Podemos e il “populismo di sinistra”. Verso una contro egemonia che parte dall’Europa meridionale?

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[saggio di César Rendueles/Jorge Sola, pubblicato sulla rivista Nueva Sociedad 258, Luglio-Agosto 2015 e tradotto per Essere Sinistra da Serena Corti]

Podemos é una nuova formazione politica che ha approfittato della finestra di opportunità aperta dalla crisi ed è riuscita a trasformare la scena politica spagnola con effetti imprevedibili. Per la prima volta da decenni, una sinistra educata alla sconfitta ha trovato le parole per intavolare una discussione con la maggioranza sociale. Anche se il partito di Pablo Iglesias incontra oggi ostacoli alla crescita sfrenata dei suoi primi mesi, i risultati storici conseguiti dai candidati sostenuti dai cittadini appoggiati da Podemos in città come Barcellona e Madrid mostrano che la fessura aperta dalla crisi nella politica spagnola non si è chiusa.

Un’iniziativa dei cittadini per lanciare una nuova candidatura per le elezioni del Parlamento europeo è stata presentata il 17 Gennaio 2014, in un piccolo teatro del centro di Madrid. Il suo capo visibile era Pablo Iglesias, un professore di scienze politiche di 36 anni, noto tra i locali movimenti sociali, che nei mesi precedenti aveva raggiunto una certa notorietà per le sue apparizioni in programmi televisivi con grande audience. Iglesias non ha presentato un partito o una coalizione tradizionale, ma quello che lui chiamava “un metodo partecipativo aperto a tutti i cittadini”. Cinque mesi più tardi e dopo un’ascesa folgorante, Podemos diventava la grande sorpresa delle elezioni europee ottenendo l’8% dei voti e cinque deputati. Eppure, Iglesias dichiarò che non riteneva soddisfacenti i risultati: “Abbiamo percorso una lunga strada e abbiamo sorpreso la casta, ma il compito che cisi presenta da domani è enorme (…). Podemos non è nato per avere il ruolo di un cameo, siamo nati per raggiungere tutti e raggiungeremo tutti. ” Non era spavalderia. Pochi mesi dopo, Podemos diventava il primo partito nelle intenzioni di voto nei sondaggi.

Nel suo anno e mezzo di vita, questa formazione ha rivoluzionato la vita politica spagnola. Il suo merito principale è stato superare l’impasse che sembravano aver raggiunto le mobilitazioni popolari nate all’ombra del 15-m [Movimento 15-m noto anche come movimento de los Indignados ndr] e, più in generale, di superare i limiti tradizionali della sinistra, offrendo un’espressione elettorale di successo utile all’onda del cambiamento. Il movimento degli Indignados è riuscito ad articolare il malessere diffuso causato dalla crisi politica ed economica con un discorso democratico che ha sfidato il consenso su cui l’egemonia delle élites economiche e sociali spagnole si era stabilita negli ultimi decenni. Ma non è stata in grado di sviluppare forme organizzative durature e non è riuscita a fermare i tagli imposti dall’ “austericidio”.

Né i partiti, i sindacati e i movimenti sociali sembravano in grado di trasformare questa rabbia, questa indignazione in uno strumento per il cambiamento istituzionale. Il pericolo che si intuiva alla fine del 2013 era che l’impasse avrebbe portato ad una gestione della crisi “dall’alto” che avrebbe mantenuto lo status quo.

L’emergere di Podemos ha cambiato completamente questo scenario spingendo la finestra di opportunità socchiusa e costringendo tutti gli attori a posizionarsi di fronte all’emergenza in atto.

Ma Podemos non solo ha trasformato il panorama politico spagnolo, ma ha anche portato alla luce opportunità, dilemmi e rischi che incidono sull’intera sinistra europea. Nel migliore dei casi, potrebbe annunciare, con Syriza, la costruzione di un polo di antagonismo alla neoliberale Unione Europea da parte dei paesi dell’Europa meridionale.

La crisi del “regime del ’78” e la fine del miracolo spagnolo

Il labirinto politico spagnolo può essere compreso solo alla luce della profonda crisi economica che attraversa il paese dal 2008.

Lo scoppio della crisi dei mutui subprime ha avuto un violento impatto sull’economia spagnola, che aveva vissuto in un enorme bolla immobiliare in tutto il decennio precedente. L’illusione che questo fosse un intoppo temporaneo, dopo del quale sarebbe tornata la neoliberista belle époque, è presto svanita. Negli ultimi quattro anni il tasso medio di disoccupazione è stato quasi del 25%, più della metà dei disoccupati sono disoccupati di lunga durata e quasi un milione di persone vive in famiglie in cui tutti i membri sono disoccupati. La disuguaglianza è cresciuta in maggior misura più che in qualsiasi paese europeo, il tasso di povertà era intorno al 20% e ci sono stati quasi 100.000 sfratti annuali. Se il boom immobiliare ha rovinato il paesaggio naturale, la crisi ha spazzato il paesaggio sociale.
Ma la crisi economica è diventata una crisi politica. Negli ultimi cinque anni, la cittadinanza ha cominciato a mettere in discussione non più solo uno o l’altro dei due partiti principali (Partito Popolare [PP] e Partito Socialista dei Lavoratori Spagnoli [PSOE]), ma tutti gli attori e le istituzioni del sistema politico i cui deficit democratici sono stati evidenziati dalla crisi e dai continui scandali di corruzione. Allo stesso modo, si è esteso un diffuso sentimento anti-politico, ideologicamente trasversale, migliore esempio del quale è stata l’ampia diffusione che nei social network aveva una notizia completamente falsa: che i politici in Spagna fossero 445.568.

Ciò che era in crisi è il cosiddetto “regime del ’78” (così chiamato per l’anno in cui la Costituzione spagnola è stata approvata): un insieme di consensi politici, economici e culturali nati con la transizione alla democrazia in Spagna e che per tre decenni hanno permesso alle élites economiche e politiche di gestire con relativo successo i conflitti lavorativi, territoriali. Tra il 1975, con la morte del dittatore Francisco Franco, e il 1982, quando si è verificata la prima vittoria elettorale del PSOE, si è consolidata una struttura di potere che ha tracciato il confine di ciò che si considerava politicamente fattibile, che ha limitato la democratizzazione delle istituzioni politiche spagnole e ha impedito uno sviluppo più egualitario. Questa struttura di potere è stato perpetuata per decenni sotto i governi del PSOE e il PP.

I governi del PSOE (1982-1996) consolidarono il modello di transizione. E’ stata una lunga egemonia politica che finì per plasmare il paese e che può essere considerata un esempio pionieristico della via socialdemocratica al neoliberismo. Quasi dal primo giorno, il governo di Felipe González tenne in un cassetto il suo programma keynesiano e mise la politica economica nelle mani di due ministri legati alle élites bancarie – Miguel Boyer e Carlos Solchaga-. Il risultato è stata l’applicazione di ricette ortodosse di aggiustamento e riduzione dell’ inflazione in forma e in modo molto più deciso che in altre esperienze europee meridionali. Con una disoccupazione superiore al 20%, la Spagna è diventata un laboratorio neoliberista e benchè sia vero che i progressi sono stati fatti nello sviluppo di un incipiente Stato Sociale, questi sono risultati notevolmente timidi.

L’aspetto più negativo della politica economica socialista è stata senza dubbio la deregolamentazione del mercato del lavoro, che ha innescato il lavoro interinale al 30%, indebolito i sindacati e consolidato il modello ereditato di “bassa produttività, bassi salari”. Allo stesso tempo, la liberalizzazione degli affitti delle case ha posto le basi della futura bolla speculativa. Le dichiarazioni che resero famoso il ministro Solchaga – “La Spagna è il paese al mondo dove è più facile arricchirsi rapidamente” o “la migliore politica industriale è quella che non esiste” – riassumono lo spirito di celebrazione della ricchezza e di sfiducia nei confronti dello Stato di quello che più tardi divenne noto come la “terza via” che i leader socialisti hanno sostenuto con orgoglio.

Quando il PP è salito al potere nel 1996, aiutato dagli scandali di corruzione che hanno afflitto il PSOE e dal suo confrontarsi con i sindacati, si è ritrovato in una congiuntura internazionale favorevole che gli ha permesso di mantenere, con piccoli cambiamenti nella politica economica, un modello produttivo basato sul turismo e sulle costruzioni. Il risultato è stato un enorme bolla immobiliare che ha alimentato l’idea di un miracolo economico spagnolo. Ma per quanto lo slogan di quegli anni fosse “La Spagna sta andando bene,” il fatto è che tra il 1995 e il 2007 i salari reali ristagnavano e diminuiva drasticamente la partecipazione dei lavoratori al reddito nazionale. La chiave per l’effetto ricchezza vissuto dalla popolazione sta in quello che venne chiamato “keynesismo del prezzo degli asset immobiliari”. La sopravvalutazione degli immobili in un paese dove l’85% della popolazione possiede la propria casa e la possibilità di ottenere un prestito grazie al credito a buon mercato ha creato l’illusione collettiva di un capitalismo popolare in cui la scarsità aveva lasciato il passo alla ricchezza .

L’avvento al potere di José Luis Rodríguez Zapatero nel 2004, causata principalmente dall’arrogante guerrafondaio PP in Iraq e dalla sua gestione manipolativa degli attentati islamisti dell’ 11 Marzo [attentati del’11 marzo 2004 a Madrid. Ndr], è stato il culmine di questa belle époque. I successi di Zapatero in materia di diritti civili come il matrimonio tra persone dello stesso sesso, devono essere riconosciuti, ma in politica economica sociale e del lavoro i cambiamenti furono superficiali. La bolla scoppiò bruscamente nel 2008 e finirono le illusioni. Ma si dovettero aspettare tre anni, fino al 15 maggio 2011, perché una scintilla accendesse la prateria del malessere sociale e il “regime del ’78” cominciasse a mostrare le prime crepe.

Dagli Indignados a Podemos

La comparsa di Podemos è indissolubilmente legata a 15-m, il movimento degli Indignados del maggio 2011. Non c’è alcun collegamento organico tra i due fenomeni, ma il 15-m aprì opportunità politiche che il partito guidato da Pablo Iglesias ha saputo interpretare e cavalcare, considerando anche che molti dei suoi membri parteciparono attivamente a queste manifestazioni.

Domenica 15 Maggio 2011, una settimana prima delle elezioni comunali e regionali vennero organizzate una serie di manifestazioni in oltre 50 città in tutta la Spagna, con lo slogan “Noi non siamo merce nelle mani di politici e banchieri“. L’iniziativa è partita da Democracia Real Ya, una piccola associazione con pochi mesi di vita molto critica con la politica istituzionale, ma anche lontana dalla militanza di sinistra. La manifestazione a Madrid è stata la più importante, riunendo decine di migliaia di persone. Quando finì, 40 persone decisero di accamparsi a Puerta del Sol, la piazza principale del centro storico di Madrid, e passare la notte lì.

L’occupazione ha avuto uno spettacolare effetto valanga. Poco dopo, migliaia di persone si stabilirono a Puerta del Sol e le occupazioni vennero replicate in decine di città in tutta la Spagna. Si costituirono assemblee di cittadini e si crearono numerose commissioni e gruppi di lavoro.

L’ideologia comune si fondava sul più profondo rifiuto del bipartitismo, sulla rivendicazione di partecipazione politica diretta, sulla condanna delle misure di austerità e sulla critica alla speculazione finanziaria. Organizzativamente, il movimento fu caratterizzato dalla orizzontalità assembleare e, di fatto, nonostante l’intensa presenza dei media, non generò leaders o capi visibili. Per quanto riguarda la composizione sociale, metteva in evidenza il ruolo degli studenti universitari della classe media con aspettative non realizzate, ma il movimento ha scatenato una intensa simpatia tra la maggioranza dei cittadini.

Una parte della sinistra tradizionale ha osservato con scetticismo il 15-m.

Il movimento sottolineava la democrazia prima che l’antagonismo di classe, la partecipazione diretta e il consenso contro la partigianeria, la centralità di una nozione arricchita del concetto di cittadinanza contro le linee politiche convenzionali di destra e di sinistra. Tuttavia, il 15-m ha consentito anche a molti ex attivisti disincantati il ritorno alla politica attiva.

A sua volta, la presenza di questi attivisti ha dato stabilità al 15-m e ha permesso ai discorsi enunciati dalla sinistra alternativa nel corso degli ultimi decenni, di venire fatti propri da una moltitudine di persone refrattaria agli stessi fino a quel momento.

Il successo di Podemos è sicuramente legato al modo in cui il 15-m produsse un profondo cambiamento nel comune senso politico, uno spostamento di quello che la maggioranza sociale considerava necessario, desiderabile, o almeno possibile. Tuttavia, il successo del movimento, la sua capacità di mettere in discussione il consenso del “regime del ’78” contrasta con il suo fallimento organizzativo: non riuscì a cristallizzarsi in forme capaci di produrre cambiamenti istituzionali efficaci.

Nonostante questo, ha prodotto grandi manifestazioni popolari (maree in difesa dell’istruzione e della sanità pubblica, la Piattaforma delle Vittime del Mutuo o la Marcia della Dignità), che tuttavia, spesso si scontravano con il muro istituzionale di un sistema politico poco ricettivo. In questo contesto di impasse, l’ascesa elettorale di Syriza in Grecia – una forza con aspirazioni maggioritarie che esplicitamente difendeva il mancato pagamento del debito illegittimo – è diventato un punto di riferimento per l’uso del ciclo elettorale 2014-2015 (elezioni europee di maggio 2014, comunali e regionali maggio 2015 e generali di autunno 2015) per tradurre la mobilitazione in voti. Izquierda Unida era l’organizzazione più adatta per guidare una Syriza spagnola, ma la sua ala conservatrice ha chiuso la porta a questa possibilità, preferendo assicurarsi una moderata crescita elettorale in vista dei futuri patti con il PSOE invece di imbarcarsi nella propria rifondazione difesa dal settore più vicino allo spirito del 15-m, guidato da Alberto Garzón.

Queste erano le circostanze in cui un giovane insegnante, assiduo partecipante a talk show televisivi, ha deciso di fare un passo avanti.

Dalla televisione al populismo di sinistra.

Il progetto di Podemos ha cominciato a prendere forma nell’autunno del 2013 tra Izquierda Anticapitalista e un piccolo gruppo di professori di scienze politiche presso l’Università Complutense di Madrid. Izquierda Anticapitalista era un piccolo partito trotskista che aveva lasciato Izquierda Unida nel 2008. Ha fornito il muscolo organizzativo che ha permesso a Podemos di muovere i suoi primi passi, ma ben presto è stata messa spalle al muro a favore del gruppo di insegnanti. Molti di loro – come Pablo Iglesias – erano ex militanti o collaboratori di IU, un gruppo che guardava a Podemos con un misto di indifferenza e disprezzo. Negli ultimi dieci anni, questi insegnanti avevano consigliato i governi latino-americani del Venezuela, Bolivia ed Ecuador.

Le lezioni apprese da quell’esperienza rappresentarono la principale fonte di ispirazione politica. Si trattava, come ha scritto il suo ideologo capo, il giovane Iñigo Errejón (31 anni), di trasferire le rotture populiste latinoamericane nel contesto spagnolo ed europeo.

Podemos iniziò con un patrimonio fondamentale. In tutto il 2013, Pablo Iglesias era diventato un personaggio televisivo popolare. Dall’inizio della crisi, la televisione spagnola aveva prodotto un boom di tribune politiche.

Iglesias riuscì ad aprirsi un varco con le sue incursioni in quelle trasmissioni in modo molto efficace, al punto che l’audience saliva quando vi partecipava. Il suo segreto era una critica non troppo originale, ma diretta, empatica e genuina, perfetta per intervenire in ambiti semplici e lontano da argomenti accademici.

Non c’era nulla di improvvisato in questa strategia. Si tratta di un progetto a lungo termine che il circolo intorno a Iglesias ha elaborato per anni per contrastare il pregiudizio secondo il quale la televisione è inaccessibile o superata da internet e dai social network.

La verità è che, almeno in Spagna, la costruzione del consenso politico passa ancora in gran parte dai media tradizionali: il 60% della popolazione preferisce la televisione come fonte di informazione politica. Così, nel 2010 Iglesias ha creato un progetto televisivo controegemonico e d’ispirazione esplicitamente gramsciana: la tuerka. E’ stato uno show televisivo da cui ha cercato di diffondere le idee della sinistra in un linguaggio adatto al senso comune della maggioranza sociale. Benché trasmessa in un piccolo canale, è stata la scuola dove Iglesias ha imparato alcune delle chiavi di comunicazione che lo hanno reso una figura mediatica.

Tanto lo studio del “populismo” latinoamericano quanto la sovra esposizione mediatica hanno ingabbiato parecchio Podemos. La centralità di Iglesias nel progetto è stata controversa e difficile da gestire. Ad esempio, in occasione delle elezioni europee, Podemos scelse di stampare il volto di Iglesias sulla scheda elettorale in cui appare normalmente il logo del partito. Il motivo era semplice: secondo gli studi in mano al movimento, solo il 5% degli elettori conosceva il nome della formazione, mentre oltre il 50% sapeva chi fosse Iglesias (che ha lo stesso nome di chi ha fondato, nel 1879, il Partito Socialista). La decisione si dimostrò corretta, ma venne ridicolizzata da molti interpretandolo come un segno di narcisismo.

Allo stesso modo, sebbene il populismo sia un elemento centrale della sua strategia, ha evitato questa l’etichetta a causa delle sue connotazioni peggiorative (non a caso è stata l’accusa che con la quale lo hanno più attaccato). Podemos applica la logica discorsiva populista nel dividere lo spazio in due schieramenti politici contrapposti: il popolo contro l’elite che si è appropriata delle istituzioni. La sfida generale all’establishment apre la possibilità di articolare una unità popolare ampia e inclusiva che superi le lealtà preesistenti. Ma questo può essere fatto da prospettive molto diverse, a seconda del contenuto con cui la forma discorsiva è riempita.

Quello di Podemos è senza dubbio una “populismo di sinistra.”

Le sue proposte, dalla revisione e ristrutturazione del debito estero alla riforma fiscale o l’intervento progressivo dello Stato nell’economia, formano parte del patrimonio di questa tradizione politica.

Tuttavia, la strategia populista di Podemos è consistita proprio nel non presentarsi come “di sinistra”. Il suo obiettivo non era quello di occupare la parte sinistra della scacchiera politica, ma pulire la scacchiera stessa e giocare con nuove regole: non parlare di sinistra e di destra, ma di sotto e sopra o di nuova e vecchia politica. Nel contesto spagnolo, l’immagine pubblica della “sinistra” è stata spesso associata con l’ establishment del vecchio regime (il PSOE, la leadership dell’Unione generale dei lavoratori dei sindacati [UGT e CCOO] [CCOO], e anche una parte di IU) e, in ogni caso, non aveva grande potere di mobilitazione.

Seguendo da vicino la tesi di Ernesto Laclau, i promotori di Podemos hanno cercato di articolare un soggetto il più ampio possibile a partire dal malessere sociale amorfo e, a tal fine, si sono rivolti ai cosiddetti “significantes vacìos” poco connotati, che mettevano in palio lealtà divisorie pre-esistenti e consentivano di mobilitare una “maggioranza sociale” grazie a loro.

I nuovi soggetti politici: “la gente” e “la casta”

Nonostante l’enorme malcontento e la mancanza di legittimità causato dalla crisi, non è stato facile forgiare un “noi” in un contesto multinazionale, come quello spagnolo, in cui concetti come “patria” mantengono ancora un certo gusto conservatore. In queste circostanze, i significanti scelti da Podemos furono la “gente” contro “la casta”.

Il secondo concetto, precedentemente impiegato da Beppe Grillo in Italia, ha avuto un successo innegabile ed è stato incorporato nel linguaggio quotidiano.

E’ servito per dare un nome al nemico al quale si contrappone il progetto di Podemos. La “casta” è un amalgama di politici, grandi imprese, i media, gli speculatori e gli altri gruppi privilegiati. Si tratta di una categoria diffusa – un significante galleggiante – a cui tutti, da quelli con una certa coscienza di classe a coloro che abbracciano antipolitica, possono rivolgersi per esprimere la loro indignazione contro l’ establishment.

Allo stesso tempo, Podemos ha fatto uno sforzo sistematico per contenere o eludere i riferimenti di sinistra che, spontaneamente, avrebbero potuto apparire nel suo discorso, senza esprimersi troppo nei conflitti molto marcati ideologicamente come la questione monarchia-repubblica, come la regolamentazione dell’ aborto o come il problema catalano. L’obiettivo era quello di superare gli elementi di divisione sociale destinati a formare il malcontento diffuso.

Ma per quanto l’obiettivo di Podemos sia conquistare la “centralità” della scacchiera politica rompendo i confini dell’asse destra-sinistra, la verità è che il suo elettorato è sostanzialmente di sinistra.

Cioè, Podemos non ha ricevuto l’ eterogeneo sostegno elettorale che ha ottenuto un partito come il Movimento 5 stelle in Italia.

Il suo modello di crescita elettorale riproduce il profilo del PSOE negli ultimi tre decenni: lungo l’asse della auto-identificazione ideologica (da 1 a 10, dove 1 è molto di sinistra e 9 molto di destra), il 25% si situa nel 1- 2, 48% nel 3-4 e il 18% 5-6.

Comunque, anche se i suoi sostenitori non sono così “trasversali”, come suggerisce il suo discorso, Podemos è riuscita a mettersi al centro della sinistra e a graffiare voti dai settori non ideologicizzati. Questa quadratura del cerchio è stata possibile grazie ad un intervento molto misurato che, da un lato, rifiuta di trovarsi a sinistra, ma dall’altra, evita di cadere nel “non siamo né di destra né di sinistra” o nell’antipolitica.

Un ottimo modo di esprimere questo concetto sta nella frase che spesso viene ripetuta da Iglesias: “Il potere non teme la sinistra, ma il popolo“.

Finora, il risultato è stato straordinariamente efficace. Podemos ha avuto una crescita spettacolare nei sondaggi elettorali e ha raggiunto il PP e il PSOE, anche se ha subito un rallentamento negli ultimi mesi (nelle elezioni regionali di maggio ha raccolto il 15% dei voti, ma si trattava di una elezione particolare, sfavorevole per una forza con limitato impianto territoriale e senza noti leader regionali).

In particolare, il suo sostegno elettorale è notevolmente interclassista, cosa non sorprendente se si considera che il voto di classe in Spagna è meno rilevante che altrove ed è diminuito negli ultimi decenni; anche se è vero che nel corso del tempo Podemos ha guadagnato maggiore sostegno tra i settori più colpiti dalla crisi.

Partito – Movimento o macchina da guerra elettorale

L’uso strategico dei media da parte di Iglesias si adatta ad un altro aspetto ambiguo della strategia di Podemos. Fin dall’inizio ha portato avanti un discorso orizzontale e assembleista che faceva appello a persone con un’aspirazione chiara a promuovere un cambiamento politico “dall’alto”, a creare una “macchina da guerra elettorale” in grado di prendere d’assalto le urne.

Uno dei motivi per cui Podemos è riuscito a connettersi con il malcontento sociale mobilitato dal 15-M era la loro insistenza sulla partecipazione cittadina come elemento centrale per la ricostruzione dello spazio politico sequestrato dai mercati e dall’ establishment. Ed è vero che Podemos ha generato una grande effervescenza sociale: ha creato più di 900 circoli, vi è stato un intenso controllo pubblico dei vari programmi e progetti dell’organizzazione, decine di migliaia di persone hanno partecipato alle votazioni via Internet … Però allo stesso tempo, il suo successo non può essere compreso se non si nota che, sotto la retorica di “metodo aperto” e di “partecipazione” c’era un piccolo e coeso gruppo dirigente con le idee molto chiare.

Senza questo centralismo a tinte leniniste, tali risultati non sarebbero stati possibili (un “amichevole leninismo” lo ha chiamato Juan Carlos Monedero, un altro fondatore, oggi lontano dalla direzione della formazione).

Lo stretto calendario elettorale 2014-2015 ha accelerato questa contraddizione. Podemos ha dovuto costruire a tutta velocità una organizzazione e una ideologia in grado di sfruttare la struttura di opportunità elettorale che si è aperta, vasta ma forse fugace. Questo ha minato il progetto di creare un contropotere popolare, la costruzione “dal basso” di un tessuto politico e sociale in grado di responsabilizzare direttamente la gente. Ed Errejón stesso ha chiarito in un’intervista che è ingenuo affidare un ruolo di primo piano ai movimenti sociali e che la priorità ora è “la battaglia politico-elettorale” e “fare della lotta di Stato.”

Nell’ autunno 2014, Podemos ha organizzato una Assemblea Cittadina nella quale si sono stabiliti i suoi principi politici e sono stati scelte le persone che avrebbero guidato l’organizzazione. Le circostanze per costruire un partito da zero non erano le più idonee: non avevano quadri con esperienza, la sua struttura territoriale era scarsa e la base mancava di una cultura politica comune, per non parlare della persecuzione costante della maggior parte dei media. Il dibattito organizzativo, che ha coinvolto presenzialmente o digitalmente migliaia di persone, è stato intenso e trasparente. Ma il modello di partito approvato era molto convenzionale – un segretario generale, un comitato esecutivo e uno centrale – e oltretutto utilizzava un sistema maggioritario di liste aperte per l’elezione di quegli organi, che dava tutto il potere al vincitore.

Nell’ Assemblea Cittadina le tesi difese da parte del settore di Iglesias si sono imposte rispetto ad alternative più innovative e orizzontali che comprendevano l’uso del sorteggio per ricoprire alcune delle posizioni di responsabilità e che davano maggiore risalto ai circoli di base. Il processo ha portato a un interessante dibattito su quale modello era più democratico.

Gli elettori che hanno preso le decisioni in Assemblea non erano solo militanti coinvolti nei circoli, ma anche qualsiasi simpatizzante che volesse dedicare qualche minuto per registrarsi via Internet. Lo fecero circa 100.000 persone, di cui l’81% scelse il modello organizzativo “ufficiale” e l’88% scelse Pablo Iglesias come segretario generale.

L’asimmetria tra l’ intenso attivismo dei membri dei circoli, relativamente poco numerosi, e una grande massa di sostenitori poco impegnati nella vita quotidiana dell’organizzazione ha posto un dilemma imbarazzante.

Come suggerito da uno dei firmatari del manifesto fondativo di Podemos, in questo contesto, una maggiore capacità di intervento della base del partito avrebbe potuto dar luogo a un “elitismo democratico” che mirava a “trasformare tutti i cittadini in attivisti permanenti e privilegiava la militanza minoritaria come fonte di decisioni sovrane “.

Così, la maggioranza sociale, priva delle risorse (tempo, capitale simbolico e militante, interessi, ecc) che hanno gli attivisti rimarrebbe emarginata dal processo decisionale. Tuttavia, non è chiaro che il potere di cui vengono privati i militanti più attivi viene traslato a un livello più ampio di simpatizzanti e che non finisce, di fatto, nelle mani della direzione del partito. In un certo modo, questa seconda ipotesi è ciò che suggerisce la letteratura sui partiti politici, che ha visto un fenomeno simile negli ultimi due decenni: uno svuotamento della struttura di partito, favorito dall’uso di feedback aperti che sotto un aspetto democratico, concentrano il potere nelle mani della direzione.

L’uso intensivo delle nuove tecnologie che ha fatto Podemos (come le applicazioni Reddit o Appgree ) è un’innovazione promettente, ma non impedisce questa possibile deriva plebiscitaria; al contrario, c’è il rischio di nasconderla sotto il cyberfeticismo e di riprodurre politicamente il divario digitale. Votare dal cellulare o commentare in internet non significa avere un potere reale sul processo decisionale.

Prospettive future

Nemmeno i suoi più grandi critici negano che Pablo Iglesias e Podemos hanno saputo capire particolarmente bene sia la crisi di legittimità delle istituzioni spagnole che le nuove forme di intervento politico venute alla luce durante il 15-m.

In pochissimo tempo, hanno creato uno strumento che ha rotto le dinamiche tradizionali della sinistra ed è diventato il centro del dibattito politico, navigando con successo tra le correnti di rabbia e disaffezione che hanno scosso la società spagnola.

La migliore misura di questo successo possono essere le reazioni che ha provocato.

Podemos è diventato il ​​bersaglio di numerosi attacchi negli ultimi mesi e ha costretto il resto degli attori a posizionarsi davanti ala movimento e far proprio il suo linguaggio. Podemos ha anche seminato la preoccupazione del potere finanziario e costretto soggetti come la famiglia reale o il Psoe ad accelerare il suo rinnovamento. Ma la reazione più notevole tra le fila del “regime del 78” è stata l’incursione improvvisa in politica nazionale di Ciudadanos: una formazione ideologicamente ambigua, che soddisfa il desiderio delle grandi potenze economiche e dei media che l’ hanno promossa: creare “una sorta di Podemos di destra”, per usare l’espressione del presidente del Banco Sabadell.

In pochi mesi, Ciudadanos, che ha una storia di un decennio nella politica catalana, ha occupato il vuoto lasciato da Podemos per diventare la quarta forza, assumendo due delle sue attività (l’ambiguità ideologica e la bandiera della nuova politica) e distinguendosi dal suo avversario con moderazione, espressa nel motto di “cambiamento sensibile e vitale.”

Ma l’effetto più importante di Ciudadanos non è aver fermato la crescita elettorale di Podemos a favore del centro ideologico ma quello di aver trasformato la scena politica per la seconda volta in poco tempo, in un modo sfavorevole alla strategia populista: al posto di un campo di battaglia polarizzato tra Podemos e la “casta”, il nuovo scenario è attraversato da due linee di demarcazione (sinistra/destra e nuova/vecchia politica) che frammentano il sistema dei partiti in quattro forze disuguali.

In questo scenario, il PP ha perso un sacco di sostegno a favore di Ciudadanos, il PSOE recupera parte della sua centralità grazie alla sua disponibilità a concordare con quasi tutti e Podemos non solo vede contrastato il suo piano iniziale di forzare una grande coalizione tra i suoi avversari per semplificare la disputa politica, ma deve anche combattere su più fronti.

Questo nuovo contesto può portare ad un altro turno strategico in Podemos, una sorta di party-in-progress che sta cambiando sin dalla sua fondazione.

In questo senso, occorrerà fare i conti con alcune delle debolezze ereditate dal 15-m, e più in generale, della democrazia spagnola, come la debolezza della società civile e il declino di classe e asse politico e affrontare alcuni dilemmi che, per ora grazie alla sua ascesa molto veloce, hanno avuto un impatto relativamente minore.

In primo luogo, è difficile pensare che l’organizzazione possa sopravvivere nel medio termine, senza militanza vertebrata territorialmente e identificata con il progetto, in grado di difendere il partito dai crescenti attacchi dei media e di mantenere elevati livelli di mobilitazione. La strategia del cambiare ” da sopra” seguita finora, così come l’esclusione di settori critici, può essere insufficiente o controproducente in questo senso.

In secondo luogo, Podemos dovrà ripensare la sua strategia di alleanze con altre organizzazioni di sinistra – in particolare, un IU in crisi – e con diverse iniziative civiche, come quelle con cui ha conquistato i comuni di Madrid e Barcellona nelle recenti elezioni comunali.

Si tratta di forze meno potenti di Podemos, ma che concentrano un certo numero di attivisti con esperienza e la cui confluenza in candidature più inclusive è in ​​grado di attrarre un appoggio sociale più ampio, soprattutto quando sono guidati da personalità carismatiche, come nel caso dell’attivista Ada Colau a Barcellona e dell’ex giudice Manuela Carmena a Madrid.

In terzo luogo, avrà bisogno di combinare la sua sfida al regime in termini populisti (“la gente” contro “la casta”), con la partecipazione istituzionale e lo sviluppo programmatico delle loro proposte.

Forse la più grande sfida che Podemos deve affrontare è la debolezza del movimento operaio e la centralità dei discorsi di classe media nella politica spagnola. E’ stata resa popolare l’idea che le classi medie siano le più colpiti dalla crisi, anche se la realtà empirica smentisce questa credenza (il salario del decili a basso reddito sono scesi tre volte quelli dei decili di reddito medio).

I movimenti sociali si sono visti spazzati via da questo dinamica “della classe media”. Né il 15-m e le grandi mobilitazioni successive sono riuscite nella grande impresa di addentrarsi o di essere ascoltate nel mondo del lavoro (in aggiunta, nonostante la visibilità di alcuni scioperi, il numero di ore non lavorate non è aumentato nel corso di questi anni). Né hanno raggiunto i lavoratori migranti (oltre il 10% della popolazione spagnola), sicuramente il gruppo più colpito dalla crisi economica e dai tagli sociali.

Invece, i discorsi critici meglio ricevuti sono stati quelli che denunciavano la situazione degli studenti universitari della classe media universitari che hanno visto le loro aspettative frustrate e che devono migrare verso altri paesi europei.

Al momento, Podemos si è adattato a questa situazione.

I suoi portavoce quasi mai si riferiscono alla classe sociale e, invece, di solito strizzano l’occhio ai piccoli imprenditori autonomi .

Sicuramente si tratta di una strategia elettorale intelligente, ma è difficile immaginare che un progetto di trasformazione sociale può permanentemente evitare conflitti di classe.

La prospettiva di una possibile vittoria elettorale di Podemos in futuro pone anche domande su come il cambiamento può essere previsto. Finora Podemos si è alimentata della frustrazione generata sia la crisi economica che dalla perdita di legittimità del quadro politico ereditato. La situazione politica ha aiutato.

Negli ultimi mesi sono venuti a galla innumerevoli scandali di corruzione che coinvolgono i più alti livelli, come la famiglia reale o il partito al governo. In questo contesto di decomposizione, un discorso che fa appello alla “decenza” contro l’usurpazione dello spazio pubblico da una coalizione spuria di interessi politici e finanziari è una proposta vincente.

Ma è certamente un programma minimo molto modesto.

L’idea di un ‘processo costituzionale’ è promettente, ma, almeno per ora, piuttosto diffusa.

Nel complesso, un orizzonte ragionevole a breve termine è uno scenario post-neoliberale con le politiche pubbliche incentrate sulla ridistribuzione della ricchezza e la rigenerazione delle istituzioni. Non c’è dubbio che un programma del genere non soddisfa le aspirazioni della sinistra rivoluzionaria, ma fornisce una vera e propria opportunità per porre fine al saccheggio a cui è stato sottoposto il paese negli ultimi decenni e ai deficit democratici del “regime del ’78”.

Tutte queste contraddizioni e le sfide non devono oscurare il fatto che Podemos ha aperto una finestra di opportunità politica con effetti inaspettati e imprevedibili. Per la prima volta da decenni, una sinistra istruita alla sconfitta si ritrova in grado di fare appello a una maggioranza sociale per renderla protagonista di un profondo cambiamento. Inoltre, come è avvenuto in America Latina agli inizi del secolo, Podemos e Syriza potrebbero essere il seme di un cambiamento di egemonia su scala continentale.

Utilizzando il mancato pagamento del debito come leva, i PIIGS possono diventare un acceleratore di reazione nella democratizzazione che frammenti il controllo delle élites economiche e politiche dell’UE. Anche se la deriva greca avverte delle difficoltà di contrastare quelli che comandano oggi in Europa.

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