Mai dimenticare

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di Vincenzo G. PALIOTTI

12 Dicembre 1969, una data da non dimenticare. Milano ferita, l’Italia tutta ferita.

Una ferita mai rimarginata perché è mancato, a distanza di tanti anni il solo cicatrizzante necessario: la verità.

Quante collusioni, quante complicità nascoste per oscurare la verità.

Pezzi dello Stato che si arrogano il diritto di orientare politicamente il cittadino utilizzando il terrore quale arma di persuasione. Purtroppo queste ferite, come quelle di Brescia, dell’Italicus, Ustica, Bologna, il periodo di “piombo” culminato con il caso Moro, così come le stragi di mafia 1993-1994 resteranno aperte e mai si potranno rimarginare fino a quando non si avrà la verità.

Uno stato che sacrifica suoi cittadini inermi in modo terribile come quel 12 Dicembre 1969 in Piazza Fontana a Milano nella Sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura e in tutte le altre “occasioni” citate non può dirsi democratico, libero.

Tanto più che tutte queste stragi ribadiscono la dipendenza, con relativo appoggio, da quegli stati egemoni che hanno tutto l’interesse a che l’orientamento politico vada in una sola direzione, quella da loro indicata, anche se il prezzo da pagare è in vite umane.

Mai come in questo momento tornare indietro con la memoria a quei giorni e metterli in relazione all’attualità ci può aiutare a trovare finalmente la verità ma anche strada giusta per affrontare ogni genere di terrorismo, a ricercarne le motivazioni e di conseguenza gli autori e le soluzioni da prendere perché nulla del genere si possa ripetere.

Anche se la soluzione di tutto è molto più vicina di quanto possiamo pensare: basterebbe togliere il segreto di stato sulle tante indagini e se questo non si verifica significa che l’attuale governance politico-finanziaria (non parliamo di governo democratico, non lo è) non si discosta da quelle precedenti che tacendo hanno appunto mantenute aperte tutte queste ferite.

Sperare che possa accadere non è permesso in questo momento che vede l’attuale presidenza del consiglio dipendere ancora più pesantemente del passato dagli stati egemoni, dall’Europa ed a tutti quei poteri oscuri che sono direttamente o indirettamente coinvolti nella storia “nascosta” della nostra Repubblica.

Giubileo. E per chi, per che cosa?

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di Vincenzo G. PALIOTTI

E’ iniziato il Giubileo che vedrà impegnato il Vaticano, e l’Italia, fino al 26 Novembre del 2016. Un anno intero per riempire Roma di pellegrini, di credenti che vengono alla casa di Dio. Mi chiedo solo cosa abbiamo da festeggiare e chi dobbiamo giubilare. E perchè avere misericordia di chi ci ha ridotto in questo stato, anche.

Siamo ripiombati in piena guerra fredda che quasi quasi scoppia la terza guerra mondiale, il mondo va sempre più a destra, le disuguaglianze crescono, i poveri pure, il terrorismo sta terrorizzando tre quarti di mondo e noi “giubiliamo”. Ché, poi, viende dall’ebraico Jobel (caprone, in riferimento al corno di montone utilizzato nelle cerimonie sacre).

Non abbiamo risorse sufficienti per venire incontro a chi ha bisogno realmente dei mezzi primari di sostentamento e spendiamo centinaia di milioni di euro, noi, uno stato laico, per finanziare un evento religioso in un momento molto delicato proprio dovuto alla contrapposizione di religioni.

Dice: ci sarà un ritorno economico in tema di presenze di turisti senza contare che forse il “segmento di mercato” è piuttosto sul basso per cui sono i conventi, le foresterie e le case del Vaticano che si sono riempite dichiarando il “fully booked” (tutto esaurito), quindi una certezza di ricavo per il Vaticano mentre i nostri alberghi ci sperano.

Però le spese le abbiamo sostenute noi, ergo noi dobbiamo fare i conti tra costi e ricavi mentre per loro sono solo ricavi.

Io sono credente ma non ho fiducia nelle istituzioni vaticane terrene, quelle gestite dal clero: che predica bene e razzola male, come ha sempre fatto. Quel clero che negli ultimi tempi ne ha fatte di tutti i colori mettendo in mostra il peggio di sé come quello di parlare di umiltà e vivere poi nel lusso sfrenato. Oppure quello di prestare attenzione all’infanzia, solo che non si è capito ancora per quale scopo visto che la pedofilia è una “pratica” che coinvolge molti di loro.

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Buon Natale?

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di Vincenzo G. PALIOTTI

Sinceramente per quello che è diventata la festa di Natale non ne volevo parlare, ma dopo il fatto accaduto a Rozzano con tutte le chiacchiere, le considerazioni, anche fuori luogo, penso che sia doveroso spendere un po’ di tempo per commentare l’accaduto.

Anzitutto dobbiamo tutti darci una calmata e prima di gridare “al lupo” accertiamoci della reale presenza e minaccia del pericolo (e sopratutto, “pericolo di che”?): ci sono in giro personaggi che ad arte stanno cercando di metterci l’uno contro l’altro per poi raccattare voti e consensi per cause che si distanziano dai principi fondamentali di qualsiasi fede e/o religione: il razzismo, la guerra.

Sarebbe bene quindi per non creare vittime come il Preside Marco Parma di Rozzano, e seminare odio accertarsi di come realmente stanno le cose e poi commentare, dico commentare non emettere sentenze: quelle vengono sempre dopo un processo.

In questo caso anche se fosse stato tutto vero, noi che ci professiamo garantisti, almeno quando conviene, processo non c’è stato ed il Preside Marco Parma è stato condannato senza appello e senza sentire la sua versione che era completamente diversa da quanto pubblicato e condannato da certi “ambienti” che si professano “cattolici apostolici romani” a parole perché a fatti incarnano solo la parte peggiore del cattolicesimo: quello dei roghi per gli eretici e le streghe, quello delle ghigliottine dei Papa re, quello dei figli poveri dati al clero per farne “voci bianche”, quelli che nascondono pedofili per accusare poi omosessuali di fare danni all’umanità, e quelli che predicano umiltà vivendo invece nel lusso e negli agi.

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Usa: un debito lungo 70 anni. Ormai scaduto

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di Vincenzo G. PALIOTTI

Siamo “quasi” tutti d’accordo: nella seconda guerra mondiale l’intervento degli americani fu determinante per combattere e vincere il nazifascismo, molto di più del loro intervento nella prima guerra mondiale dove la partecipazione fu di scarso rilievo per le sorti della guerra.

I motivi erano diversi, nel secondo conflitto mondiale a furono trascinati in guerra dai Giapponesi e fino all’attacco subito a Pearl Harbour la maggioranza degli americani era contro l’intervento. Dal Dicembre 1941 quindi gli USA entrano in guerra al fianco degli inglesi e dei francesi contro l’asse Roma, Berlino, Tokyo.

Questo risultò determinante per le sorti del conflitto che volsero a favore degli alleati anche per la strategia sbagliata di Hitler che si trovò ad aprire troppi fronti contemporaneamente, Europa, Africa, Balcani e Russia: strategia che nonostante la sua potenza non poteva reggere. Si arrivò quindi alla sconfitta del nazifascismo e l’Italia fu liberata dagli alleati, con il contributo determinante – è bene non dimenticarlo mai – della Resistenza, contributo riconosciuto dagli stessi Alleati.

Nacque allora un senso, giusto, di riconoscenza verso gli alleati, in particolar modo verso gli Usa che divenne con il tempo una vera e propria dipendenza e che portò ad influire anche nelle scelte politiche del nostro Paese, governato per questo e per tanti anni da coalizioni di centro–destra per lo più con l’egemonia della Democrazia Cristiana fedele al debito contratto con gli USA, debito contratto in cambio appunto della liberazione e del piano Marshall.

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La scelta di Ignazio

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di Vincenzo G. PALIOTTI

E’ un principio di democrazia. Lo so che sto parlando di cose che ormai sembrano avvenute un secolo fa, visto il totale cambiamento del quadro politico, ma quando Prodi, che nel 2008 era Presidente del Consiglio, fu assediato dalle tante richieste di dimissioni rispose che solo l’aula poteva decidere se il suo governo doveva restare o no alla guida del Paese.

Voleva guardare bene in faccia chi gli avrebbe negato la fiducia: naturalmente si riferiva a quelli della sua coalizione. Oggi la storia si ripete a Roma con l’aggravante che decidere in un senso o nell’altro non significa solo confermare o sconfessare il sindaco: significa una presa di posizione rispetto a quanto si è verificato nella capitale. Sfiduciare il Sindaco Marino oggi significa sfiduciare quella parte che vuole sradicare il marcio che è venuto fuori negli ultimi tempi, il malaffare, la corruzione, la mafia che si è instaurata in Campidoglio e che sta propagandosi a livello nazionale.

Significa soprattutto sconfessare la volontà popolare che ha eletto Marino con elezioni democratiche e regolari. Quella volontà popolare di cui parla la Costituzione e che invece, ancora in spregio della stessa, un “sedicente” partito politico con a capo il premier/segretario vuole ignorare, anzi, umiliare costringendo il Sindaco a lasciare senza un motivo plausibile se non per le distanze che intercorrono tra il modo di concepire la politica del premier/segretario di quel partito e quella che intende invece il Sindaco Marino. Differenze che partono dalla diversa collocazione politica dei due, il Sindaco è per un centrosinistra di sistema, concordo, ma è il premier/segretario che è marcatamente di destra.

E poi voglio arrivare alla morale delle persone di cui i due si circondano: da una parte un gruppo di indagati, condannati, collusi con un numero di rinvii a giudizio da Guinness dei primati e dall’altra chi vuole combattere tutto questo. Per cui l’epilogo di questa “storia”, che pare senza fine, chiarirà, a chi ha ancora gli occhi chiusi, quale è la parte sana del Paese e quale quella da combattere.

Ossia, chi si schiererà al fianco di Marino sarà chi è vicino al popolo ed alla volontà di cambiare il Paese e di fare finalmente pulizia. Chi lo osteggerà è chiaro che implicitamente accetta il ripristino della situazione che ha determinato “mafia capitale” perché la contesa si è spostata su questo terreno: connivenza col malaffare e tentativo di dare una buona amministrazione pur all’interno di questo sistema tirannico finanziario europeo. Una scelta difficile e di grandi responsabilità che non riguardano solo Roma, ma il Paese che attende da questo responso tante risposte.

Cara RAI

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Cara RAI,

ti ringrazio per le continue missive che mi spedisci, peccato che si riferiscono alla richiesta di pagare il canone per il possesso di un apparecchio televisivo, perché di questo si tratta. Eh si, perché anche se ti spiego che è lungi da me sintonizzarmi con i tuoi programmi non te ne importa nulla e comunque pretendi l’esosa gabella.

Anzi, siamo al punto che vorrai il canone come se il tuo fosse un servizio come la luce elettrica. Vedremo nei Tar, in Consiglio di Stato e in Corte Costituzionale se si può asserire un’assurdità così palese.

Vedi, cara RAI, ci sono stati tempi in cui valeva la pena pagare il canone. Il tuo palinsesto offriva una vasta scelta: sport, spettacolo, politica, storia, teatro, films, inchieste, programmi per i più piccini, documentari, sceneggiati tratti da capolavori letterari che ci facevano crescere nel modo giusto, un modo per fare cultura e informazione a domicilio. Lo so che anche allora eri lottizzata, ma c’era equilibrio, ognuno aveva il suo spazio e bene o male poteva far sentire la sua voce.

Era però il tempo in cui il canone non lo pagavo io, giovane di famiglia, ma mio padre. Ma poiché oggi ho 65 anni, una mia famiglia ed un mio apparecchio televisivo tocca a me e purtroppo, per te cara RAI, non ci sono più le condizioni, la soddisfazione dell’utente, la qualità ed i programmi che mi “ispirano” ed è per questo che sono indeciso, da circa un anno se pagarti il canone o meno.

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Tagliano la sanità utile per finanziare un ponte inutile. Ecco i faraonici programmi del Governo

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di Vincenzo G. PALIOTTI

E’ ritornato in ballo il ponte sullo Stretto, me lo aspettavo e ad annunciarlo è il ministro Alfano, nemmeno quello delle infrastrutture. Si cominciano a regolare i conti in casa del governo. Così, si potranno sprecare i soldi pubblici per celebrare la grandezza dell’attuale premier/segretario. Rispettando naturalmente tutto quello che ci sarà dietro: mazzette, tangenti, appalti concessi a peso d’oro, costi gonfiati naturalmente per i vari passaggi di mano. Oltre al fatto che questo era il “piatto forte” che Berlusconi voleva servire agli italiani e non ci è riuscito anche per l’opposizione di quelli che oggi invece, cambiando di nuovo idea, appoggiano il progetto (perché ci sono loro a grufolare nel trogolo).

Al solito però si è guardato al fatto in superficie, senza però curare quelli che saranno “gli effetti collaterali” sicuramente negativi, che poi è una costante delle riforme e dei provvedimenti che il premier/segretario sta mettendo in atto.

In un paese dove uno dei problemi principali è l’occupazione non si è pensato che semmai sarà messo in opera questo “monumento” alla grandezza del premier/segretario, che già se ne bea, tutta quella piccola economia che ruota intorno alle due sponde morirà creando un deserto, senza contare i posti di lavoro che si perderanno perchè immancabilmente le compagnie di navigazione adibite al passaggio dello stretto saranno costrette a chiudere o al massimo ridurre notevolmente l’attività, e qui altri posti di lavoro che si perderanno e tante famiglie andranno ad incrementare le percentuali, già cospicue, di povertà. Oltre ai danni ambientali che sicuramente ci saranno. Senza calcolare il costo che come tutte le opere pubbliche parte con un costo iniziale per poi farlo crescere “miracolosamente” nel corso dei lavori.

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Non è Vespa il problema del servizio pubblico televisivo

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di Vincenzo G. PALIOTTI

Lungi da me il voler difendere Bruno Vespa. Ho guardato molto raramente la sua trasmissione, meno che meno ho comprato suoi libri, che per la maggior parte sono madrigali e odi per vezzeggiare i potenti.

Però, qualcosa mi viene da dire sulla puntata dove il conduttore di “Porta a Porta” ha invitato i parenti di quel Vittorio Casamonica che è saltato all’onore delle cronache per il suo funerale hollywoodiano. Devo dire, che come sempre faccio se non mi piace qualcosa, se lo trovo inopportuno, usufruisco delle capacità del mio telecomando ed il gioco è fatto: questo, tanto per cominciare. Poi, a mente fredda e dopo tutti i commenti indignati dei telespettatori: certo, li capisco, ma non li condivido semplicemente perché c’è stato di peggio, se non dello stesso livello.

Io mi indigno per quello che il cosiddetto “servizio pubblico” non fa vedere, come le tante contestazioni al premier/segretario; per le verità che il “servizio pubblico” nasconde ad arte: sono mesi che c’è un vero e proprio massacro in Siria, come anche in altri paesi del medioriente, e quanto rilievo è stato dato dal “servizio pubblico”?

Io mi indigno per i numeri “miracolosi” del governo che il “servizio pubblico” dispensa a piene mani e con grande enfasi, numeri che poi si scoprono sbagliati come quelli dichiarati sul lavoro dal ministro Poletti.

Io mi indigno quando pagando un canone, una vera ed iniqua gabella, mi devo sorbire programmi che nulla hanno di culturale o di piacevolmente evasivo.

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Un po’ di memoria storica?

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di Vincenzo G. PALIOTTI

In questi giorni ho tentato di scrivere qualcosa sul razzismo crescente, sul rigurgito fascista che il nostro Paese sta vivendo, sull’omofobia dilagante e mi sono reso conto che l’impresa non è certamente facile perché, il fascismo, con tutto il resto appresso, non è per lo più un movimento politico, è una patologia di massa, come la definì Wilhelm Reich, il famoso psicoanalista allievo di Freud in “Psicopatologia di massa del fascismo”.

Tutto ciò che non tollera, tutto ciò che non ammette opinione diversa dalla propria, tutto ciò che è certezza, ma senza la fatica dello studio, della controanalisi, del dialogo, tutto ciò che è ricerca di una sicurezza posticcia alle proprie paure e alle proprie nevrosi da addebitare a un nemico, può essere inquadrato appunto nel fascismo.
Bisognerebbe quindi analizzare ogni genere di comportamento per poi determinare chi si può definire fascista.

Tralascio la violenza che è peculiare dei loro gruppi organizzati, che il ministro degli interni “tollera” in contrasto con la legge n. 645/1952 che “sanziona chiunque promuova od organizzi sotto qualsiasi forma,la costituzione di un’associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure chiunque pubblicamente esalti esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche.
È vietata perciò la ricostruzione del PNF e del Partito dei Nazionalsocialisti (ossia quello nazista). Ogni tipo di apologia è punibile con un arresto dai 18 mesi ai 4 anni
“.

Tra l’altro questo tipo di fascismo è riconoscibile quindi in teoria più “controllabile” ed emarginabile, naturalmente se lo si vuole fare.

Quello che fa più paura è quello, appunto patologico, dell’uomo della strada, delle masse che incitate dai nuovi fascisti – con propaganda subdola ampiamente gonfiata dai media – a pratiche antidemocratiche e contrarie alla libertà di agire, anche senza saperlo, abbracciano questa ideologia e con le loro considerazioni trascinano chi non è in grado di capire dove arriva il ragionamento cadendo quasi sempre nel luogo comune, fascista, e nel qualunquismo, fascista.

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La soluzione? La Coalizione!

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di Vincenzo G. PALIOTTI

Sto meditando sul nuovo “slogan” del governo, che pare già sia in campagna elettorale [sic!].

Tutto questo non ci sorprende, se pensiamo che è da quando questi si sono insediati che coniano uno slogan al giorno per convincere la gente sulla loro indispensabilità. Indispensabilità che non ritroviamo nei risultati economico/sociali che sono del tutto scadenti: anzi, sono peggiori di quando andavano entusiasti di quel 40,8%, praticamente fasullo, che giustificava la loro “svolta” a destra.

Oggi ,dicevo, “lo slogan” in voga è: se non ci riconfermate finisce che al governo ci andrà Salvini o Grillo, ovvero “non ci sono alternative”. Niente di più falso e di tendenzioso. E’ vero che c’è un’ondata xenofoba e razzista che sostiene sia il leader della Lega che quello del M5S: il loro cavallo di battaglia è la lotta al “clandestino”. Però è anche vero che messe insieme le due forze arrivano, forse, a quel 40% (molto meno) testimoniando che la maggioranza del Paese non è con loro e con le loro idee.

L’alternativa esiste sempre, come scriveva Grazia Naletto sul Manifesto. L’alternativa, ove mai non ci fosse, la si può creare poi solida, compatta, efficace seguendo quei movimenti civici che Landini guida con attenzione e senza lo spirito distruttivo e narcisista dell'”uomo solo al comando”, con il contributo di uomini di grande spessore. Uomini che hanno per statuto la Costituzione ed hanno come slogan, unico e indiscutibile: “La Costituzione è la via maestra”. Con lui, infatti, si sono aggregati uomini come Gustavo Zagrebelsky, Stefano Rodotà che vedono proprio nella Costituzione l’esprimersi di quegli strumenti (il nostro reale toolkit), ignorati dal governo, per superare i momenti difficili del nostro Paese.

E sì, perché deve essere chiaro a tutti che la crisi nazionale, legata a quella mondiale, va affrontata e combattuta all’interno delle istituzioni, della Costituzione appunto e delle leggi dello Stato. Una sorta di “guerra” tra la parte onesta del Paese e quella che pensa al proprio tornaconto cercato soprattutto fuori dalla legalità. Ed in questo nessuno dei tre “contendenti” può garantire quanto invece affermano e vogliono realizzare i sostenitori della riscossa civica.

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