Lettera di Fidel Castro a Nicolás Maduro

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[La traduzione della lettera del 10 dicembre 2015 di Fidel Castro a Nicolás Maduro per il suo discorso successivo alla sconfitta elettorale in Venezuela, come pubblicata su Violapost.it]

Caro Nicolás, mi unisco all’opinione unanime di coloro che si sono congratulati per il tuo brillante e coraggioso discorso la notte del 6 dicembre, appena si è conosciuto il verdetto delle urne. Nella storia del mondo, il più alto livello di gloria politica che poteva raggiungere un rivoluzionario è spettato all’illustre combattente venezuelano e Libertador de América, Simón Bolívar, il cui nome non appartiene più solo a quel paese fratello, ma a tutti i popoli dell’America Latina.

Un altro ufficiale venezuelano di pura stirpe, Hugo Chávez, lo comprese, lo ammirò e lottò per le sue idee fino all’ultimo minuto della sua vita. Da bambino, quando frequentava la scuola primaria, nella patria dove gli eredi poveri di Bolivar dovevano anche lavorare per aiutare al sostentamento familiare, sviluppò lo spirito in cui si forgiò il Libertador de América.

I milioni di bambini e di giovani che oggi frequentano la più grande e più moderna catena di scuole pubbliche nel mondo sono quelli del Venezuela. Altrettanto si può dire della sua rete di centri di assistenza medica e di assistenza sanitaria di un popolo coraggioso, ma impoverito a causa di secoli di saccheggi da parte del colonialismo spagnolo, e più tardi delle grandi transnazionali che hanno estratto dalle sue viscere, per più di cento anni, il meglio dell’immenso patrimonio di petrolio di cui la natura ha dotato quel paese.

La storia deve anche registrare che i lavoratori esistono e sono quelli che rendono possibile la fruizione degli alimenti più nutritivi, delle medicine, dell’educazione, della sicurezza, dell’abitazione e della solidarietà del mondo. Possono anche, se lo desiderano, domandare all’oligarchia: sapete tutto questo?

I rivoluzionari cubani – a poche miglia dagli Stati Uniti che hanno sempre sognato di impadronirsi di Cuba per trasformarla in un ibrido di casinò e postribolo, come modo di vita per i figli di José Martí – non rinunceranno mai alla loro piena indipendenza e al totale rispetto della loro dignità.

Sono sicuro che solo con la pace per tutti i popoli della Terra e con il diritto a trasformare in proprietà comune le risorse naturali del pianeta, così come le scienze e le tecnologie create dall’essere umano per il beneficio di tutti i suoi abitanti, si potrà preservare la vita umana sulla Terra. Se l’umanità prosegue la sua strada per i sentieri dello sfruttamento e continua il saccheggio delle sue risorse da parte delle transnazionali e delle banche imperialiste, i rappresentanti degli Stati che si sono riuniti a Parigi, trarranno le conclusioni pertinenti.

La sicurezza oggi non esiste più per nessuno. Sono nove gli Stati che contano su armi nucleari, uno di essi, gli Stati Uniti, hanno lanciato due bombe che hanno ucciso centinaia di migliaia di persone in soli tre giorni, e hanno causato danni fisici e psichici a milioni di persone indifese.

La Repubblica Popolare della Cina e la Russia conoscono molto meglio che gli Stati Uniti i problemi del mondo, perché hanno dovuto sopportare le terribili guerre che impose loro l’egoismo cieco del fascismo. Non ho dubbi che per la loro tradizione storica e la loro esperienza rivoluzionaria faranno il massimo sforzo per evitare una guerra e contribuire allo sviluppo pacifico del Venezuela, dell’America Latina, dell’Asia e dell’Africa.

Fraternamente,
Fidel Castro Ruz

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Cry for you, Argentina

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di Riccardo ACHILLI

Finisce il kirchnerismo.

Vi sono dei fattori di fondo da considerare per comprendere la fine di questo ciclo politico.

A prescindere dagli errori, dalla corruzione del cerchio magico della presidenta, dell’inflazione strisciante che, insieme al carico fiscale, ha fatto pagare ai ceti medi i progrmmi sociali per i meno abbienti, al di là delle nubi di crisi economica iniziati dagli annunci di fine del tapering, ed aggravatisi con il rallentamento della domanda di materie prime agricole causata dal rallentamento cinese, al di là delle sanzioni dei mercati finanziari, affamati di debito nazionale, che hanno costretto Cristina Kirchner ad un default tecnico, e poi pagato la campagna elettorale scintillante di uno squallido Macri.

Al di là di tutto questo, due importanti elementi vanno evidenziati.

Il primo, interno al Paese. Torna ciclicamente, nella tragica storia argentina, quando ci sono motivi per temere il futuro, come reazione, lo spirito del piccolo borghese italian-galiziano, fatto di amore per il caudillo che mette a posto tutto, deresponsabilizzando una vita fatta di piccolo cabotaggio fra parrilla domenicale, la partita allo stadio, l’automobile comprata a debito e la vacanze a Bahia Blanca. Questa è la visione tranquillizzante, deresponsabilizzante ed ipnotica che ha già costituito la base psicologica di massa del peronismo.

Il secondo fattore riguarda la sinistra latinoamericana, che vive una crisi di crescita fra i successi nello strappare i Paesi amministrati alla miseria più nera ed al neocolonialismo, e la difficoltà di dare rappresentanza a quei ceti medi emergenti che essa stessa ha favorito.

Un nodo potenzialmente esiziale per tutto il progressismo latinoamericano.

Usa: un debito lungo 70 anni. Ormai scaduto

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di Vincenzo G. PALIOTTI

Siamo “quasi” tutti d’accordo: nella seconda guerra mondiale l’intervento degli americani fu determinante per combattere e vincere il nazifascismo, molto di più del loro intervento nella prima guerra mondiale dove la partecipazione fu di scarso rilievo per le sorti della guerra.

I motivi erano diversi, nel secondo conflitto mondiale a furono trascinati in guerra dai Giapponesi e fino all’attacco subito a Pearl Harbour la maggioranza degli americani era contro l’intervento. Dal Dicembre 1941 quindi gli USA entrano in guerra al fianco degli inglesi e dei francesi contro l’asse Roma, Berlino, Tokyo.

Questo risultò determinante per le sorti del conflitto che volsero a favore degli alleati anche per la strategia sbagliata di Hitler che si trovò ad aprire troppi fronti contemporaneamente, Europa, Africa, Balcani e Russia: strategia che nonostante la sua potenza non poteva reggere. Si arrivò quindi alla sconfitta del nazifascismo e l’Italia fu liberata dagli alleati, con il contributo determinante – è bene non dimenticarlo mai – della Resistenza, contributo riconosciuto dagli stessi Alleati.

Nacque allora un senso, giusto, di riconoscenza verso gli alleati, in particolar modo verso gli Usa che divenne con il tempo una vera e propria dipendenza e che portò ad influire anche nelle scelte politiche del nostro Paese, governato per questo e per tanti anni da coalizioni di centro–destra per lo più con l’egemonia della Democrazia Cristiana fedele al debito contratto con gli USA, debito contratto in cambio appunto della liberazione e del piano Marshall.

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Bolognina e dintorni. Chi ha ucciso la sinistra in Italia?

di Massimo RIBAUDO

Non è soltanto l’assassino che torna sul luogo del delitto. Dovrebbero farlo anche i detective e i giornalisti seri: per individuare l’assassino, a volte.

Il giornalista d’inchiesta Stefano Santachiara, con molto rigore e serietà, è andato a ricercare le tracce di quel delitto politico che si compì nel distruggere la storia e le idealità del partito comunista italiano, “il maggior partito comunista in Occidente”, tra il 1989 e il 1991.

Il suo articolo pubblicato su Left Avvenimenti di questa settimana ci rivela alcuni elementi – i fatti, di cui spesso gli articoli che leggiamo sono privi – che permettono di capire perché non abbiamo più una sinistra in Italia, se non nelle nostre necessità politiche.

Per i più giovani si può sintetizzare così quel periodo: quasi tutta la dirigenza del PCI decise che si doveva far pagare agli italiani l’errore di aver studiato (e in parte seguito) solo il comunismo sovietico, spesso senza aver letto né Marx, né Gramsci, e quindi autoeliminarsi con il crollo dello stesso.

Nel fare questo, però, bisognava fondersi “a freddo” con la parte progressista cattolica e liberaldemocratica che oggi, come sappiamo, governa in Germania sotto il nome di Angela Merkel. Il modello ordoliberista che parla di mercato sociale, di eticità del mercato, di banche etiche. Pubblicità ingannevole. Non c’è nessuna etica nel volere i siriani (bianchi e laureati) e rifiutare i ghanesi. E’ razzismo purissimo. Quindi, fate ancora più schifo a chi vi guarda.

Poteva andare a finire bene? No.

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A Berlino c’è un popolo. Centinaia di migliaia contro il TTIP. Il trattato che uccide il diritto

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di Luca SOLDI

Centinaia di migliaia di persone, 250mila sembra una cifra decisamente realistica, sono scese in piazza sabato a Berlino, in Germania, per protestare contro il Ttip.

Contro il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti in corso di negoziato dal 2013 tra l’Unione europea e gli Stati Uniti.

Il governo di Berlino appoggia il trattato, ma i manifestanti, organizzati nella Confederazione dei Sindacati tedeschi (Dgb) e da tante associazioni, temono che l’accordo faciliterebbe l’ingresso di alimenti con OGM difficili da rintracciare, un maggiore utilizzo di pesticidi, riduzione dei diritti dei lavoratori e la concentrazione delle produzioni nelle mani di pochi.

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Ma stavolta, chi è il nemico?

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di Vincenzo PALIOTTI

E’ accaduto anche in passato che l’Italia abbia scelto un partner sbagliato pagandone poi dure conseguenze perché sconfitta. Non sono bastati due tragici precedenti per farci riflettere. Ci mettiamo sempre in mani sbagliate, salvo poi cambiare schieramento – cosa che gli altri chiamano “tradire” – e passare alla parte opposta. Lo abbiamo fatto nelle due guerre mondiali: un “cambiaverso ante litteram”.

Oggi nella questione della Siria e dell’ISIS, ed il ritorno sullo scenario ormai distrutto dell’Iraq, ci troviamo a “scegliere” tra la politica dei russi di Vladimir Putin e quella americana di Barack Obama e ancora una volta ci mettiamo, a parere mio, con l’alleato sbagliato. Gli USA a differenza dei russi, sono piuttosto restii ad intervenire contro l’ISIS (e vorrebbero solo colpire il governo di Assad) forse perché hanno già degli uomini tra i “ribelli” impegnati su quel territorio e temono per la loro incolumità, come hanno “candidamente” confessato/accusato: “I caccia con la stella rossa «hanno colpito i ribelli dell’Esercito libero siriano, armati e addestrati dalla Cia», ha denunciato il presidente della commissione Difesa al Senato americano, il repubblicano John McCain” (di Si.Spe. – Il Sole 24 Ore).

E questo significa anche che hanno un disegno diverso dai russi. E’ probabile che abbiano deciso di esportare la democrazia come in Iraq anche in Siria, facendo cadere Assad alla faccia dell’autodeterminazione dei popoli che è scritto anche nella loro Costituzione. E noi? Noi scodinzoliamo dietro di loro che ci chiedono anche più impegno militare, e non vediamo l’ora, come governo, di “menare le mani” per dimostrare all’alleato, ed agli altri, la nostra “potenza militare”, naturalmente in spregio alla nostra Costituzione, articolo 11 che dice: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

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Per ricordare Pietro Ingrao

Pietro-Ingrao

Intervento al XI Congresso – 27 gennaio 1966

Pietro Ingrao

delegato di Firenze

Compagne e compagni, il rapporto del compagno Longo ha richiamato con forza l’attenzione nostra e del partito sulla crisi di governo che è in atto.

Siamo tutti consapevoli che tale crisi non è un qualsiasi incidente e trae origini da questioni non marginali.

Certo: essa è legata alla lotta di potere nella DC, e ha visto scendere in campo, nella vicenda della scuola materna, soprattutto la destra clericale, ma non solo essa: e la stessa destra clericale è scesa in campo perché sapeva che esistevano altri problemi ed altre dissidenze, collegate a fatti  di  vasta portata.

Quali sono questi fatti?  1) L’unificazione fra PSI e PSDI, che apre alla DC, su terreni non ancora  definiti, problemi  di  concorrenza con la nuova forza socialdemocratica nei riguardi  di  determinati strati e gruppi sociali. 2) Le modificazioni avvenute negli orientamenti  della  Chiesa che indeboliscono,  oggi,  la  componente  sanfedista  e  più  direttamente  confessionale,  di  cui  la DC  si  è  servita  in  questi  anni  come  uno  degli  strumenti di collegamento e di imbrigliamento delle masse;   modificazioni che spingono la DC  a  difendere  la  sua presa sullo  Stato,  ricercando in una sua propria « efficienza » un titolo nuovo ed altrettanto solido al monopolio  di  potere: alludo insomma  a  tutta  la  tematica  del  convegno  d Sorrento. 3)  Infine l’insofferenza  sempre più forte della  sinistra  democristiana che minaccia, ormai,  sovente, di  scavalcare a  sinistra i  socialisti e che, quindi, a giudizio degli alfieri del centrosinistra, deve essere o assorbita o emarginata.

Tali questioni sono la sostanza su cui poi si innesta lo scontro delle fazioni, reso più complicato per il fatto che oggi esso si svolge in un situazione sociale difficile, che offre margini ristretti di giuoco e in cui agisce una grande forza di opposizione al sistema quale è la nostra.

La crisi, dunque, ravvicina determinate scadenze e acutizza, molti problemi: il processo di unificazione socialdemocratica, la  questione dei rapporti interni e  della collocazione  stessa  della  DC, la  non  semplice  definizione  di  priorità programmatiche  di  governo.

È, dunque, una crisi che sconsiglia ogni attesa; e proprio la consapevolezza della instabilità del momento politico ci sollecita ad intervenire oggi, quando una serie di processi sono tuttora in corso e sul loro esito si può seriamente influire. Ma come intervenire? Con quali lotte, con quali scelte e con quale discorso? Ecco il problema politico immediato, che  coinvolge  questioni  di  fondo.

Nel progetto di tesi noi abbiamo affermato che non è possibile una riedizione del centrosinistra su basi più avanzate e abbiamo detto che noi combattiamo questa politica e questa formula in radice. Le ragioni di questo giudizio e di questa linea politica sono chiaramente espresse nelle tesi ed io non ho bisogno di ricordarle.

Dobbiamo, dunque, rendere chiaro alle masse e alle forze socialiste e cattoliche che una riedizione del centrosinistra comporta una ulteriore accelerazione dei fenomeni negativi oggi in atto: riorganizzazione monopolistica con le gravi conseguenze già in corso sui livelli di occupazione e sul tenore di vita delle masse; integrazione accresciuta nel sistema dei monopoli internazionali; svuotamento delle istituzioni democratiche; logoramento del tessuto unitario.

Dobbiamo spingere le masse e le forze politiche democratiche, ad una lotta contro questa prospettiva, che parta dalla crisi e si prolunghi nel futuro. In altre parole la nostra azione deve far avanzare nel corso di questa crisi la lotta per contenuti programmatici nuovi ed insieme la maturazione di un’alternativa generale alla situazione  attuale,  le condizioni  per  una  nuova maggioranza.

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Cos’è crollato con quel Muro

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di Vincenzo PALIOTTI

E se avessimo sbagliato tutto in quel lontano 1989?
E se avessimo preso un abbaglio comune?
Mi riferisco alla caduta del Muro che riunì le due Germanie e che contestualmente vide la fine dell’URSS.

Da come sono andate le cose da quel giorno verrebbe da pensare che sarebbe stato meglio lasciare tutto come stava. In fondo, la Germania fu divisa perché “protagonista” di due guerre a distanza di pochi anni e per quanto male aveva fatto a l’umanità intera.

La fine dell’URSS poi ha sbilanciato nettamente gli equilibri dando agli Stati Uniti quel ruolo di “guida” e di “sceriffo del mondo” che gli USA non solo non meritano, ma che non hanno saputo in nessun modo valorizzare. Comportandosi da potenza imperiale “ignorante” della storia e delle dimensioni culturali dei popoli.

In poche parole chi pensava che il ruolo dell’URSS fosse inutile, anche orribile, dovrebbe riflettere sul fatto che grazie all’equilibrio che c’era tra i due sistemi probabilmente avremmo evitato il caos nell’ Iraq, In Siria, nello Yemen, in Libia, e avremmo uno Stato d’Israele meno aggressivo nei confronti della Palestina.

Insomma, questa “esportazione della democrazia” non sta andando a buon fine. La democrazia, lo vediamo, sta finendo stritolata dalla dittatura del debito anche da noi, e non se ne vede nessun effetto in Medioriente.

Va detto, poi, principalmente, che l’Europa sarebbe potuta crescere senza dover agire sotto dettatura del capitalismo statunitense, come avviene oggi. Con la caduta dell’URSS, gli USA si sono impossessati del mondo, hanno egemonizzato un po’ tutto avendo le mani libere e senza lo spauracchio “oltre cortina”.

Non a caso la crisi finanziaria mondiale, oggi trasformatasi in crisi del debito sovrano, è partita proprio da quelle latitudini, con la caduta di tanti colossi della finanza ai quali l’Europa aveva dato credito e investimenti.
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Le barzellette di J.C. Juncker e soci

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di Maria Cristina FERRARI

Il mercato più grande del mondo e’ in crisi, ma tranquilli, si mormora che gli arabi puntino sull’instabilità di Egitto, Tunisia, etc, per costruire la nuova Shanghai del mediterraneo, una megacity.
Morta una bolla, se ne fa un’altra.
La Cina da tempo ha capito che per mandare avanti l’economia ci vogliono stabilità e pace.
Tutte queste guerre sia economiche che cruente intorno alla fascia di quello che dovrebbe essere il continente euroasiatico colpiscono il cuore dell’economia e dello sviluppo. Attenzione: la Cina sostiene diverse economie, ha un doppio legame coi suoi stessi concorrenti.
Gioca una partita doppia.
Sostiene parte del debito statunitense diventando nel 2014 il maggior acquirente di petrolio saudita. Ma il suo problema rimane ancora il mercato interno e il controllo ambientale.

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Qualcosa stride

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di Claudia BALDINI

C’è un punto che solleva un interrogativo rispetto alle politiche dell’FMI ed ai meccanismi di rappresentanza e mandato propri del Fondo. Ovvero, Christine Lagarde dovrebbe rispondere al Board del FMI, dove siede anche il direttore esecutivo italiano, Carlo Cottarelli, che nel Board rappresenta pure la Grecia ed altri paesi. E’ una questione annosa: nel board del FMI vige il principio un dollaro un voto, quindi chi ha quote inferiori di partecipazione conta di meno.

I paesi più ricchi hanno più voce in capitolo mentre l’Italia rappresenta una “constituency” plurale, con Grecia (il vice direttore esecutivo dell’ufficio italiano non a caso è greco, Thanos Catsambas), Portogallo, Malta, San Marino ed Albania.

Allora di cosa stiamo parlando, di schizofrenia o di un problema assai serio?

Se il nostro direttore prende direttive dal MEF, e dovrebbe rappresentare pure la Grecia ed il suo governo, quale posizione ha rappresentato?

Quella in sostegno alla Lagarde o anche gli interessi della Grecia?

E perché il Parlamento non ha avuto la possibilità di dire la sua visto che di volta in volta gli viene richiesto di rifinanziare l’FMI con i cosiddetti Diritti Speciali di Prelievo, ossia con fondi del pubblico contribuente?

A chi parla tanto di democrazia e poi critica la scelta di Alexis Tsipras non viene un po’ di vergogna pensando al ricatto perpetrato da chi decide solo in base a chi ha più soldi?

Forse c’è in atto un processo di colonizzazione. E non vogliamo ammetterlo.