La fine dell’egemonia tedesca

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[Traduzione dell’articolo di Daniel Gros The End of German Hegemony. Daniel Gros è direttore del Center for European Policy Studies a Bruxelles. Ha lavorato per il Fondo monetario internazionale, e come consulente economico per la Commissione europea, il Parlamento europeo, e il primo ministro e ministro delle finanze francese. Gros è editor di Economie Internationale e International Finance]

Senza che nessuno se ne stia accorgendo, l’asse del potere interno dell’Europa si sta spostando. La posizione dominante della Germania, che è sembrata totale a partire dalla crisi finanziaria del 2008, si sta gradualmente indebolendo – con conseguenze di vasta portata per l’Unione Europea.

Naturalmente il solo fatto che le persone credono che la Germania sia forte rafforza la posizione strategica e lo status del paese. Ma non ci vorrà molto prima che le persone comincino a rendersi conto che il principale fattore di quella percezione – che l’economia tedesca sta continuando a crescere, mentre la maggior parte delle economie dell’Eurozona hanno vissuto una lunga recessione – rappresenta una circostanza eccezionale, che presto scomparirà.

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La morte: fermo immagine assoluto e totale

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di Franz ALTOMARE

 

Abbiamo due tipi di morale fianco a fianco:

una che predichiamo, ma non pratichiamo,

e un’altra che pratichiamo, ma di rado predichiamo.
(Bertrand Russell)

La morte assume sempre la forma e il colore di un corpo.
Certo che conta il contesto dove un’immagine viene pubblicata ma conta soprattutto il profilo e le finalità di chi la pubblica.
E vedo che su  Essere Sinistra si sta discutendo,  tra le altre cose, di guerre e di immigrazione.

Vorrei che si arrivasse a documentare sempre di più il legame causa-effetto tra la predazione delle risorse in Africa perpetrata dalle multinazionali con l’avallo esplicito dei governi cui fanno riferimento (compreso quello italiano),
la complicità delle oligarchie governative africane corrotte e indebitamente arricchite, la destabilizzazione politica del continente nero costruita a tavolino nelle stanze del Pentagono e della Casa Bianca che fomentano guerre per nutrire I’Impero dove interessi geostrategici e business,  compreso quello delle armi, coincidono sempre.

Se poi non si colgono queste relazioni consequenziali e infernali, e non si vuole vedere che persino l’ipocrita Unione Europea, “della pace e dei popoli”, forte anche,e soprattutto, per la propaganda di una sinistra di sistema asservita al neoliberismo e ai dominatori del mondo,  è anche l’altra faccia della NATO che sostiene e combatte guerre d’affari per il suo alleato americano;

se gli USA vengono visti da certi che ancora hanno l’impudenza di dichiarsi di sinistra come il migliore dei mondi possibili, e versano lacrime di coccodrillo ma dimenticano che anche soldati italiani sono stati attori in diversi ruoli in questo film dell’orrore, in Iraq, Afganistan, Libia, nei bombardamenti su Belgrado nel 1999 durante un governo di sinistra a guida Massimo D’Alema, in Ucraina sempre a diverso titolo in un’altra guerra creata a tavolino,
guerra strategica e di trivellazione voluta sempre dal premio nobel per la pace Obama;

se la democrazia americana per certa gente (di sinistra?) diventa addirittura un modello cui ispirarsi;

se in tutti questi anni si è preferito voltare lo sguardo dall’altra parte per non vedere, per non capire, perché non conviene e non è remunerativo, capire, se ancora oggi di fronte ad una foto cruda, terribile ma maledettamente reale perché la morte diventa reale nel preciso istante in cui un corpo cessa di vivere, si preferisce polemizzare sull’opportunità o meno di rappresentare la morte per quello che è,
un FERMO IMMAGINE ASSOLUTO E TOTALE,

se chi obietta perché non si parla del fenomeno e critica chi sceglie di far vedere, li mette sullo stesso piano di chi con tutte le immagini, di vita o di morte fa sciacallaggio;

se queste persone poi, per misteriose ma intuibili ragioni non riescono a trarre la conclusione politica più logica e coerente che implica una messa in discussione più generale del sistema con tutto quello che consegue;

se queste persone criticano le scelte di chi rappresenta queste immagini proprio perché inguardabili ma utili per mettere di fronte a una scelta che deve essere etica e politica insieme;

se tutto questo accade forse è perché per certe persone queste immagini di dolore e di morte sono davvero insostenibili…. oppure riflettono la falsa coscienza non di chi è cieco ma di chi non vuol vedere.

Con le porte chiuse. Il treno della barbarie europea

di Luca SOLDI

Non siamo ancora ai “vagoni piombati” che ci ricordano le deportazioni ai campi di concentramento nazisti, ma quello che sta succedendo nel cuore dell’Europa in questi giorni rappresenta una vergogna di natura inimmaginabile.

Proprio in quell’Ungheria che è diventata tristemente famosa per il “muro” di filo spinato che un governo ha deciso di erigere a difesa delle infiltrazioni dei migranti.

Il paragone con i vagoni piombati della Germania nazista potrebbe sembrare ardito ai nostri giorni, ma lo hanno fatto anche alcuni media ungheresi.

Esiste infatti un treno che parte da Pecs, nel sud dell’Ungheria, alla volta di Budapest. Al convoglio dei vagoni dei passeggeri tradizionali viene aggiunto una carrozza particolare, guardata con diffidenza da molti.

Gli uomini delle ferrovie chiudono le porte e appendono un cartello al finestrino: “Questo vagone viaggia con le porte chiuse”. Si può solo aprire dall’esterno. Il personale delle ferrovie ha impedito che le portiere possano essere aperte da chi è a bordo.

Si, perché il vagone non è vuoto, non è in manutenzione, e neppure in trasferimento verso l’officina della stazione della capitale. Quel vagone è carico di persone, di migranti stipati all’inverosimile.

E’ pieno di bambini, di donne che provengono per la maggior parte dalla Siria e dall’Afghanistan. Persone che subiscono una nuova umiliazione come se non bastassero quelle passate. Qualcuno fra gli altri passeggeri, quelli normali, negli altri vagoni, quelli a cui non è stata tolta la dignità, prova a chiedere e la risposta arriva dopo un po’. Semplice e diretta, ma di una vergogna senza limiti. Indegna per un paese che vuole definirsi europeo.

La misura è stata presa per evitare che i “viaggiatori”, questi “stranieri”, appena registrati come clandestini, possano scendere e far perdere la loro tracce. Evitando così la “concentrazione coatta nei campi profughi”. Alle proteste che presto arrivano al di fuori del paese, arriva una prima risposta dell’esecutivo guidato dalla Fidesz di Viktor Orban, il “dittatore” a cui Juncker sorride, che chiaramente la pensa in un altro modo. Il suo consenso, infatti, si regge sulla paura della possibile “contaminazione” e la cavalca a più non posso anche negando l’evidenza di far parte di una comunità internazionale verso la quale sono stati precisi impegni.

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Sconfiggere la troika, la vera Idra, si può. Uscendo dall’euro

denaro

di Nico MAXWEBER

Assurdo, vero?
Eppure a molti sembrava già fatta con la vittoria del NO al referendum dei fratelli greci, quasi tutti pensavano che la questione si chiudesse con quel NO.
All’indomani del voto vista la grande euforia, già immaginavamo i titoli cubitali sui giornali con scritto “La Grecia mette in ginocchio la Troika” scusate…ma veramente siamo riusciti ad immaginare cosi facilmente una cosa del genere così, come non immaginavamo facilmente le dimissioni di Varoufakis?

No, combattere contro questo mostro simile all’Idra di Lerna non è possibile da soli, nemmeno Ercole poté farlo da solo, dovette chiedere aiuto a Iolao per sconfiggere le nove teste di Idra, tagliandone una alla volta mentre Iolao provvedeva a cauterizzarle per non farle ricrescere, quindi per battere la Troika occorre che tutta la sinistra dei paesi sud europei si unisca in un vincolo politico atto alla disgregazione delle catene rappresentate dalla servitù del debito.

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Italicum e dintorni

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di Michele CASALUCCI

Italicum, il nome potrebbe facilmente evocare quello di un amaro indigeribile. Invece è ormai una legge, una legge dello stato che stravolge un assetto costituzionale democratico e fondato sul bilanciamento dei poteri e sulla libera – diretta ed uguale, come vorrebbe la Costituzione – espressione del voto popolare.

“Abbiamo” una legge che è profondamente antidemocratica e, come ho scritto e come altri, con argomentazioni certo più ponderate ed autorevoli delle mie hanno affermato, costituisce un pericoloso “vulnus” alle istituzioni ed all’assetto democratico del nostro paese.

L’approvazione di questa legge mi pare l’atto conclusivo, il compimento di un disegno pericoloso e scientemente perseguito da Renzi e dai suoi “followers” (che di tali si tratta), cominciato all’indomani della conquista, realizzata su basi demagogiche e parolaie, oltre che sulla inconsistenza e sulla debolezza dei suoi avversari, della direzione del PD.

A quella soluzione si era arrivati dopo un progressivo logoramento di scelte politiche e di uomini, la cui iniziativa si era arenata sulle difficoltà di affrontare in termini propositivi ed originali, le contraddizioni che emergevano da tempo.

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Si può fare

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di Claudia Baldini

La Grecia vuole proporre uno scambio (swap, in gergo) agli investitori tra gli attuali titoli di credito e nuovi bond. Le obbligazioni che Atene vorrebbe offrire in cambio sono di due tipologie. Il primo tipo indicizzando il debito al tasso di crescita nominale dell’economia greca. Dunque, più Atene cresce più salirebbe la somma pagata ai creditori internazionali.

Il secondo tipo riguarda i titoli in possesso della BCE. Si punta ad una sostituzione del vecchio debito con obbligazioni perpetue, che non hanno scadenza. (Tipo quelle in atto col Portogallo) Qui, però, la proposta è ancora da precisare e forse si andrà definendo meglio dopo l’incontro con Draghi. Continua a leggere

Perché la tregua apra un processo di pace

 

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di Andrea RANIERI

[Già Segretario regionale della CGIL Liguria, Senatore della Repubblica Italiana e poi assessore alla cultura, università e sviluppo dei saperi del Comune di Genova, oggi membro della direzione nazionale del Partito Democratico. Lo ringraziamo per aver accolto la nostra richiesta di pubblicazione della sua nota del 27 agosto 2014. Una nota di costruzione e speranza di pace]

La proposta che Abu Mazen ha rivolto a tutte le fazioni palestinesi per aprire una trattativa che porti alla pace duratura tra israeliani e palestinesi, può fare della tregua a Gaza il punto di partenza per un percorso davvero nuovo. A nome di tutti i palestinesi si parla di un reciproco riconoscimento fra Israele e Palestina, e di una trattativa per fissare i confini fra i due Stati.
La base di partenza non possono che essere i confini del ’67, quelli antecedenti la guerra dei sei giorni, e che sono il punto di partenza riconosciuto dalla stessa Unione Europea, e ribadito dall’allora Presidente del Consiglio Italiano Mario Monti durante la sua visita a Israele nel 2012. Ciò implica affrontare le questioni che Israele non ha mai voluto mettere sul tavolo della trattativa.

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