I fratelli Cervi. Martiri per la democrazia e la libertà

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di Luca SOLDI

“Le nuore mi si avvicinarono, e io piansi i figli miei. Poi, dopo il pianto, dissi: Dopo un raccolto ne viene un altro. Andiamo avanti”.

Il 28 dicembre di settantadue anni fa i sette fratelli della famiglia Cervi conclusero le loro giovani esistenze al poligono di tiro di Reggio Emilia.

I fascisti li misero al muro e li fucilarono. Il loro impegno, la storia e la loro fine rappresentano uno degli episodi che più è rimasto scolpito nella storia dell’antifascismo italiano. Un richiamo ancora attuale e vivo al valore della democrazia. Erano stati arrestati un mese prima. Ma nominare la parola “arrestati” è un’offesa all’intelligenza umana ed anche alla pur minima parvenza di governo che allora i nazisti e repubblichini avevano messo in piedi.

Diciamo pure in modo crudo, ma reale, che furono “strappati” ai loro cari, alla loro terra, ai sogni di una vita migliore. La famiglia Cervi, in quel podere di Praticello di Gattatico pieno di avvallamenti, aveva lavorato duramente. Avevano le mucche, allevavano piccioni ed anche le api che producevano un finissimo miele.

Addirittura, avevano comperato il primo trattore della zona ed inoltre avevano piantato per la prima volta in Emilia, l’uva americana.

I sette fratelli Cervi figli di Alcide si chiamavano, Gelindo, ( classe 1901); Antenore (1906); Aldo (1909); Ferdinando(1911); Agostino (1916); Ovidio (1918) ed infine Ettore (classe 1921).

Leggevano sui libri di nuove tecniche di coltivazione ed allevamento e facevano di tutto per applicare nella pratica della fatica quotidiana il loro impegno di studio.

Inutile dire che anche tutto questo aveva suscitato gelosie ed invidie che si sarebbero materializzate alimentando un vero e proprio clima di calunnia. Naturalmente la cosa che più di tutte attirò l’attenzione delle autorità fasciste fu il carattere profondamente democratico della famiglia.

Naturale che la famiglia Cervi si considerasse antifascista, sia il padre Alcide che la madre Genoeffa Cocconi, donna di sincera fede cattolica, che i figli con le loro famiglie. Con il trascorrere del tempo, divennero sempre più stretti i contatti con il movimento antifascista e partigiano tanto che già dall’inizio della guerra, la loro casa divenne un rifugio per i prigionieri alleati fuggiti dai campi di prigionia.

Uno fra tutti fu il russo Anatolij Tarasov, fidato compagno dei sette fratelli ed attivissimo partigiano nella Resistenza.

Quando poi cadde il fascismo il 25 luglio 1943, la famiglia Cervi organizzò una grande festa, offrendo la famosa ” pastasciuttata ” a tutta la popolazione della zona. Una vera e propria festa sull’aia di casa con parenti, amici e compaesani. Un evento memorabile ricordato anche perché vennero cotti per l’occasione ben dieci quintali di pasta.

La popolarità dei Cervi, così, aveva ormai superato i confini di Gattatico tanto che divennero presto un punto di riferimento per i democratici della zona.

Passato il periodo della speranza, per la fine della guerra, la tragica realtà prese il sopravvento. Lo Stato, il regno con tutte le sue strutture civili e militari si dissolse in un amen. Lasciando spazio all’imponente apparato militare tedesco presente in Italia. Così, ben presto, arrivarono i nazisti anche in Emilia ed i fascisti rialzarono la testa. L’impegno dei fratelli Cervi che era diventato sempre più convinto, importante ma decisamente rischioso.

La loro cascina, la cantina ed il loro fienile divennero depositi per le armi dei partigiani che andavano in montagna. Anche loro, seppur per un brevissimo periodo, provarono la via della macchia in montagna. Qui ebbero contatti con il parroco di Tapignola, Don Pasquino Borghi, ma ben presto si resero conto che la Resistenza in montagna non era ancora sufficientemente organizzata.

Così tornarono al casale, decisero che poteva essere più importante rimanere nel loro ambiente naturale, in pianura e qui mantenere i collegamenti con i primi reparti partigiani che via via andavano formandosi, nascondendo le armi e diffondendo la stampa clandestina.

Le rinate formazioni fasciste non tardarono molto a prenderli di mira. L’impegno dei fratelli Cervi era noto a tutti. Così, all’alba del 25 novembre 1943, un plotone di militi circondò l’edificio, in parte incendiandolo ed al termine della sparatoria i sette fratelli, dopo essersi arresi, vennero catturati e condotti al carcere politico dei Servi a Reggio Emilia.

Stessa sorte toccò al padre Alcide che non volle abbandonarli, al compagno partigiano Quarto Cimurri e ad alcuni ex prigionieri alleati. Alla fine il casale della famiglia venne completamente bruciata dai fascisti, con le donne ed i bambini abbandonati in strada. Papà Alcide era ancora in cella e non fu nemmeno informato quando i suoi figli furono condannati a morte e poi subito fucilati al poligono di tiro di Reggio. Esattamente la mattina, alle ore 6,30, del 28 dicembre 1943. “Dopo un raccolto ne viene un altro, bisogna andare avanti”.

Queste le parole del vecchio “Cide” ebbe a dire a nuore e nipoti, quando, tornato a casa dal carcere, seppe dalla moglie Genoeffa la tragica fine dei suoi ragazzi. Fu così che da quel giorno furono le donne dei Cervi a lavorare la terra con Alcide e con gli undici nipoti.

Nell’immediato dopoguerra, il Presidente della Repubblica, a nome del Paese, appuntò sul petto del vecchio patriarca le sette Medaglie d’Argento, simbolo del sacrificio dei suoi figli e del dolore di una famiglia.

Non solo, papà Cervi viaggiò in giro per il mondo, rappresentando la Resistenza italiana, partecipando alle grandi manifestazioni politiche, partigiane ed antifasciste. Alcide concluse la sua esistenza a 94 anni, il 27 marzo 1970.

A salutarlo una folla di oltre 200.000 persone che lo accompagnò nel suo ultimo viaggio.

Sandro Pertini, uno dei grandi pilastri della nostra democrazia, scriverà che la storia dei fratelli Cervi è “una testimonianza della perennità dei valori della Resistenza, fondamento del nostro consorzio civile“.

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