Voglia di pace

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di Vincenzo G. PALIOTTI

Sono tre giorni che sono bloccato, scioccato, cercando di scrivere qualcosa per esprimere il mio stato d’animo su quanto è accaduto a Parigi.

E’ difficile perché sono tante le emozioni che mi ha provocato quella strage, ma penso anche a quanto è accaduto a Beirut, e sta avvenendo in Siria, e contro il popolo curdo, a quello che ogni giorno avviene in Palestina e mi rendo conto come sia triste fare discriminazione anche in queste circostanze, considerando una più importante dell’altra solo perché una provocata nel cuore della cosiddetta civiltà ed un’altra in posti dove, secondo alcuni, è da considerarsi quasi “normale”, tanto normale da non costituire più nemmeno notizia.

Ma non siamo noi quelli della “Livella” di Totò che spesso tiriamo fuori per ricordare a tutti che la morte rende uguali? Che è l’unico atto di giustizia sul quale possiamo contare perché questa “tratta” alla stessa stregua il potente, il ricco, il prepotente e il povero, il negletto, il diverso? Dove è finito quindi tutto questo?

Io non l’ho trovato in questi due giorni se non da parte di chi ha veramente capito che la tragedia non era solo quella di Parigi, che non appartiene solo ai francesi o a noi perché hanno “violato” la nostra civiltà: quando si tratta di violenza non c’è posto al mondo dove questa può essere giustificata o addirittura considerata “quasi normale”.

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Non potete girare la testa dall’altra parte

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di Luca SOLDI

Lo shock delle foto di questi bambini violati dall’indifferenza, non può lasciare indifferenti.

Una racconta, nello spazio di un istante, una delle tante storie di guerra avvenute in Vietnam, nel piccolo villaggio Trảng Bàng, nella provincia di Tây Ninh.
Racconta di un finimondo arrivato in un istante. Della terra che trema e subito dopo brucia avvolgendo tutto e tutti. Poco importa sapere che si sia trattato di bombardamento fatto per errore. Di vietcong non c’era nemmeno l’ombra, ma l’effetto fu devastante.

Il fotografo Huynh Cong «Nick» Ut che si trovava per dei reportage nella zona, quando vide arrivare i superstiti del bombardamento non riuscì altro che a fare istintivamente alcuni scatti alla piccola Kim che si era strappata i vestiti in fiamme e completamente nuda stava fuggendo e gridando.

Subito dopo trasportò i bambini della foto nel più vicino ospedale e si assicurò che venissero curati.

L’immagine di quella bambina che gridava, urlava dal dolore fece il giro del mondo e svegliò tante coscienze distratte tanto da diventare il simbolo dell’infamia della guerra.

Allo stesso modo, oggi, nel 2015, nella stessa indifferenza di molti il mondo globalizzato viene raggiunto dall’immagine di un altro bambino. Questa volta senza vita, depositato, in modo pietoso, dalle onde del mare sulla dorata spiaggia di Bodrum, in Turchia.

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A faccia in giù, solo lambito dall’acqua che insieme all’indifferenza degli uomini lo ha ucciso.

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Il debito dei colonizzati

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di Giuseppe SCHERPIANI

Il debito. Parola che oggi evoca scenari tetri, di rovina e di squallore. La dissipazione delle risorse nazionali da parte di una borghesia folleggiante e spendacciona. L’incosciente “vivere al di sopra delle proprie risorse” di una certa gente comune greca, italiota, spagnola, portoghese e magari un tantinello anche francaise. Latina, in definitiva.Così, giusto per dare alle argomentazioni dei convinti saccenti un tocco di cipria.

Da contrapporre ai rigidi e seriosi calvinisti anglo-americo-germanici, gente che, osservante dell’evangelio, si comporta sempre in modo che il sì sia sempre sì e il no, no.

Invece il debito, oggi, è la prosecuzione della politica delle cannoniere con altri mezzi.

Non c’è bisogno di creare il casus belli, infatti, come fu nel 1964 fra Nord VietNam e USA nel Golfo del Tonkino. Ci si può servire di altri strumenti, quali il Fondo Monetario Internazionale, La Banca Mondiale e della loro dependance europea BCE. Che del resto non a caso furono il frutto (BCE esclusa) degli accordi di Bretton Woods del 1944. Guerra mondiale seconda ancora in corso. Accadde dunque che, per rendere molti paesi emergenti assoggettati alla maggior potenza mondiale, fu messo a punto un meccanismo che si muoveva sulle seguenti direttrici:
1. concessione di un prestito da parte di Banca Mondiale o FMI ad una nazione qualsiasi a condizioni apparentemente vantaggiose;
2. stipula di contratti bilaterali fra i paesi poveri e (più spesso di altri paesi ricchi) gli USA;
3. obbligazione per il paese povero contraente, di fornitura di una materia prima, di cui esso era produttore, al paese ricco sua controparte, il quale, dal canto suo, si impegnava a fornire al suo partner prodotti finiti;
4. a questo punto le Borse manovravano in modo di far correre al ribasso i prezzi delle materie prime e al rialzo quelli dei prodotti lavorati:
5. dopo un periodo medio-breve la situazione diventava insostenibile per i poveri che venivano poi costretti ad “onorare “(si dice cosi?) i contratti firmati. Era, ed è, semplicemente COLONIALISMO DI RITORNO.

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Il volare alto e la ferocia (Riflessioni, 1° parte)

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di Gianni MARCHETTO

Le foto dei ragazzi

• La foto del ragazzino che in Siria spara alla nuca dei prigionieri o le due ragazzine nere che si fanno esplodere in mezzo ad altre persone in un mercato in Nigeria mi hanno decisamente sconvolto per il loro intento feroce. Feroce evidentemente in chi li ha fatti fare, non nei ragazzi che materialmente li hanno fatti.

• Riflettendoci su, un momento dopo mi hanno fatto pensare a quanta ferocia ci sia in chi ha pensato all’utilizzo di “droni” per bombardare (tecnologicamente) siti nemici (arabi).

• Chi aveva iniziato erano stati gli americani nella guerra in Vietnam che, con i B52, volavano talmente alto che neanche la contraerea li raggiungeva. Per converso i vietnamiti quando catturavano gli americani come prigionieri non andavano molto sul tenero. Continua a leggere