euro.
Euclid sta portando con sé un ben congegnato e moderato piano di ristrutturazione del debito che è senza dubbio nell’interesse sia della Grecia ei suoi creditori. (I cui dettagli ho intenzione di pubblicare qui Lunedi, una volta che la polvere delle polemiche si sarà posata).

Se queste proposte di ristrutturazione del debito saranno considerate modeste, come il ministro delle finanze tedesco ha prefigurato, il vertice di UE di domenica deciderà tra sbattere fuori dalla zona euro la grecia ora o trattenerla per un po’, in uno stato di profonda indigenza, fino a che non sarà lei a uscire in futuro.
La domanda è: perché il ministro tedesco delle finanze, Wolfgang Schäuble, sta resistendo a una possibblità di ristrutturare il debito reciprocamente vantaggiosa? Il seguente articolo appena pubblicato oggi [10 luglio 2015 ndr] su The Guardian offre la mia risposta.

Leggiamola.

La redazione

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Il dramma finanziario della Grecia ha dominato i titoli dei giornali per cinque anni per un motivo: l’ostinato rifiuto dei nostri creditori a offrire un’essenziale riduzione del debito. Perché, contro il buon senso, contro il verdetto del FMI e contro le pratiche quotidiane dei banchieri di fronte a debitori stressati, resistono a una ristrutturazione del debito? La risposta non può essere trovata in economia perché risiede in profondità nella labirintica situazione politica dell’Europa.

Nel 2010, lo Stato greco è diventato insolvente. Due opzioni compatibili con il continuare a essere membri della zona euro si presentavano: quella razionale – che ogni banchiere decente consiglierebbe – ristrutturazione del debito e riformare l’economia; e l’opzione tossica – estendere nuovi prestiti a un’entità in bancarotta fingendo che resti solvibile.

L’Europa ufficiale ha scelto la seconda opzione, ponendo l’interesse al salvataggio delle banche francesi e tedesche esposte al debito pubblico greco al di sopra della vitalità socio-economica della Grecia. Una ristrutturazione del debito avrebbe perdite implicite per i banchieri nelle loro quote del debito greco.
Desiderosi di evitare di confessare ai parlamenti che i contribuenti avrebbero dovuto pagare di nuovo per le banche per mezzo di insostenibili nuovi prestiti, i funzionari dell’UE hanno presentato l’insolvenza dello stato greco come un problema di mancanza di liquidità, e giustificato il “salvataggio” come un caso di “solidarietà” con i greci.

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L’Italia del 12 dicembre. L’Italia che resiste.

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1969. Un vento di libertà, fantasia e progresso proveniva, durante tutti gli anni ’60 dagli Stati Uniti, dall’Europa, soprattutto dalla Francia, dall’Italia. Il fermento dei “tempi nuovi” prodotti dalla progressiva emancipazione delle masse dagli orrori della guerra e dell’ignoranza era una forza propulsiva che sembrava inarrestabile. Diritti civili e sociali richiesti, pretesi come sacri ed inviolabili in tutto l’Occidente. Si voleva finalmente attraversare la nuova frontiera per tutta l’umanità. Attraverso la democrazia e non sotto il potere tirannico dei partiti unici.
Ma a Dallas (dove fu ucciso John F. Kennedy) e Los Angeles (dove morì suo fratello Robert), si iniziò a reprimere, nel sangue, tutto. Il ’68 era stato spontaneo, fantasioso e disordinato. La volontà di repressione, calcolata, fredda e metodica.
Arrivò il 1969, in Italia. E la “fabbrica dell’obbedienza”, la forza del moderatismo reazionario si colluse, ancora, con il fascismo.
Uno dei più chiari e analitici documenti di quell’epoca, fu il libro “La Strage di Stato” dal quale riprendiamo alcuni passi per dimostrare quale clima si voleva costruire per condurre ad un modello presidenziale forte ed autoritario.
Vi viene in mente qualche attinenza coi giorni d’oggi?

Non state sbagliando.
Ma non ci fu isteria. L’Italia seppe resistere. W l’Italia, del 12 dicembre e del 25 Aprile.

La Redazione di ESSERE SINISTRA


Venerdì 12 dicembre

Le bombe scoppiano venerdì 12 dicembre tra le ore 16,37 e le 17,24 a Milano e a Roma. La strage è a Milano, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana affollata come tutti i venerdì, giorno di mercato. L’attentatore ha deposto la borsa di similpelle nera che contiene la cassetta metallica dell’esplosivo sotto il tavolo al centro dell’atrio dove si svolgono le contrattazioni. I morti sono dieci, molti dei novanta feriti hanno gli arti amputati dalle schegge. L’esplosione ferma gli orologi di piazza Fontana sulle 16.37: poco dopo in un’altra banca distante poche centinaia di metri, in piazza della Scala, un impiegato trova una borsa nera e la consegna alla direzione. E’ la seconda bomba milanese, quella della Banca Commerciale Italiana. Non è esplosa forse perché il “timer” del congegno d’innesco non ha funzionato. Ma viene fatta esplodere in tutta fretta alle 21,30 di quella stessa sera dagli artificieri della polizia che l’hanno prima sotterrata nel cortile interno della banca.

E’ una decisione inspiegabile: distruggendo questa bomba così precipitosamente si sono distrutti preziosissimi indizi, forse addirittura la firma degli attentatori. In mano alla polizia rimangono solo la borsa di similpelle nera uguale a quella di piazza Fontana, il “timer” di fabbricazione tedesca Diehl Junghans, e la certezza che la cassetta metallica contenente l’esplosivo è anch’essa simile a quella usata per la prima bomba. Il perito balistico Teonesto Cerri è sicuro che ci si trova davanti all’operazione di un dinamitardo esperto.

Le bombe di Roma sono tre. La prima esplode alle 16,45 in un corridoio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro, tra via Veneto e via San Basilio. Tredici feriti tra gli impiegati, uno gravemente. Ma anche questa poteva essere una strage. Alle 17,16 scoppia un ordigno sulla seconda terrazza dell’Altare della Patria, dalla parte di via dei Fori Imperiali. Otto minuti dopo la terza esplosione, ancora sulla seconda terrazza ma dalla parte della scalinata dell’Ara Coeli. Frammenti di cornicione, cadendo, feriscono due passanti. Ma questi due ultimi ordigni sono molto più rudimentali e meno potenti degli altri.

La reazione del Paese è di sdegno per gli attentati, di dolore per le vittime. Ma non si assiste a nessun fenomeno di isteria collettiva. La strage non ha sbocco politico immediato a livello di massa, e soprattutto non contro la sinistra, anche se immediatamente dopo la bomba di piazza Fontana le indagini e le relative dichiarazioni ufficiali puntano solo in questa direzione nella ricerca dei colpevoli.

Italia 1969, un attentato ogni tre giorni

Le bombe del 12 dicembre sconvolgono e sorprendono, soprattutto per la loro ferocia, ma sarebbe inesatto dire che giungono inattese. Rappresentano il momento culminante di una escalation di fatti noti e ignoti che avvengono durante l’intero 1969 e che fanno parte di un preciso disegno politico. Alcuni di essi riconsiderati oggi nella loro sinistra successione acquistano un significato molto chiaro.

Le bombe del 12 dicembre scoppiano in un Paese dove, a partire dal 3 gennaio 1969, ci sono stati 145 attentati: dodici al mese, uno ogni tre giorni, e la stima forse è per difetto. Continua a leggere