Yanis Varoufakis: la democrazia greca si è dissolta, a tutti gli effetti abbiamo subito un colpo di stato

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[Intervista a Yanis Varoufakis rilasciata alla trasmissione El Búho, diretta da Mariano Alonso Freire su Radio 4G. Traduzione di Gianni Fabbris]

Nella sua prima intervista radiofonica ai media spagnoli, il controverso economista greco, prestigioso professore negli Stati Uniti, saggista, e per un breve periodo, ministro delle finanze Yanis Varoufakis non delude. Senza mezzi termini, il parlamentare di SYRIZA  parla dopo il suo breve ma intenso passaggio da Ministro delle Finanze greco, del suo ritiro dal gabinetto guidato da Alexis Tsipras e descrive in un linguaggio semplice le ragioni delle sue dimissioni e del perché non può funzionare il sistema “piramidale” del debito greco che la Troika insiste a voler applicare sotto l’eufemismo di “salvataggio”.

Varoufakis si addentra nei reali motivi della crisi dell’euro e li espone sia a Wolfgang Schäuble che a Luis de Guindos [Ministro delle Finanze spagnolo ndt] e sembra che voglia dare un consiglio a Podemos, il partito spagnolo per il quale esprime simpatia: le dimensioni contano.

Di seguito è riportata l’intervista completa fatta a Yanis Varoufakis durante il programma El Búho , diretto da Mariano Alonso Freire per Radio 4G, che è stato rilasciata la scorsa notte, 20 luglio.

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Mariano Alonso: Buonasera, signor Varoufakis, grazie mille per averci raggiunto qui a El Búho, come sta?

Yanis Varoufakis: Molto bene, e sono personalmente sollevato rispetto agli ultimi cinque mesi, anche se politicamente e collettivamente siamo di fronte ad una situazione molto complicata come greci e, soprattutto, come europei.

Mariano Alonso: Due settimane fa, dopo che si è dimesso dal governo greco, era necessario il referendum se poi la Grecia sta accettando il salvataggio, una volta respinto?

Yanis Varoufakis: Beh, questa è una domanda molto buona. Il 25 giugno ci hanno presentato un terribile ultimatum. Non abbiamo avuto il mandato di accettare a tutti i costi perché abbiamo pensato che fosse un accordo catastrofico per l’economia greca, e inoltre abbiamo ritenuto che fosse un male per l’Europa. D’altra parte, il modo in cui è stato presentato a noi, solo quattro o cinque giorni prima della fine del programma di aiuti greco, rifiutarlo avrebbe significato una rottura della zona euro, il che significava che la Grecia sarebbe restata senza un programma di aiuti e quindi, in pratica un chiaro caso di conflitto tra la Grecia e l’Eurozona. Non abbiamo avuto questo mandato. Il 25 gennaio siamo stati eletti con un programma di proseguire i negoziati all’interno della zona euro.
Così abbiamo fatto quello che qualsiasi democratico farebbe, consultare il popolo greco. Il nostro consiglio è stato quello di votare “no”. Semplicemente perché siamo stati eletti per non perpetuare il ciclo di debito e deflazione che aveva condannato la Grecia a cinque anni di umiliazione e una massiccia crisi economica e sociale.

Ci hanno messo con le spalle al muro, e non abbiamo avuto altra scelta che chiedere ai Greci. Ci hanno dato un “NO”, un “no” clamoroso molto coraggioso. Io dico che è stato coraggioso, prima di tutto, perché erano terrorizzati dai media che hanno mostrato il “no”  come una situazione per la Grecia che conosciamo, e allo stesso tempo, naturalmente, di essere stati terrorizzati dalla chiusura delle banche che era presentata come misura per il bene dell’Eurogruppo.

Hanno sollevato questo manto di terrore e hanno votato un sonoro “no”.

Sentivo che questo “no” doveva essere usato per darci energia e tornare in Europa, per dire ai nostri colleghi europei e alla troika che avevamo avuto un mandato per ulteriori negoziati, per continuare nella zona euro, con un accordo praticabile e, che se volevano continuare a imporre un accordo irrazionale e contrario ai diritti umani, che lo facessero.

Il Primo Ministro non era d’accordo con la mia opinione su questo, e ha deciso, nel suo ragionamento, con il quale io non concordavo, che come responsabilità di governo non poteva permettere che le banche fossero completamente distrutte. Ho perso la votazione nel Consiglio dei Ministri e quindi la decisione di ritirarmi era praticamente presa. Non potevo accettare questo, e quindi mi sono dimesso.

Luis Martin: Salve, Varoufakis, parla Luis Martin.

Yanis Varoufakis: Ciao Luis.

Luis Martin: Guardando negli ultimi cinque mesi in prospettiva, vorrei il suo parere su tutto ciò  che non andava o avrebbe fatto in modo diverso.

Yanis Varoufakis: Oh, certo. Chiunque abbia attraversato un processo di negoziazione come questo e che sostiene che non ha sbagliato nulla o non avrebbe dovuto fare le cose in modo diverso è un pazzo pericoloso. Naturalmente abbiamo commesso degli errori.

L’errore più grande è stato quello di immaginare che una solida argomentazione ci avrebbe portato al successo. Saremmo stati in grado di intenderci con le istituzioni e di convincere l’Eurogruppo, con la base di una potente ragione come la ristrutturazione del debito, che ci avrebbe permesso di ridare più soldi ai nostri creditori, e di far crescere l’economia greca permettendo riforme possibili. 

Questo è stato un errore di calcolo da parte nostra e, mentre avanzavano i negoziati, è diventato sempre più chiaro che gli argomenti ragionevoli non avrebbero attirato l’attenzione dei nostri creditori. Essi reclamavano indietro i loro soldi e chiedevano riforme dalla Grecia. 

Ma fu subito chiaro che né volevano i loro soldi indietro né volevano riforme in Grecia, volevano soltanto umiliare un governo che ha osato dire “no” al loro programma che è fallito.

A quel punto, combattiamo, penso molto bene e molto duramente, per mantenere l’accordo dell’Eurogruppo del 20 febbraio, che era composto essenzialmente di norme rivoluzionarie. Se leggete la dichiarazione dell’Eurogruppo del 20 febbraio vedrete qualcosa di molto importante, la parola “programma” non è usata e le iniziali del “memorandum d’intesa” (MoU) neppure. L’Eurogruppo ha precisato che il governo greco doveva essere giudicato in base alla lista delle riforme avviate dall’esecutivo, in modo da sfuggire, anche se solo per pochi giorni, al secondo piano di salvataggio che stava uccidendo l’economia greca. Non è stato un errore, anzi è stato un grande successo.

Gli errori iniziano due o tre giorni dopo, durante una conference call in cui le istituzioni tornano a enfatizzare di nuovo la questione sul tavolo del MoU [del salvataggio]. Ho risposto con decisione che non vedevo perchè si sarebbe dovuto tornare a un accordo di salvataggio dopo il 20 febbraio. Ma nel tentativo di trovare un terreno comune con la troika, le istituzioni e l’Eurogruppo, siamo caduti nella trappola di avviare negoziati nel contesto di un salvataggio non riuscito; lasciandoci trascinare di nuovo nella negoziazione di un processo di salvataggio fallito. Un processo noto anche come una revisione globale in cui tecnocrati ci hanno chiesto di parlare di tutto, il che ovviamente significava parlare poco o nulla.

Così, per molte settimane abbiamo avuto questa “super” trattativa senza fine in cui ci è stato chiesto cosa volevamo fare di ogni cosa, e ogni volta che dicevamo loro che non eravamo d’accordo, loro non presentavano alcuna proposta alternativa, ma hanno insistito per continuare con un altro tema come la privatizzazione, o il mercato del lavoro e un altro problema e un altro problema. Era un processo senza nessuna convergenza. Non ci rendevamo conto, lo sospettavamo ma non eravamo sicuri di ciò che stavano facendo; e si è scoperto che era vero che stavamo cercando di mandare tutto in fumo. Stavano cercando di mantenere una conversazione senza fine e senza accordi per liquidare le risorse della Grecia, per esaurirle completamente, e dopo che le nostre banche sarebbero state chiuse, mettere una pistola una sopra le nostre teste. Certo che questo è stato un errore.

Ed è stato anche un errore essere troppo permissivi. Abbiamo ceduto troppo in fretta su alcuni fronti importanti come quello di accettare l’austerità. Ero d’accordo con questo, ma la nostra squadra negoziale, alla fine di aprile, si era accordata su avanzi primari sicuri, che io ho considerato troppo elevati, e se l’idea doveva essere invece quella di cambiare la situazione attraverso una migliore ristrutturazione del debito, io non ero d’accordo perché una volta che si offrono delle eccedenze superiori poi non si hanno argomenti per una migliore ristrutturazione.

Fondamentalmente, mi pento, ci pentiamo, di essere stati troppo compiacenti, troppo permissivi e di aver concesso all’altra parte di chiuderci in un processo senza fine che in nessun caso ci avrebbe condotto ad un accordo reciprocamente vantaggioso.

Luis Martin: Pensi che avete perso un’occasione in quel momento?

Yanis Varoufakis: Certo, certo, ma abbiamo combattuto bene. E siamo arrivati alla fine di giugno con il popolo greco che stava affrontando la chiusura delle banche, essendo terrorizzato, e ci ha risposto con un magnifico referendum. Come dire che in ogni guerra puoi perdere battaglie, ma sperando di non perdere la guerra.

    Si tratta di un accordo impraticabile, e non è solo la mia idea, il primo ministro è completamente d’accordo con me su questo 

 

Luis Martin: Hai manifestato categoricamente la tua opposizione contro l’accordo firmato dal primo ministro Tsipras il 13 luglio e che voi stessi battezzato come “i termini della resa greca”. Se avete ragione circa la devastazione che questo accordo porterà nell’economia del suo paese, dato che anche il suo primo ministro non crede in quello che ha firmato, pensa davvero che il terzo programma di salvataggio sarà attuato nei prossimi tre anni o siamo davanti a un accordo condannato al fallimento?

Yanis Varoufakis: Certo, non è un accordo praticabile, e non è solo la mia idea, come lei ha detto, il Primo Ministro è d’accordo con me su questo completamente. Si tratta di un accordo impossibile, una nuovo “extend and pretend” addirittura peggiore del primo piano di salvataggio del 2010 e del seconda nel 2012, questo è peggio. E il tipo di accordo che si scrive se si vuole umiliare l’altra parte, non se si desidera consentire al debitore di crescere e recuperare. E io non ho dubbi, in ogni caso, che questo accordo passerà alla storia molto, molto presto. Non dovete credere a me o ad Alexis Tsipras: è proprio Wolfgang Schäuble che ha detto recentemente al Bundestag che non crede in un tale accordo, e Christine Lagarde e il FMI hanno detto che è un accordo ridicolo che spingerà il debito greco a circa il 200%. E non ho dubbi, anche se non ha fatto alcuna dichiarazione al riguardo, che la Commissione europea non ci crede. Mario Draghi è un uomo molto intelligente, non riesco a immaginare che veda bene questo accordo.

Quindi questo è ciò che sta accadendo in Europa: Abbiamo un accordo impossibile imposto allo stato membro più debole, semplicemente perché nessuno vuole ammettere che gli errori sono stati fatti in ragione del programma di austerità imposto ai nostri paesi negli ultimi anni.

Luis Martin: In un’intervista a gennaio, ha detto che lo scenario della “Grexit” non era né auspicabile né una merce di scambio. Tuttavia, mi ha anche detto che, anche se preferivi che la Grecia avesse continuato all’interno della moneta unica, i Greci non dovrebbero perdere testa a fare quello che dicono; in fondo non si dovrebbe aderire all’Unione monetaria a qualsiasi prezzo. Abbiamo raggiunto un punto in cui il prezzo è troppo alto?

Yanis Varoufakis: Beh, le due cose non vanno necessariamente insieme, possono, ma non devono andare insieme. La sospensione dei pagamenti e la “Grexit”, voglio dire. Eravamo in difetto: un mese o più fa, abbiamo sospeso i pagamenti al Fondo monetario internazionale. Penso che sia stato necessario, al momento: questa fu la mia raccomandazione al governo quando ero il Ministro delle finanze, nel momento in cui siamo stati minacciati con la chiusura delle banche poiché siamo entrati in amministrazione controllata dalla Banca centrale europea. I buoni della BCE hanno un valore nominale di 27 miliardi, che dovevano essere pagati. Si tratta di obbligazioni di diritto greco e la limitazione imposta dalla BCE era illogica: la Banca centrale greca, che è come la Banca di Spagna o giù di lì, aveva dichiarato solventi le banche che hanno dovuto sospendere le loro attività . Questo è stato un atto di aggressione massiccia, e si sarebbe dovuto assumere il prezzo dell’ inadempienza sulle obbligazioni da parte della BCE.

Penso che sarebbe stato una minaccia molto credibile, e che saremmo rimasti nella zona euro, perché, in ultima analisi, nessuno vuole una uscita della Grecia, tranne forse il Dr. Schäuble. Ma sono sicuro che la BCE, il cancelliere Merkel, il presidente Hollande, anche Mariano Rajoy non vogliono che la Grecia venga espulsa perché il costo sarebbe enorme e, soprattutto, perché l’Unione non sarebbe un ente unico, ma sarebbe diventato solo un regime di cambi fissi dove creditori, debitori, i cittadini, gli elettori e gli investitori cominciano a chiedersi e speculare su chi è il prossimo a uscire.

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E’ possibile la democrazia nell’eurozona?

tempoguadagnato

di Wolfgang Streeck

[estratto dal volume Tempo guadagnato, Feltrinelli, pag.205-209]

Ci si può domandare se si possa giungere a una pacificazione dei conflitti che stanno distruggendo l’eurozona attraverso un processo di democratizzazione. La democrazia potrebbe davvero arrestare le forze centrifughe generate dal fatto che società diverse fra loro sono state costrette dentro la struttura rigida del mercato comune e della moneta unica e, in tal modo, sono state private della loro autonomia di azione all’interno dell’area euro? È possibile, quindi, che la democratizzazione neutralizzi le nuove linee di conflitto che separano gli stati dentro l’area euro, sostituendole con altre di tipo sociale ed economico che le intersechino? Molti di quanti sperano che la soluzione degli attuali problemi del sistema economico e politico europeo stia nella sua democratizzazione sembrano immaginare questo processo come il tentativo di mettere da parte, una volta per tutte, le barriere costituite dai particolarismi che finora hanno impedito una politica salariale sovranazionale, una politica sociale a livello europeo, un diritto del lavoro unico, un regime di codeterminazione o una politica comune di sviluppo regionale.

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