Figli della stessa madre

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di Davide ENIA

Da dove c’è la guerra, non si scappa in aereo. Si fugge a piedi e senza visto per il semplice motivo che non vengono rilasciati. Quando la terra finisce, si sale su una barca.

In mezzo, ci sono i trafficanti di uomini, i soldi che pretendono, il deserto, gli stupri, il carcere in Libia, le botte, gli abusi, le mutilazioni.
Ci sono donne trasformate in giocattoli, fino a che non si rompono.
Ci sono bambine di nove anni incinte. Per una donna, è sempre peggio. Se si corrompono i carcerieri, si può salire sul barcone, spinti dai mitra, ammassati fino allo stremo, altrimenti si muore lì, di fame, di botte, di percosse.

Gli italiani, considerati bestie fino a pochi anni fa, migrarono per disperazione, la stessa che porta persone che mai hanno visto il mare ad affrontarlo in queste condizioni allucinanti. È necessario ribadire codeste ovvietà per fare chiarezza, in un momento in cui i cadaveri vengono accumulati uno sull’altro per fare campagna elettorale.

Parto quindi dalle origini, ché è la fonte da cui sgorga l’acqua che ci abbevera.

Una ragazza fenicia scappa dalla città di Tiro, attraversando il deserto fino al suo termine, fino a quando i piedi non riescono più andare avanti perché c’è il mare Mediterraneo di fronte.
Allora incontra un toro bianco, che si piega e la accoglie sul dorso, facendosi barca e solcando il mare, fino a farla approdare a Creta.
La ragazza si chiamava Europa. Questa è la nostra origine.
Siamo figli di una traversata in barca.

Blowin’ in the wind

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di Vincenzo G. PALIOTTI

Quante strade deve percorrere un uomo
Prima che lo si possa chiamare uomo?
Sì, e quanti mari deve sorvolare una bianca colomba
Prima che possa riposare nella sabbia?
Sì, e quante volte le palle di cannone dovranno volare
Prima che siano per sempre bandite?
La risposta, amico, sta soffiando nel vento

Questa è la prima strofa di una notissima canzone degli anni ’60 di Bob Dylan, “Blowin in the Wind”, che si pone tante domande che dovrebbero risuonare nelle coscienze di tutti.

Domande che si sono perse nel vento, come il senso di umanità, in questo inizio di nuovo millennio.

Chissà perché, rileggendo la tragedia di più di 700 anime perse nel “Mare Nostrum”, come lo chiamavano gli antichi, mi è venuta in mente questa canzone. Forse perché queste parole si rivolgono alle coscienze della gente, forse perché parlano di guerre che dovrebbero finire e con esse gli esodi di quei disperati che stanno trasformando il “Mare Nostrum” in una grossa tomba, qualcuno l’ha chiamata “fossa comune”, alla quale sappiamo opporci soltanto con l’indignazione, la pietà di chi dovrebbe e potrebbe invece fare molto di più.

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