Non fidatevi del “pacificatore” Enrico Rossi

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di Riccardo ACHILLI

Il ciclo di Renzi si avvia, inevitabilmente, verso la sua involuzione.

Quando avrà riformato, nel senso militare del termine, ovvero dichiarati inabili ed inutili, i sindacati, quando avrà fatto la riforma fiscale per tagliare detrazioni e deduzioni ai redditi bassi, quando si sarà fatto incensare da un referendum sulle riforme che potrebbe vincere, in un Paese esausto, Renzi perderà la sua ragion d’essere politica.

Senza l’azione frenetica, senza l’attivismo manicomiale, senza una cultura politica ed una visione a sorreggerlo, Renzi non può trasformarsi nel grigio amministratore dell’Italia da lui “riformata”.

Servirà, per il dopo, un “pacificatore”, cioè una figura che impedisca che sorga una reazione alle riforme renziane, quando esse inizieranno a produrre i loro effetti tangibili, ed il popolo italiano potrebbe uscire dal bovino torpore in cui tende a crogiolarsi per lunghi periodi della sua storia.

Il pacificatore non dovrà rimettere in discussione la ristrutturazione – o distruzione – renziana del Paese.

Dovrà dare un canale di gestione del malcontento sociale, dichiarando una tregua, amministrando le riforme fatte, limandone magari alcuni aspetti secondari, e spacciando queste innocue limature come conquiste sociali.

Dovrà cioè, al contempo, imbrigliare la rabbia sociale che sfocia nel voto ai grillini o a Salvini, ed impedire che nasca una sinistra di classe, che rimetta in discussione il sistema, iniziando dall’euroidiotismo.

Pertanto, dovrà cementare l’egemonia politica del Pd, il partito-sistema del Paese. E per fare questo dovrà recuperare i sinistrati del Pd, evitare che essi, per disperazione, non certo per ideali profondi, finiscano per accarezzare l’idea della fuoriuscita.

Naturalmente, questa area politica si compone di tre segmenti.

I postcomunisti che, per sete di potere, dalla Bolognina in poi si sono venduti alle ragioni del liberismo: predicano di sinistra senza avere il coraggio di parlare di socialismo, poi sostengono governi come quello di Monti.

Gente come D’Alema, Bersani, Cuperlo, Speranza. Poi c’è il segmento dei liberali senza casa politica che, come un’edera velenosa, infestano da sempre la sinistra italiana. Ed infine i nostalgici del tempo che fu, che rimangono dentro il partito, perché lo confondono con casa loro, borbottano contro la deriva del Pd però, incapaci di dare un senso diverso alla loro vita, friggono le salsicce alle feste dell’Unità.

Terrorizzati non dalla deriva liberista e criminale che il Pd ha impresso al Paese, ma dalla paura che la casa bruci, rovini, il partitone si disciolga, lasciandoli soli, come il resto dell’umanità, a dare una risposta al grande enigma della vita, senza una struttura che gliela fornisca.

Il primo ed il terzo segmento, che poi sono i più rilevanti dentro la sinistrosità democratica, sono quindi caratterizzati da un elemento comune. L’attaccamento al partito solido novecentesco. Ed a una disciplina politica totalizzante. I primi per opportunismo, i terzi per angoscia. Certo, anche per sacrosante ragioni politiche.

Il partito liquido anticipa la liquefazione della società, l’impotenza della politica e nuove forme di dittature plabiscitarie. Ma le sacrosante ragioni politiche non hanno senso dentro il Pd degli Odevaine, delle Boschi, dei Buzzi, degli Orfini. Sarebbe come cercare di spiegare le ragioni della tolleranza razziale in un raduno di neonazisti.

Ecco allora che sta per emergere la figura perfetta del “pacificatore”.

Enrico Rossi, incolore politico di provincia, sembra adatto alla bisogna. Resosi protagonista, come sindaco di Pontedera e come Presidente della Toscana, di fumosi progetti di attrazione di investimenti, inutili spending review, leggi elettorali ipermaggioritarie in stile Italikum, riforme sanitarie che riducono l’omogeneità territoriale dei servizi e tagliano il personale, fornisce le più ampie garanzie circa la sua assoluta adesione ai cardini del renzismo.

Ed al tempo stesso, come fa in una sua intervista al Manifesto, sempre pronto ad accogliere qualsiasi minima speranza di ritorno alla ricca greppia del Pd, rilancia con decisione i temi del partito solido, del superamento delle primarie aperte, di un partito popolare che dia voce al dibattito ed alla selezione della classe dirigente.

Ribadisco, onde evitare di essere frainteso: tutte cose sacrosante, ma che dette dentro una associazione paramafiosa come il Pd non hanno nessun senso. E che peraltro non hanno senso se non sono accompagnate da una idea di progresso sociale e di difesa degli interessi di classe degli oppressi. Infatti, dopo il panegirico sulla forma-partito, il Nostro si affretta a dire che il PCI, cui si iscrisse da giovane, era un partito autoreferenziale, per troppo tempo legato ad una dittatura. Il capitale stia tranquillo. I discorsi sulla forma-partito non preludono alla ricostruzione di un partito di sinistra. Solo a dare una giustificazione ai sinistrati del Pd per poter rimanere dentro una forza politica neoliberista e conservatrice nella sostanza, gentilmente progressista, con il progressismo dei piccoli borghesi che hanno fatto l’Erasmus, nella forma esteriore.

 

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