Unità per cosa, unità di chi?

resistenzavana

di Riccardo ACHILLI

L’unità è un valore molto sbandierato, e da sempre, a sinistra. In particolare, la tradizione comunista ha esaltato, sempre, la priorità unitaria, per cui in un centralismo democratico ben applicato si discute, ma poi si sostiene lealmente la tesi maggioritaria, anche quando non si è d’accordo. Ma, per l’appunto, questa priorità dell’unità, anche a costo di sacrificare un pò la diversità delle opinioni (un elemento che per esempio è difficile da digerire per chi viene da una cultura libertaria e socialista), avveniva dentro un contesto in cui, con lealtà e franchezza, ci si misurava dentro congressi pluralistici, dove tutte le mozioni avevano pari dignità, e dove a tutti, sottolineo a tutti, da Amendola fino a Secchia, era ben chiara l’idea di rappresentare gli interessi di una classe sociale ben precisa, i lavoratori e chi doveva entrare dentro il mercato del lavoro, e chi ne doveva uscire con la dignità di una pensione e di un welfare. In questa chiarezza di politica di classe e di rispetto reciproco, l’idea dell’unità al di sopra delle diversità poteva avere un senso, una nobiltà e una ragione anche tattica.

Oggi il Pd non rappresenta il mondo del lavoro. Il Jobs Act è solo uno, forse il più clamoroso, tra gli esempi. Non è nemmeno equiparabile al blairismo, perché Blair accettò di guidare un partito che, nel suo statuto, si autodichiarava ancora “socialista”. E che con la vittoria di Corbyn dimostra quanti anticorpi di sinistra abbia ancora.

Oggi il Pd è una associazione politica di tipo anfibio, interclassista, che si adatta camaleonticamente ai cambiamenti della società italiana, indotti da forze esterne, essenzialmente di tipo finanziario e geopolitico, proponendosi come forza di “gestione” di tali cambiamenti, e non di governo, perché, per parafrasare Juan Bautista Alberdi, “governare è indirizzare”, e non adeguarsi e gestire.

Una metamorfosi che passa per un ruolo necessariamente rafforzato del leaderismo personalistico, alle spese del dibattito interno (inutile, se ci si acconcia ad input di cambiamento esogeni) e quindi della struttura di un partito (che serve essenzialmente per sintetizzare un dibattito e tradurlo in una strategia d’azione) che si liquefà.

Facendo del male anche all’opposizione: se la maggioranza da forza di governo divente forza di gestione di input esterni, l’opposizione diventa, per contrappasso, forza di distruzione cieca e di contrapposizione, senza idee, alla “casta”. Donde i grilismi.

Per cui lo scenario politico non si divide più in interessi di classe, ma in due fronti: i “responsabili” che gestiscono e gli “irresponsabili” che distruggono. Un ritorno indietro ad assetti pre-1789: un Primo Stato che governa con il suo partito-tecnocratico che si occupa della gestione, come fosse una sorta di Colbert collettivo, ed un Tiers Etat indistinto, privo di guida illuministica, che coltiva il rancore dell’antipolitica come riflesso della sua esclusione.

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A noi continua a piacere la pizza

lapizza

 

di Francesco MAZZUCOTELLI

I riformisti/trasformisti epigoni di Tony Blair e Matteo Renzi fanno più o meno questo discorso: sì, è vero, tradizionalmente noi preparavamo la pizza, ma adesso la gente chiede il cheeseburger, quindi noi adesso ci mettiamo a vendere cheeseburger.

Meglio ancora, la pizza con sopra il cheeseburger. Il cheeseburger con dentro la pizza. Il cheeseburger tra due strati di pizza. Il calzone ripieno di cheeseburger, così uno pensa di mangiare una pizza rinvoltata e invece si trova a sorpresa ad addentare un cheeseburger. 

Oh, però per i clienti premium lo possiamo fare con la carne di bovino di razza chianina e il formaggio di fossa presidio Slow Food.

Non vi passa nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea che il gusto degli avventori possa e debba essere costruito, formato, preparato, spiegando le ragioni per cui la pizza è buona, di modo che, al momento della scelta, gli avventori decidano di optare per la pizza e non per il cheeseburger. Ci sarà comunque qualcuno che preferisce il cheeseburger (o il sushi): è il bello del pluralismo.

Poi, per carità, tu puoi passare cinque anni a spiegare che la pizza è buona e fa bene, gli avventori in cuor loro sanno che la pizza è più buona e fa più bene, ma poi all’ultimo minuto decidono comunque di optare per un cheeseburger grondante di unto e schifezze.
C’è da dire che quelli del cheeseburger sono bravissimi nella propaganda, mentre quelli della pizza fanno cascare le braccia.

Il pomodoro è sempre troppo rosso o non abbastanza rosso, la mozzarella è sempre troppo bianca o non abbastanza bianca, il basilico è sempre troppo verde o non abbastanza verde. E la pasta? Vogliamo parlare della pasta? Sarà lievitata a sufficienza?

Cosa volete che vi dica. Io continuo a preferire la pizza, a preparare la pizza, a preferire coloro che preparano la pizza.