Tredicesima mensilità: chi dobbiamo veramente ringraziare?

azionestudenti

di Marcello COLASANTI

Il periodo natalizio coincide con il pagamento della tredicesima mensilità.
Puntualmente, fioccano articoli, post e fotografie di ringraziamento sui social network rivolti a Benito Mussolini per la concessione di questa “gratifica natalizia”.
Siamo sicuri che, per tale diritto, stiamo ringraziando la persona giusta?

IL CONTESTO STORICO

Nel 1937 gli Stati Uniti d’America caddero in un nuovo periodo di recessione dovuto al cambio di politiche economiche. Lo stesso presidente Franklin Delano Roosevelt, promotore del “New Deal” che contribuì all’uscita dalla precedente “Grande depressione” del 1929 con il contributo di politiche sociali e statali, credendo che la ripresa fosse completa, cambiò la politica economica della nazione tagliando le spese e alzando il prelievo fiscale.

Questa scelta riattivò il circolo vizioso che aveva scatenato la precedente recessione, stroncando la ripresa non ancora del tutto completa: di questa seconda depressione, sia gli studiosi di economia che il mondo prettamente economico, ha sempre erroneamente dato poca importanza (i paralleli con la situazione economica europea attuale sono molteplici, ne consiglio l’approfondimento).
Come nel 1929, la recessione arrivò fino in Europa e la ripercussione si sentì soprattutto sul costo del lavoro, aumentato vertiginosamente, e da una fuga di capitali all’estero. Per comprendere la portata della situazione, assolutamente non sottovalutabile, va ricordato come, per queste ragioni, il governo francese presieduto dal presidente Lèon Blum, cadde.

L’ITALIA

Nel 1936, l’anno precedente, l’Italia subentrò nella guerra civile spagnola, in aiuto al golpe dei nazionalisti di Francisco Franco; il supporto italiano, che durerà fino al 1939, porterà in Spagna nel biennio ’36-’37 quasi 50.000 italiani, in gran parte non volontari, a differenza di ciò che annuncia la propaganda di regime.
In un periodo così delicato, con la necessità italiana di dimostrare la potenza bellica anche al proprio alleato tedesco, una battuta d’arresto dovuta alla recessione, come sta avvenendo in Europa, proprio nel settore dell’industria in particolare quella pesante, è assolutamente da evitare.

LA “GRATIFICA NATALIZIA”

Cosi, nell’ottica di una stabilità industriale, con il Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro (CCNL) del 05/08/1937 art. 13, viene introdotta una “gratifica natalizia”, cioè una mensilità in più da corrispondere nel periodo natalizio ai soli impiegati del settore dell’industria.

Quindi, oltre che la gratifica non era per tutti i lavoratori ma solo per quelli del settore industria, non lo era nemmeno per tutti i lavoratori del suddetto settore, ma solo agli impiegati; gli operai, chi all’effettivo si trovava nelle fabbriche, non la percepiva.

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A proposito del documento “Abitare Bologna” dell’Associazione “La boa”

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di Claudio BAZZOCCHI

Propongo qui una lettura del documento presentato dall’Associazione La boa, che fa capo all’ex assessore alla cultura del Comune di Bologna Alberto Ronchi, in cui si fa il punto sul rapporto tra istituzioni e privato sociale a proposito di welfare e cultura a Bologna. Il documento è dunque particolarmente importante perché esce all’indomani della revoca delle deleghe all’assessore a seguito della vicenda Atlantide, che trova eco, seppur indirettamente, nel documento stesso.

Una strana lettura della postdemocrazia

Il documento si apre con una valutazione positiva dell’elezione diretta del sindaco e dell’autonomia della giunta dai partiti che avrebbero – a detta degli estensori del documento – ancora troppo potere di condizionamento assieme ai cosiddetti poteri forti della città.

Dunque, la sinistra dell’associazione La boa si pone in continuità diretta con le retoriche antipartitiche degli anni Novanta del secolo scorso, che hanno portato all’elezione diretta di sindaci e presidenti di regione e che hanno inferto un colpo mortale ai partiti e alla loro rappresentanza sul territorio a favore dei tecnici della cosiddetta società civile, delle persone dotate di visibilità mediatica (imprenditori, uomini e donne di spettacolo, professionisti) e di nessuna competenza amministrativa e vicinanza alla propria gente (cosa che invece i partiti garantivano), in un’ottica tipicamente postdemocratica che, a sua volta, ha sortito l’effetto di sottrarre autonomia alla politica e di concedere sempre più influenza – fino alla vera e propria coincidenza tra economia e politica, anche in termini di classe dirigente – ai poteri forti. Quindi, rileviamo che la lettura della postdemocrazia contemporanea è piuttosto confusa nel documento in oggetto e avvertiamo che non vi è alcuna preoccupazione circa la fine dei partiti e l’estrema debolezza dei corpi intermedi in genere.

Questo non deve sorprendere e lo capiremo proseguendo nella lettura del documento, anche se fa comunque impressione notare che un’associazione che si pone il tema della partecipazione cittadina non si periti di dedicare attenzione alla deriva postdemocratica della nostra società e alla conseguente crisi di rappresentanza dei corpi intermedi. D’altronde, noteremo che anche nell’analisi della produzione culturale all’interno di una città non viene spesa una parola non solo per la definizione di cultura – che viene data evidentemente per scontata – ma anche per l’analisi del rapporto tra industria culturale, divertimento, consumo, atomismo sociale, identità nazionale e conseguente degenerazione della cultura stessa a intrattenimento. Ma, come vedremo, anche questo non deve sorprenderci.

Proseguendo nella lettura del documento, possiamo leggere che l’accesso dei privati nel sistema del welfare e della cultura viene considerato come una risposta da incoraggiare a fronte della scarsità di risorse del pubblico e anzi si considera auspicabile anche uno snellimento della macchina comunale al fine di recuperare risorse da investire sul personale. Insomma meno dirigenti e meno assessori e più personale: siamo di fronte al solito refrain populista/liberista che vorrebbe la politica come zavorra dello sviluppo e del benessere di una comunità.

Come vedremo anche più avanti, il documento non mette in discussione, in alcun luogo, le politiche di austerità neoliberista che sottraggono risorse alle istituzioni pubbliche, ma si limita a prendere atto del calo di risorse per proporre ancora più intervento privato nelle politiche sociali e culturali.

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Sel a Bologna. Nessuna credibilità

bologna

di Claudio BAZZOCCHI

Come in altre parti d’Italia, anche a Bologna l’esperienza di Sinistra Ecologia e Libertà vide la marginalizzazione di tutti quelli che provenivano dal PCI o dai DS. Li si accusò di non capire il nuovo avanzante e persino di essere vecchi non solo ideologicamente, ma proprio di età, con quella retorica generazionale che connotava il vendolismo che procedeva dalla Puglia.

A quel punto, successe che tanti cosiddetti vecchi si accodarono al nuovo verbo per stare con la parte vincente, con il capo e il suo cerchio magico pugliese, e altri, invece, caparbiamente provarono a opporsi a quella retorica della modernizzazione in nome di una cultura che ancora voleva parlare di capitale e di lavoro, di liberazione del lavoro, di socialismo, di corpi intermedi, ecc…

Fu una resistenza che non ebbe grandi risultati, schiacciata dai sondaggi che dicevano che il capo di Bari poteva addirittura scalare il PD con le primarie (strategia sostanzialmente approvata al Congresso di Firenze, quello per cui non contava il partito ma la partita, cioè la scalata al PD).

Ora, succede che quel gruppo dirigente che seguiva il capo e le sue retoriche si spacca al proprio interno, dal momento che non ci sono più partite e neppure più il capo carismatico accreditato dai sondaggi. Ognuno prova a mettersi ai ripari come può: chi più a sinistra, chi più a destra.

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Sinistra: ultima fermata

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di Roberto RIZZARDI

Un anno fa, quando già si poteva presagire per il PD e il paese quello che è poi effettivamente accaduto, svolgevo alcune considerazioni.
La necessità di una sinistra vera, di un attore politico che brilla per la sua assenza, nel frattempo è diventata ancora più pressante.
Qualcosa si sta muovendo, ed è ancora ai primi passi e potrebbe finire col fornire la “risposta mancante”.
Una strada lunga, difficile e irta di ostacoli, di rischi ideologici e passibile di vecchie e perniciose “abitudini comportamentali”, ma intanto il MovES muove i suoi primi passi.

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Dopo aver visto i risultati delle elezioni regionali in Emilia Romagna, ritengo che una forte astensione del popolo di sinistra fosse un passo imprescindibile, un messaggio inequivocabile e necessario per segnalare alla direzione PD che la misura è colma.  Sono dunque soddisfatto che il segnale sia partito.

Ora i casi sono due, o il PD trae le debite conseguenze oppure continua a “renzare” (mi si perdoni l’azzardato neologismo) e diventa definitivamente quella strana creatura liberal-centrista tanto cara a Squinzi e al blocco sociale da cui questi proviene. La seconda è, a mio parere, l’ipotesi al momento più probabile.

Ecco allora che si apre uno spazio potenziale a sinistra che però non potrà essere adeguatamente sfruttato dai litigiosi epigoni di svariate ortodossie più o meno virtuose e insofferenti.
Finora tutti gli esperimenti di costituzione di una qualsivoglia formazione a sinistra del sempre più mutato PD hanno perfino faticato a spiccare il volo, non parliamo della possibilità di svilupparsi e incidere, funestati da accuse incrociate di tradimento ideologico, di deviazionismi di ogni tipo e qualità, di collusione col nemico e dalla pratica devastante delle mene egemoniche più viete e controproducenti, dimentichi di quanto queste ultime siano storicamente costate care al movimento operaio nel suo complesso.

La sinistra e le istanze operaie, del lavoro e delle classi popolari non sono più adeguatamente rappresentate e difese a livello politico, ed anche il sindacato fatica a sviluppare una efficace azione di protezione, costretto com’è a subire l’iniziativa di una classe padronale arrembante e ben ammanigliata.

 

I tempi sono veramente maturi per la nascita di una rappresentanza politica realmente di sinistra e con una certa capacità di incidere.  Gli elettori hanno chiaramente detto che “vincere” (che suono mussoliniano ha questa parola) non è sufficiente, che l’occupazione delle giuste poltrone non può ripagare dello scempio dei diritti così duramente conquistati e garantiti da quella che fu “la più bella Costituzione del mondo”.

Una Costituzione ora sconciata, disattesa e in procinto di essere ancor più disinnescata da sconsiderate, opportunistiche e presunte “riforme costituzionali” che, in realtà, sono una autentica restaurazione di uno status quo ante che ci riporta ai primi del ‘900.

Il PD è occupato da una dirigenza che non presenta elementi di continuità con quello che fu il partito che univa le istanze socialiste a quelle della sinistra democristiana. La situazione, italiana, europea e mondiale vira sempre di più verso un assetto iperliberista, dove la mercificazione e la sostituzione dei diritti con privilegi esclusivi avanzano sempre più incontenibili.  Una situazione che crea scompensi e disuguaglianze, che acutizza disagi e risentimenti. Una vera pacchia per il populismo e per la rozzezza della destra xenofoba e classista.

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Estetica dell’antifascismo? Punto di vista di un antifascista

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di Danny SIVO

L’antifascismo è una cosa seria e faccio fatica a parlarne su Facebook dove tutto viene frullato, digerito e metabolizzato.
Ieri l’antifascismo era notizia per la rumorosa contestazione a Giorgia Meloni a Bari con coda di polemiche su Michele Emiliano presente alla iniziativa che pare non abbia gradito. E’ seguita notizia e condivisioni: domani, temo non ne parlerà più nessuno.

Voglio condividere qualche riflessione controcorrente rispetto ai tanti a sinistra che hanno criticato il presidente della Giunta della Puglia.

Premessa: Per quanto mi riguarda, per essere antifascisti non è mai stato sufficiente essere “anti” ma occorreva “essere” anche qualcosa e quel qualcosa è quello che manca oggi. E non è un dettaglio. Non è colpa dei manifestanti, intendiamoci, ma se dobbiamo parlarne oltre i “tweet” ed i “like” lo dobbiamo provare a fare perbene individuando il “prevalente” delle nostre scarse e malmesse forze.

Innanzitutto dobbiamo ricordare che l’antifascismo, in Italia era fatto da esponenti di culture politiche organizzate in partiti: socialista, comunista, azionista, democristiano, liberale, repubblicano, ecc. Potremmo, anzi, dire che il fascismo è stata la risposta delle classi dominanti alla organizzazione in partiti delle masse popolari che chiedevano diritti ed avanzamenti sociali. Senza partiti che la organizzano, la democrazia, infatti, muore.
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E se partissimo dalla critica del maggioritario?

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di Claudio BAZZOCCHI

Sono giorni che tutti i giornali e commentatori parlano della frase di Fassina sul ballottaggio e sul M5S.

Purtroppo, quando si esce dal sistema elettorale proporzionale, gli attori politici e gli elettori sono investiti da valutazioni, commenti, tattiche e pettegolezzi che hanno ben poco di politico.

La politica cessa di essere visione del mondo – campo accidentato e tragico in cui ogni giorno provare a ricucire autorità e verità ed evitare così la dissoluzione nichilistica del non senso e della volontà di potenza nella convivenza civile – e si avventura nella giungla degli opportunismi, delle alleanze spurie per ottenere almeno un voto più degli avversari. E gli avversari politici non sono più portatori di visioni del mondo contrapposte con cui competere nella lotta etico-politica sull’idea di libertà e di mediazione tra individuo e Stato più affascinante, ma il nemico da schiacciare – appunto con un voto in più – nell’ottica della vittoria a tutti i costi a cui non può che portare il principio maggioritario.

Se la sinistra vuole riportare un minimo di civiltà politica nel nostro paese deve cominciare a rimettere in discussione il maggioritario e tornare a enunciare la nobiltà e la grandezza del proporzionale.

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Sinistra italiana al teatro Quirino? Ennesima operazione di paracadutismo

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di Antonio DITARANTO

Strano, ma rivedere nuovamente uniti Nichi Vendola e Paolo Ferrero, mi riporta indietro nel tempo alla notte dei lunghi coltelli di Chianciano, quando al congresso di Rifondazione che doveva sancire l’ascesa di Vendola al posto di segretario nazionale, fu proprio Ferrero a togliergli la gioia con una rocambolesca operazione di altissima strategia, alleandosi con l’inimmaginabile al solo scopo di impedirne l’ascesa.

Vendola e Ferrero nuovamente insieme, e con loro i Fassina e i fuorusciti dal PD, quelli stessi cioè che dopo aver assistito inermi – o partecipandovi anche da protagonisti con il loro voto complice in Parlamento – alla demolizione della nostra carta costituzionale, oggi paventano ripensamenti al solo scopo, a  mio avviso, di ricrearsi delle posizioni di rendita su altri lidi diversi da quelli del PD nel quale negli ultimi anni si sono inesorabilmente chiusi i rubinetti dai quali si abbeveravano.

Sinistra italiana, sinistrati o trombati, quella del teatro Quirino, altro non è che l’ennesimo tentativo di calare (paracadutare) dall’alto un soggetto politico che serve solo a scopi ed interessi personali  che nulla hanno a che spartire con la necessità e la domanda del popolo di sinistra di potersi finalmente riconoscere, nuovamente, in una comune casa del popolo.

Da tempo sostengo che non si può rifondare un soggetto della sinistra se prima non si riscoprono e si fanno propri i due valori fondamentali del nostro popolo che sono solidarietà e fratellanza.

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A cosa deve pensare una sinistra di trasformazione. A tagliare la testa al sovrano: la BCE

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di Massimo RIBAUDO

Dovrei scrivere un commento sulla riunione del nuovo gruppo alla Camera che si è presentato oggi al Teatro Quirino di Roma. Ero lì, ma è stato detto tutto da Franz Altomare in questo articolo pubblicato sul nostro blog la sera prima. E’ stato profetico: ed oggi, nessuna sorpresa. Siamo nella gabbia delle risorse scarse e bisogna arredarla. Il programma politico di destra crea due gabbie separate. Una per coloro che ancora pensano di essere vincenti e di potercela fare – sono di destra, animal spirit, uno su mille ce la fa, e ognuno di loro pensa di essere quell’uno e chi non ce la fa è un soggetto di meno con cui spartire la torta – e l’altra per chi dovrà chiedere aiuto. Agli amici, ai parenti, alla Chiesa, alle mafie. Cameron, Renzi, tutti i socialdemocratici alleatisi con i popolari stanno arredando “la gabbia” in questo modo qui.

Poi, ci sono Syriza, Podemos e anche coloro che oggi si sono riuniti per formare una sinistra italiana che ritengono di arredare la prigione con quadri con cieli azzurri e stelle per non far vedere che è una prigione. Per spingere, nella loro buona fede, alcuni partecipanti della città del business a redistribuire – difficile sapere come – parte della loro ricchezza agli sconfitti nella gara, agli “have not”. Certo, mediante i valori spirituali dell’onestà, della partecipazione, della condivisione, della solidarietà. Un po’ quello che fanno da millenni, come core business, anche le diverse chiese sparse per il pianeta. Unico modello economico concreto, i riferimenti a Keynes. Praticamente impossibili da gestire per uno Stato senza il controllo di una banca centrale. Senza una moneta politica.

Io vorrei uscire da questo scenario, abbastanza noioso per me, per riconoscere chi è il sovrano che ci tiene in gabbia.

Nessuno ha parlato delle affermazioni di Mario Draghi contenute nel suo discorso del 5 novembre 2015 agli studenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano. Futura classe dirigente, in cuor loro.

Affermazioni molto più gravi e dense di conseguenze di quelle che ascoltiamo dal Presidente del Consiglio. Di cui, credo, una sinistra in fase nascente dovrebbe parlare.

Il mandato della BCE, non è quello dello Stato italiano: “Mantenere la stabilità dei prezzi” non è “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese“.

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Il nuovo soggetto politico: il vecchio che avanza

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di Franz ALTOMARE

Se questo non è il ceto politico della sinistra, che si riferisce solo a se stesso, come altro si potrebbe chiamare?
Non è possibile davvero prendere sul serio una classe politica fallimentare e attenta solo a rigenerarsi con nuove chiacchiere e vecchi metodi.
Ma andiamo agli aspetti politici più salienti del nuovo soggetto che puntualmente appare in varie forme più o meno ad ogni tornata elettorale.

E’ talmente democratico e orientato a fare politiche dal basso che chi ha preso parte al tavolo riferisce l’intervento telefonico diretto dei “grandi capi”, il diritto di parola solo per i capidelegazione che hanno partorito un testo solo per gli addetti ai lavori, ambiguo sul passaggio elettorale e sulla collocazione europea.

Proprio così: ambiguo sul passaggio elettorale e sulla collocazione europea. Nessuna proposta concreta per la tragedia innominabile che si chiama LAVORO NEGATO, LAVORO PRECARIO, LAVORO SFRUTTATO, LAVORO SOTTOPAGATO, LAVORO SENZA DIRITTI, PENSIONI MINIME DA FAME.

Ci metteranno un anno a costruire il nuovo soggetto di carrieristi e riciclati complici da sempre col sistema e funzionali alla sua legittimazione.
Un anno per definirsi e raccontare alle persone che subiscono la crisi e a cui è negato il diritto ad una vita dignitosa che hanno dei problemi, come se non lo sapessero.

Un anno per dire che hanno grandi interrogativi e per lanciare furiose invettive verso il neoliberismo.
Un anno per non dare risposte e per NON proporre soluzioni.
Un anno per studiare come ingannare ancora per mantenersi a galla.

Ma la chicca dei ciarlatani è proprio sulla questione europea, dove all’interno ci sono le tre posizioni incompatibili tra loro e che dovrebbero rappresentare il discrimine.

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Bersani e la sindrome di Stoccolma

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di Vincenzo PALIOTTI

“Se io resto nel PD non lo faccio per una nostalgica passionaccia per la ditta, per motivi sentimentali. Lo faccio perché senza il PD il centrosinistra non esiste più, perciò mi chiedo come fanno altri a pensare di costruirlo al di fuori del PD. La mia idea dell’Italia sta qui. E se gli elettori abbandoneranno il partito, temo finiscano nelle braccia di Grillo piuttosto che in quelle di una sinistra che non è nel PD”.

Questo è quanto dichiara Bersani a La Repubblica a chi gli chiede perché resta nel PD. Come si fa a dire che senza PD non esiste il centrosinistra se il PD è più a destra di Forza Italia? Questo non lo dico io, lo dicono le riforme, i decreti che Renzi ha messo in atto e che Bersani stesso ha criticato, anche se poi “per disciplina di partito”, sue testuali parole, ha votato. Non una di queste è stata pensata guardando ai bisogni dei più deboli, si è andati in una sola direzione: compiacere la troika, la CONFINDUSTRIA le classi più protette che con questo governo lo sono ancora di più proprio grazie alle riforme che anche lui ha votato.

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