Pare un castigo “divino”, ma quelle morti pesano solo sui potenti del mondo

Un profugo siriano porta suo figlio in braccio mentre nuota al largo dell’isola di Lesbo, in Grecia, dopo che il gommone su cui viaggiavano è naufragato

Un profugo siriano nuota con suo figlio piccolissimo in braccio al largo dell’isola di Lesbo, in Grecia, dopo che il gommone su cui viaggiavano è naufragato

 

di Luca SOLDI

Ancora morti, mentre ognuno di loro cullava la speranza di arrivare in Europa.
Questa volta quarantacinque esistenze distrutte in tre naufragi avvenuti nelle ultime ore.
E fra di loro ben venti bambini, sono morti.

Il primo naufragio è avvenuto nella notte, intorno all’1.30.
Un’imbarcazione si era arenata sugli scogli al largo dell’isola di Farmakonissi: 48 le persone tratte in salvo dalla Guardia costiera che però ha recuperato i corpi di sei bambini e di una donna.

Qualche ora più tardi, è avvenuto il secondo naufragio, al largo dell’isola Kalolimnos.
La polizia portuale ha recuperato 14 corpi (due bambini, 9 donne e 3 uomini); sono state salvate 26 persone. Continua a leggere

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La tua banca è indifferente

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di Roberto RIZZARDI

In questi giorni si parla molto del “salvataggio” delle quattro banche, di quanto la manovra possa essere un assist al padre di una “ministra” del governo e sul fatto che questo salvataggio sia avvenuto a spese di azionisti e obbligazionisti.

Il fatto da analizzare, però, è che quando una banca “va a remengo” non ci sono molte cose da fare e tutte quante, comunque, sono per qualche verso opinabili.

Per il salvataggio si sarebbe potuto ricorrere alla fiscalità generale, come con le banche francesi e tedesche, caricando sul groppone di tutti i relativi costi.
Si sarebbe potuto utilizzare il bail-in, come si è fatto, e far pagare azionisti, obbligazionisti e correntisti sopra i 100mila Euro.
Si sarebbe potuto fare un bel niente, lasciando fallire le banche facendo pagare ancora azionisti, obbligazionisti, correntisti (tutti, anche quelli con pochi Euro sul conto) e le vecchine con il libretto di risparmio, per non parlare di alcune migliaia di dipendenti messi in mezzo alla strada.
Qualsiasi cosa si fosse fatta sarebbe stata discutibile sotto qualche aspetto.
Il vero problema è come impedire che il management di una banca combini disastri come questo senza che nessuno vigili preventivamente.

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Molenbeeck: il cuore dell’Europa

molenbeeck

di Francesco GENTILINI GIANNELLI

[pubblicato in italiano e in inglese sul blog Bereshit]

Qualcuno sostiene che Molenbeek (olandese per “Torrente del Mulino”) sia nata anche prima di Bruxelles.

Non è facile dire se ciò sia vero o no, ma nonostante ormai da tempo la capitale europea abbia completamente inglobato questo borgo, trasformandolo in una delle sue 19 “communes”, rimane una sensazione, assente in altri quartieri, di un confine netto.
Una linea di demarcazione evidente tanto nel canale che la separa dal centro della città quanto nell’atmosfera del quartiere, un mix di odori e forme arabeggianti ed esotici.

Ho vissuto a Molenbeek per un anno e posso dire di conoscere bene la distanza tra l’immagine che se ne dipinge e la realtà. Questo quartiere ne ha viste di ogni genere, tra un passato ricco ed un presente molto più complesso. Quello che ha sempre mantenuto, a dispetto dei suoi alti e bassi, è un carattere di forte coesione sociale.

Mi avevano espresso ogni genere di opinione negativa riguardo a Molenbeek: sporco, caotico, pericoloso. E invece, a più d’un anno di distanza dalla mia prima notte nella “piccola Marrakech”, ci tornerei senza pensarci.

Molenbeek è il vero cuore pulsante d’Europa, in un certo senso. Si trova praticamente dalla parte opposta di Bruxelles rispetto alle istituzioni europee, e questa distanza geografica è simbolo di una distanza sociale ancor più grande. Il quartiere europeo (definito anche “la bolla”) è un accozzaglia di palazzi moderni figli della speculazione edilizia quasi completamente deserto dopo l’orario di lavoro e assai lontano dalla vita del bruxellese medio.

Molenbeek è un intricarsi di strade disordinate e palazzi più o meno vecchi, con strade raramente non affollate grazie anche ai molti negozi, locali e ristoranti aperti fino a tardi. La sua popolazione, per la maggior parte proveniente dal nordafrica e relegata tra le classi più basse del proletariato belga, tende ad avere un approccio molto solidale alla vita, e ciò è dovuto anche allo stato di emarginazione collettiva che il quartiere vive.

Il tutto a testimoniare, se ce ne fosse bisogno, che i Paesi non sono rappresentati dai loro governanti ma dai loro cittadini.

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Migranti: il vertice della vergogna

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di Riccardo ACHILLI

Si chiude a La Valletta il vertice sui migranti più vergognoso e fallimentare della storia europea.

Nessun accordo sulla redistribuzione dei migranti dai Paesi di prima linea, come il nostro, agli altri. Con Renzi, incapace di tutelare l’interesse italiano, che fa la consueta figura da cioccolataio, enunciando una teoria dello sviluppo dei Paesi africani da Expo 2015, basata cioè su agroalimentare e PMI.

Con Stati membri che prendono iniziative unilaterali, compresa la Svezia, nonostante il suo passato da Paese modello di accoglienza, che ripristina i controlli alla frontiera. Gli ungheresi che minacciano di dare fuoco ai migranti che la Germania dovesse respingere. La Slovenia che costruisce un nuovo muro.

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12 novembre. In Grecia sciopero generale contro l’austerità e il memorandum

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[Della Grecia oramai non si parla più. Noi sottoscriviamo il comunicato di Unità Popolare per lo sciopero generale del 12 Novembre, per essere al fianco delle lavoratrici, dei lavoratori e di tutto il popolo greco obbligato a sottostare al Memorandum imposto dalla troika europea]

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Comunicato di Unità Popolare

TUTTI E TUTTE IN SCIOPERO GENERALE IL 12 NOVEMBRE CONTRO L’AUSTERITÀ E I MEMORANDUM ORGANIZZIAMO LOTTE UNITARIE E DI MASSA

Il governo SYRIZA – ANEL, con l’applicazione delle misure del 3° memorandum e il voto delle azioni prioritarie, prosegue ora nell’applicazione di un uragano di misure contro la classe operaia e gli strati popolari più poveri.

Il rapporto della Commissione dei «Saggi» per il sistema della sicurezza sociale, costituisce un autentico manifesto thatcherista dal virulento carattere antisociale, sostenendo lo smantellamento integrale della sicurezza sociale, la soppressione delle pensioni, e l’estrema pauperizzazione dei pensionati. Il governo riserva alla Commissione dei «Saggi» il ruolo di battistrada per la distruzione delle pensioni e dei diritti della sicurezza sociale, promossa da questa commissione e concordata con la troika nel quadro del 3°memorandum.

La continua rapina fiscale a livelli mai raggiunti prima, le riduzioni dei salari e delle pensioni, indotte dalla nuova griglia, la soppressione dei contratti collettivi e i nuovi attacchi in arrivo per ridurre a zero i diritti dei lavoratori e i diritti sindacali, ecco la realtà e il futuro che questi preparano.

Sanità pubblica e istruzione vanno a pezzi. I posti vacanti nelle scuole di tutta la Grecia non vengono coperti; negli ospedali pubblici numerosi reparti si ritrovano senza medici, senza personale infermieristico; gli ospedali sono minacciati di chiusura. I porti, gli aeroporti, l’energia, l’acqua sono svenduti, così come immensi terreni dello Stato. Gli espropri, comprese le prime case, saranno una realtà dopo la cessione dei «prestiti in rosso» agli speculatori internazionali.

Anche l’anemica promessa del governo di «addolcire» le pesanti misure del memorandum con contromisure sociali, sta ormai crollando. Niente misure compensatorie per l’IVA al 23% per l’insegnamento privato, né per coprire i 5 euro del ticket di accesso all’ospedale. Il governo non ha soluzioni né misure compensatorie per attenuare la miseria del popolo, perché non ha alcuna intenzione di entrare in conflitto con i creditori, l’UE e il capitale nazionale, che impongono le politiche memorandarie.

Le sole misure suscettibili di rompere l’austerità delle politiche dei memorandum sono: la tassazione della ricchezza, la nazionalizzazione delle banche e la rinazionalizzazione degli organismi e imprese pubbliche che sono state privatizzate, la cessazione dei pagamenti ai creditori, l’annullamento del debito e l’uscita dall’eurozona.

Allora disporremmo della liquidità necessaria per salvare le casse dell’assicurazione malattia e delle pensioni, ridurre la disoccupazione, finanziare l’istruzione e la sanità pubbliche.

Con le nostre lotte possiamo fermarli. Il successo dello sciopero generale del 12 novembre deve diventare un impegno di tutti.

Unità Popolare è presente, e continuerà ad esserlo in modo dinamico, nelle lotte del popolo e dei lavoratori, ora come in futuro, sforzandosi di contribuire al loro coordinamento e alla loro intensificazione, come anche alla creazione di un nuovo fronte di lotte operaie per rovesciare l’austerità e le politiche memorandarie.

  • No alla riduzione delle pensioni e all’innalzamento dell’età minima pensionabile. Per un sistema di sicurezza sociale pubblico, universale, solidale e ridistributivo per tutti
  • Aumento del finanziamento pubblico nei settori dell’istruzione e della sanità. Copertura immediata dei bisogni sui posti vacanti con l’assunzione delle persone titolari
  • No alla privatizzazione dei porti, degli aeroporti, e dei beni pubblici
  • No alle imposte medioevali, e alla rapina fiscale contro gli strati popolari, soppressione dell’imposta fondiaria unica (ENFIA), ristabilimento del livello minimo d’imposta sui redditi a 12.000 euro all’anno per persona
  • Nessuna casa, nessuna abitazione in mano ai banchieri – Annullamento dei debiti delle famiglie popolari

TUTTI INSIEME, ORGANIZZIAMO LA RESISTENZA
TUTTI ALLO SCIOPERO GENERALE, AI RADUNI E ALLE MANIFESTAZIONI DEL 12 NOVEMBRE

Unità Popolare

Bombe ad Ankara: stanno uccidendo la pace

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di Luca SOLDI

Ad Ankara stanno per uccidere, ancora una volta, la pace. E per farlo hanno ucciso quasi cento persone – 250 sono rimaste ferite – della grande folla umana che chiedeva: “pace, lavoro, democrazia“. Sono questi i valori sotto il fuoco nemico in tutto l’Occidente.

Le due esplosioni che si sono succedute sono il segno di quanto sia potente e devastante il muoversi insieme nel nome della Pace. Ancora una volta corpi di giovani, di uomini e donne che volevano gridare forte “PACE, LAVORO, DEMOCRAZIA”.

Le due esplosioni si sono verificate quando diverse persone si erano radunate sul posto per una marcia per la pace che aveva anche l’obiettivo di protestare contro l’escalation di violenza nelle regioni curde della Turchia. Al corteo stavano già arrivando migliaia di partecipanti.

Suat Çorlu, vicepresidente del partito filocurdo Hdp e Selahattin Demirtas, leader dello stesso partito che ha conquistato il 13% alle precedente elezioni politiche non hanno dubbi: “La manifestazione per la pace è stata organizzata da civili. Tante persone, provenienti da città diverse, hanno preso parte all’iniziativa. Ecco, questo tipo di manifestazioni sono oggi pericolose perché è difficile controllarle”.

 

“E’ evidente che dietro l’attentato di Ankara sia dietro quello di Suruc (dello scorso 20 luglio) ci sia l’Akp – ha affermato a Il FattoQuotidiano Suat Çorlu– vogliono aumentare la paura nelle persone, paura che loro stessi hanno creato, e dare come unico antidoto la vittoria del loro partito alle prossime elezioni. Questa è la loro propaganda.” Si ferma, alza il tono di voce e poi attacca l’Akp senza mezzi termini: “La loro campagna elettorale è sporca di sangue. Erdogan sta utilizzando le bombe per fini elettorali, per riprendere il potere assoluto in Parlamento. Ma non ce la farà neanche questa volta”.

Intanto, il PKK ha deciso il “cessate il fuoco” unilaterale in relazione alle aggressioni del governo turco.

Una domanda.

Cosa succederà quando in tutta Europa i popoli grideranno in piazza: “PACE, LAVORO, DEMOCRAZIA”?

La primavera di Atene – 5. Una crisi europea che va risolta dai popoli europei

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di Yanis VAROUFAKIS

[La quinta ed ultima parte della traduzione del discorso di Yanis Varoufakis alla Festa della Rosa di Frangy-en-Bresse. Per le parti precedenti 12 – 34]

Anti-nazionalista, anti-nazista

Secondo me è molto importante evitare di mettere all’inizio delle frasi “I tedeschi questo” o “I francesi quello” o “I greci quell’altro”. Ecco perché è imperativo che noi tutti si arrivi a comprendere che non esiste una cosa come “i” tedeschi “, “i” greci o “il” francese. Che siamo tutti noi europei a trovarci di fronte ad una crisi molto europea.

Nella mia prima visita a Berlino, durante la conferenza stampa che ho tenuto con il dottor Wolfgang Schäuble, ho avuto questo da dire, in sua presenza:

Come ministro delle Finanze di un governo di fronte a circostanze di emergenza causate da una crisi deflattiva selvaggia del debito, ritengo che la nazione tedesca sia quella che ci può comprendere meglio di chiunque altra. Nessuno capisce meglio del popolo di questa terra come un’economia gravemente depressa combinandosi con una continua umiliazione nazionale e una disperazione senza fine può covare l’uovo del serpente all’interno della propria società. Quando tornerò a casa stasera, mi troverò in un Parlamento in cui il terzo partito è un partito nazista.

La Germania può essere orgogliosa del fatto che il nazismo è stata debellato qui. Ma è una delle ironie crudeli della storia che il nazismo abbia rialzato la sua  testa in Grecia, un paese che ha messo su così un gran bella lotta contro di esso. 

Abbiamo bisogno del popolo tedesco per aiutarci nella lotta contro l’odio per gli esseri umani. Abbiamo bisogno dei nostri amici tedeschi per rimanere saldi nel progetto del dopoguerra in Europa; cioè, non consentire mai più una depressione come quella del 1930 che divida le orgogliose nazioni europee. Faremo il nostro dovere in questo senso. E sono convinto che così faranno i nostri partner europei.

Quindi, non più stereotipi come i greci, i tedeschi, i francesi, nessuno. Stendiamo la nostra mano a tutti coloro che vogliono far tornare l’Europa ad essere un regno democratico di prosperità condivisa.

CONCLUSIONE

Vi ho stancato abbastanza. Vorrei concludere con il mio, e di Danae, profondo ringraziamento a Arnaud Montebourg e Aurelie Filippatti per la loro ospitalità, la loro amicizia e per averci permesso di incontrare voi oggi – per questa opportunità di iniziare qualcosa di importante, qui a Frangy.

La Francia è il laboratorio d’Europa. Portando in Francia lo spirito della Primavera di Atene, alla speranza può essere data un’altra possibilità.

Cari amici, la diversità e la differenza non sono mai state il problema dell’Europa.

Il nostro continente si è cominciato a unire sotto molteplici lingue e culture diverse, ma sta per finire diviso da una moneta comune.

Perché? Perché abbiamo lasciato cercare di fare qualcosa ai nostri governanti che non si può fare: depoliticizzare il denaro, farlo girare a Bruxelles, nell’Eurogruppo, nella BCE, in zone senza politica.

Quando la politica e il denaro sono de-politicizzate quello che succede è che la democrazia muore. E quando la democrazia muore, la prosperità si limita a pochissimi che non possono nemmeno goderla dietro i cancelli e le recinzioni di cui hanno bisogno di costruire per proteggersi dalle loro vittime.

Per contrastare questa distopia i popoli d’Europa devono credere ancora una volta che la democrazia non è un lusso a disposizione dei creditori e da rifiutare ai debitori.

Forse è tempo per una rete europea che abbia l’esplicito scopo di democratizzare l’euro. Non un altro partito politico, ma una coalizione inclusiva paneuropea da Helsinki a Lisbona e da Dublino a Atene impegnata a cambiare dall’Europa de “Noi i governi” a quella di “Noi, il popolo”. Impegnata a porre fine al gioco dello scaricabarile. Impegnata nell’imperativo che non esiste una cosa come “i” tedeschi “, “i” francesi o “i” greci.

Il modello dei partiti nazionali che formano alleanze fragili nel Parlamento europeo è obsoleto. I democratici europei devono mettersi insieme prima, formare una rete, creare un’agenda comune, e quindi trovare il modo di collegarsi con le comunità locali e a livello nazionale.

Dobbiamo richiedere realismo perché la nostra nuova rete europea ricerchi modi per adattare le istituzioni europee esistenti ai bisogni del nostro popolo. Per essere modesti e utilizzare le istituzioni esistenti in modo creativo. Per dimenticare, almeno per ora, modifiche del trattato e misure federali che possono seguire solo dopo che grazie allo spettro della democrazia si sia superata la crisi. 

Prendete le quattro aree fondamentali in cui la crisi dell’Europa si sta sviluppando. Debito, banche, investimenti inadeguati e povertà. Tutti e quattro sono attualmente lasciati nelle mani dei governi che sono senza potere di agire su di essi. Europeizziamole! Lasciate che le istituzioni esistenti gestiscano una parte del debito degli stati membri, poniamo le banche che falliscono sotto una comune giurisdizione europea, conferiamo alla Banca europea per gli investimenti il ​​compito di amministrare un programma guidato di  incentivazione degli investimenti paneuropeo. E, infine, cerchiamo di utilizzare gli utili contabili accumulati all’interno del Sistema europeo delle banche centrali per finanziare un programma di lotta alla povertà in tutta Europa – tra cui la Germania.

Io chiamo questo programma generale “europeizzazione decentrata”, perché europeizza i nostri problemi comuni, ma non propone casse federali, nessuna perdita di sovranità, nessun trasferimento fiscale, garanzie tedesche o francesi per il debito irlandese o greco, non ha bisogno di modifiche del trattato, né di nuove istituzioni. Si dà più libertà ai governi eletti. Esso limita la loro impotenza. Si ripristina il funzionamento democratico dei nostri Parlamenti.

Alcuni anni fa Michel Rocard aveva sostenuto questa proposta, e aveva anche scritto la prefazione ad essa. Può essere il punto di partenza dei lavori della nostra rete paneuropea che riunisce la sinistra francese, con quella radicale greca, con una società tedesca più sicura, perché anche i conservatori sono d’accordo sul fatto che le attuali disposizioni avvelenano la democrazia e fanno deragliare le nostre economie.

Noi non siamo d’accordo su tutto. Iniziamo con un accordo sul fatto che l’Eurozona ha bisogno di essere democratizzata.

Quando a Gandhi fu chiesto cosa ne pensasse della civiltà occidentale, la sua famosa risposta fu che: “… potrebbe essere una buona idea”.

Se ci chiedessero che cosa pensiamo della nostra Unione europea di oggi, dovremmo dire: “Che splendida idea se solo potessimo tirarci fuori dalle difficiltà!”

Siamo in grado di tirarci fuori. Tutto quello che dobbiamo fare è aiutare lo spettro della democrazia a infestare chi la detesta.

Vorrei concludere aggiungendo agli ideali francesi di libertà, fraternità e uguaglianza alcuni altri concetti che la nostra Primavera di Atene ha portato alla ribalta e che la nuova Europa deve abbracciare di nuovo: la speranza, la razionalità, la diversità, la tolleranza e, naturalmente, la democrazia.

Jeremy Corbyn ha vinto. Il new labour di Blair va in soffitta. Ora aspettiamo il True Labour

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di Massimo RIBAUDO

Jeremy Corbyn è stato eletto leader del partito laburista nel Regno Unito, in una splendida vittoria al primo turno che ha avuto un risultato ancora maggiore rispetto al mandato per Tony Blair nel 1994.

Corbyn ha vinto con quasi il 59,5% dei primi voti di preferenza, battendo i rivali Andy Burnham, che ha raggiunto il 19% e Yvette Cooper che ha ricevuto il 17%. La candidata “blairiana” Liz Kendall ha raggiunto un misero 4,5%.

Chiede scusa per la guerra in Iraq, si oppone ai tagli dei servizi pubblici e del welfare, vuole ripristinare la nazionalizzazione delle principali compagnie dell’acqua, dei trasporti e dell’energia. Il suo primo atto sarà una manifestazione a sostegno dei rifugiati.

Vi pare poco?

E’ un segnale che gran parte dell’elettorato di sinistra, in Inghilterra, ha capito la lezione della Primavera di Atene. Si deve cominciare ad alzare l’asticella del programma, delle rivendicazioni, del conflitto contro il sistema che ha costretto alla resa Alexis Tsipras.

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I volti di Atene. Diario di viaggio tra la bellezza e la crisi dell’Europa

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di Marcello COLASANTI

Ho da poco concluso il mio viaggio in solitaria ad Atene, un viaggio dettato non dalle bellezze turistiche, archeologiche e storiche che la città può offrire, di cui comunque ho piacevolmente goduto, ma dalla voglia di scoprire, vedere, vivere e capire la reale situazione che sta vivendo la Grecia in questo momento storicamente unico.

La mia visita ateniese ha toccato il centro della città, con i suoi quartieri più turistici e storici come Syntagma, Plaka, Makrygianni, l’Acropoli, Monastiraki; semicentrali come Thisio, Psyrri, Gazi e periferici partendo da quartieri come Gazi, Metaxourghio, la famigerata Exarchia, spostandomi da esse in direzione sempre più periferica, cercando di parlare il più possibile con i commessi, gli operai, i camerieri, le persone che sulla pelle hanno vissuto, loro malgrado, questa crisi.

Nelle zone centrali, quelle più turistiche, la situazione è piuttosto buona; naturalmente essendo il turismo uno dei settori principali dell’economia greca e fonte di occupazione, si cerca di mantenere un’ottima offerta turistica.

Il turista “classico” che visita Atene per motivi storici e ludici, la troverà assolutamente godibile, con una funzionale rete di metropolitana, negozi, ristoranti, musei efficienti, strade pulite e supermercati; i turisti impauriti (in gran parte italiani) dall’apocalittico bombardamento mediatico sulla situazione greca, cancellando le proprie vacanze in Grecia hanno sicuramente fatto un errore.

Agli occhi meno attenti la situazione del centro potrà apparire alquanto normale, ma con più attenzione, già da qui si avvertono delle problematiche.

Alzando gli occhi, anche nella centralissimi Via Ermou (paragonabile alla romana Via del Corso) ci si rende conto che la maggior parte degli appartamenti è vuota, gli uffici dismessi, tantissimi, in ogni palazzo, i cartelli di case in vendita. E anche nella stessa Ermou, ma in tutto il centro e principalmente nelle vie laterali, palazzine completamente abbandonate.

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La Grecia sta per essere completamente dismessa a favore delle società private avide di profitto

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[Nick Dearden su The Independent non ha dubbi:  l’ultimo piano di salvataggio non ha nulla a che fare con il debito, ma è un esperimento di capitalismo così estremo che nessun altro Stato UE avrebbe avuto il coraggio di provare. Ecco la traduzione del suo articolo che boccia senza mezzi termini il Memorandum d’intesa]

La Grecia si sta dirigendo verso il suo terzo “salvataggio”, questa volta sono sul tavolo 86Mld di Euro, che verranno confezionati dai prestatori internazionali con un fascio di austerità e di estremi saluti per la Grecia, per poi tornare a quegli stessi istituti di credito nel prossimo futuro. Sappiamo tutti che la spirale del debito non può essere e non sarà rimborsata. Sappiamo tutti che l’austerità a cui è legata farà peggiorare la depressione della Grecia. Eppure si continua così.

Se guardiamo più a fondo, però, scopriamo che l’Europa non è guidata da terminali confusi. Prendendo quei leader in parola, non comprendiamo quello che sta realmente accadendo in Europa. In poche parole, la Grecia è in vendita, e i suoi lavoratori, gli agricoltori e le piccole imprese dovranno essere tolti di mezzo.

Nell’ambito del programma di vastissima privatizzazione, si prevede che la Grecia consegni 50Mld di euro dei suoi “beni pubblici di valore” ad un organismo indipendente sotto il controllo delle istituzioni europee, che procederà a venderli. Aeroporti, porti, società pubbliche dell’energia, terreni e proprietà – tutto deve andare ai privati. Vendi i tuoi beni, così funziona la loro tesi artificiosa, e sarete in grado di ripagare il debito.

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